Parroco condannato per falso in atto pubblico
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Parroco condannato per falso in atto pubblico

E' stato condannato ad otto mesi di reclusione, pena sospesa e non menzione, don Stefano Calissano, ex parroco di Pozzolo Formigaro per falso in atto pubblico. L'accusa iniziale era di appropriazione indebita

E' stato condannato ad otto mesi di reclusione, pena sospesa e non menzione, don Stefano Calissano, ex parroco di Pozzolo Formigaro per falso in atto pubblico. L'accusa iniziale era di appropriazione indebita

CRONACA – E’ stato condannato ad otto mesi di reclusione, pena sospesa e non menzione, don Stefano Calissano, ex parroco di Pozzolo Formigaro, per un reato diverso da quello ipotizzato inizialmente.
Era stato portato in giudizio per appropriazione indebita, per aver utilizzato i fondi della Confraternita del Gonfalone di Pozzolo, 22 mila euro, per rifare il tetto dell’oratorio, senza le firme del priore e dopo aver cambiato lo statuto dell’associazione. I soldi, fu dimostrato, furono realmente utilizzati per il rifacimento del tetto. 
Durante la fase dibattimentale, il Giudice, dopo aver esaminato gli atti, ha ritenuto si trattasse di “falso materiale commesso da privato in atto pubblico”. Lo stesso pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione dall’appropriazione indebita, mentre si era espresso per la non sussistenza del falso. Nell’ultima udienza del 22 dicembre scorso, l’avvocato della difesa, Roberto Tava, aveva tentato di dimostrare come le confraternite fossero configurate dal diritto come enti di natura privata, e non pubblica.
Il giudice ha tuttavia ritenuto che fosse stato consumato il reato, condannando il parroco alla pena di otto mesi. “Siamo sollevati dal fatto che a seguito del dibattimento l’accusa di appropriazione indebita sia caduta e presenteremo appello in merito alla sentenza di condanna per l’ipotesi di falso – anticipa l’avvocato Tava – attendiamo le motivazioni, ma riteniamo anche quest’ultima contestazione del tutto infondata e siamo convinti che la Corte d’Appello rivedrà la decisione di primo grado”.
La Confraternita, costituita parte civile, era assistita dall’avvocato Domenico Ghio.
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