Trattata come una schiava dalla famiglia del marito
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Trattata come una schiava dalla famiglia del marito

Veniva sottoposta quotidianamente a maltrattamenti e angherie dalla famiglia del marito e costretta a fare lavori di casa per tutti: la Procura chiede pene pesanti per tre persone ma derubrica il reato da riduzione in schiavitù a maltrattamenti e lesioni

Veniva sottoposta quotidianamente a maltrattamenti e angherie dalla famiglia del marito e costretta a fare lavori di casa per tutti: la Procura chiede pene pesanti per tre persone ma derubrica il reato da riduzione in schiavitù a maltrattamenti e lesioni

CRONACA – Dopo anni di maltrattamenti da parte del marito e dei suoceri, è stata pure ripudiata perchè non riusciva a dare un figlio al suo “uomo”. E’ stata l’ultima e psicologicamente più pesante angheria subita da una giovane donna di origini marocchine, catapultata dalla sua terra ad Alessandria, dove viveva la famiglia dello sposo. Sul banco degli imputati sono finiti Adbennabi Sadiqui, 34 anni e i genitori di lui, Moustapha Sadiqui, 61 anni e Fatne Jad, 54.
L’altro giorno davanti alla Corte d’Assise di Alessandria si sono concluse le requisitorie dell’accusa, della difesa e degli avvocati di parte civile. La sentenza è attesa il 4 giugno prossimo. Il reato contestato era quello di riduzione in schiavitù. Il pubblico ministero, pur avendo proposto pene pesanti, chiede che venga riconsiderato il reato, derubricandolo a maltrattamenti e lesioni. 5 anni e 9 mesi per Fatne Jad, 3 anni e 9 mesi per lo sposo Adbennabi, 2 anni e 6 mesi per Moustapha.

La giovane donna subito dopo il matrimonio si trasferisce ad Alessandria, dove vive la famiglia di lui anche se lo sposo lavora a Genova e fa ritorno ad Alessandria solo nei fine settimana.
Lei resta così il balia dei suoceri e dei cognati. E’ soprattutto Fatne Jad ad organizzare la vita della casa ed anche quella della giovane nuora, alla quale viene impedire di uscire (le vengono “ritirati” anche i documenti) e di usare il cellulare per tenersi in contatto con la famiglia. Può e deve solo fare i mestieri di casa, per tutti, pena pesanti ripercussioni. Prepara colazione, pranzo e cena per almeno cinque persone, serviti in tempi e con modalità diverse (c’è chi mangia in cucina, chi in camera, chi sul divano del salotto). E guai a fiatare, altrimenti piovono ceffoni e insulti. Se qualcosa non andava bene a giudizio dei “vecchi” era anche peggio: quando “osò” bruciare per errore con il ferro da stiro la camicia del suocero, la punizione su una ustione con uno spiedino rovente, secondo quanto è emerso in aula. Il marito era al corrente di tutto e, non solo non intervenne mai a difesa della moglie, dava anzi ragione alla madre: “fai come dicono, ha ragione mia madre”, le diceva.

La “tassa” ulteriore da pagare quando il marito faceva ritorno dal lavoro consisteva nell’accondiscendere ad avere rapporti sessuale, anche non desiderati. Nonostante i rapporti, il figlio non arrivava e per una giovane donna profondamente legata alla sua religione, era una ulteriore “vergogna” dura da sopportare. Fece anche alcuni esami, ma le fu tenuto nascosto l’esito. Secondo le operatrici del centro antiviolenza di Genova che presero in carico il caso, dopo un ricovero in ospedale, hanno descritto uno stato di profonda depressione nella donna, che non riusciva a vedere per se stessa un futuro diverso da quell’inferno, descritto dal pubblico ministero e, ancor più, dagli avvocati di parte civile.
La parte civile chiede anche un risarcimento dei danni subiti di non meno di 80 mila euro, con una provvisionale di 30 mila euro.

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