Carcere, allarme dall’interno. “Situazione ormai insostenibile, con responsabilità precise”
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Carcere, allarme dall’interno. “Situazione ormai insostenibile, con responsabilità precise”

Diversi agenti della Polizia Penitenziaria raccontano le "condizioni invivibili" nelle quali sono costretti ad operare, con turni massacranti che "ledono i diritti dei lavoratori, vanificano le possibilità di recupero dei detenuti e rischiano di pregiudicarne la sicurezza. Cambiare sarebbe possibile ma servono scelte differenti della direzione"

Diversi agenti della Polizia Penitenziaria raccontano le "condizioni invivibili" nelle quali sono costretti ad operare, con turni massacranti che "ledono i diritti dei lavoratori, vanificano le possibilità di recupero dei detenuti e rischiano di pregiudicarne la sicurezza. Cambiare sarebbe possibile ma servono scelte differenti della direzione"

ALESSANDRIA – Che la situazione all’interno della Casa di Reclusione di San Michele sia da tempo difficile non è una novità, ma secondo diversi agenti di Polizia Penitenziaria sta diventando ormai insostenibile, sia per condizioni di lavoro a cui è sottoposto il personale, definite umilianti e insopportabili,  tanto da minarne la sicurezza e la capacità di svolgere un lavoro di rieducazione con le persone detenute, sia per scelte intraprese nei confronti di chi sta scontando una pena, con decisioni che parrebbero non sempre ben ponderate e volte a un vero recupero di chi dovrebbe compiere un percorso di reinserimento progressivo in società. 
Ecco, punto per punto, cosa sta succedendo all’interno del carcere di San Michele, secondo il racconto di chi lì ci lavora ogni giorno. 

La questione è delicata e importante, perché considerare il carcere come un luogo isolato e slegato dalla città è un errore tanto diffuso quanto grave. Anche dal lavoro svolto al suo interno, con le persone detenute, si può garantire una maggiore sicurezza e umanità per la società nel suo complesso. 

La carenza cronica di personale e la crisi estiva

“Siamo arrivati al momento che con timore ma con certezza aspettavamo – spiegano diversi agenti della Polizia Penitenziaria, lanciando un allarme già annunciato da tempo – alla Casa di Reclusione di San Michele i turni di servizio hanno cominciato ad allungarsi, le 8 ore non bastano più e i poliziotti non sanno quando torneranno a casa, magari un’ora, magari due, chissà… ovviamente anche i riposi saltano con una certa costanza. La cosa triste non è il sacrificio che ci viene imposto, quello lo farebbemmo volentieri se avesse un senso. La cosa triste è che non è stato fatto niente, nemmeno questa estate, per proteggere la sicurezza dell’istituto e i lavoratori che dovrebbero assicurarla: non si è fatto un programma che riducesse le attività in base alla possibilità di garantirle, semplicemente si deve fare tutto come se niente fosse, come se i diritti dei lavoratori fossero un privilegio per cui se tu vai in ferie allora chi resta si dovrà arrangiare.

Non si è tenuto conto che le unità che venivano tutti i giorni da Alba e che rinforzavano l’istituto durante il giorno non ci sono più, e ne sono rimaste solo le tre? Sono una goccia nel mare dei numeri in negativo, a cominciare dai 34 poliziotti in convalescenza a oltranza a disposizione della CMO.

Ma veramente si intende questa approssimativa spremitura di uomini quando si invoca il senso del dovere e lo spirito di sacrificio? Il carcere affronta l’estate tutti gli anni, non è un imprevisto o, meno che mai, una situazione sorprendente. Una buona gestione programma questo genere di parametri, imposta le attività su un livello sostenibile, non scarica tutto il peso su un solo pilastro che se crolla fa cadere tutta la casa. Non solo si dovrebbero programmare le attività ma si dovrebbero offrire percorsi con un significato che responsabilizzi anche i detenuti. 

Offrire solo progetti di restituzione sociale per chi già sconta la pena più gravosa che è la reclusione non è così bello come può sembrare: la responsabilità si fonda sulla giustizia, lo sfruttamento invece insegna altro a chi ne è vittima. Il rispetto, l’amicizia con le istruzioni, come sa benissimo ogni cittadino italiano, ha bisogno di equità e di onestà. Il lavoro è lavoro se è retribuito: non esageriamo con mettere pena su pena, potremmo creare delle vittime! Ciò che invece si deve insegnare è che si può guadagnare bene lavorando onestamente, la responsabilità di chi gestisce la materia penitenziaria sta anche nell’educare l’opinione pubblica e non assecondare i sentimenti di rivalsa contro chi ha sbagliato. Lo Stato e la Giustizia pubblica non sono nati proprio per questo?

 
La crisi riguarda però più in generale il Sistema di gestione che, al di là dei proclami, è considerato ormai superato dagli stessi agenti, perché l’obiettivo, più che la sorveglianza attiva, dovrebbe essere l’impiego dei detenuti in attività lavorative.

Le occasioni per fare meglio non sarebbero mancate, secondo gli agenti, e fra le accuse mosse all’attuale direttore c’è quella di non aver saputo cogliere alcune opportunità, come quella fornita dalla presenza in struttura di un detenuto che all’esterno svolgeva la professione di chef e pasticcere. La sua presenza aveva portato anche a una cena organizzata in Cittadella dalla precedente direttrice, e da alcune iniziative in carcere, con dolci e rinfresco preparati direttamente dai detenuti. Non occasioni fini a se stesse o per semplici scopi di solidarietà (il ricavato nel caso della cena era destinato ai detenuti più in difficoltà economiche), ma vera sperimentazione nata con l’obiettivo di lanciare un progetto ambizioso ma ben programmato e perfino avviato, con la progettazione ormai ultimata e accordi instradati con i referenti di una importante catena della grande distribuzione.

Il progetto avrebbe previsto l’impiego di molti detenuti e la creazione di reali posti di lavoro, con la possibilità di imparare un mestiere che si sarebbe potuto proseguire anche una volta ultimata la pena. Nel piano si sarebbe potuto creare un laboratorio di pasticceria all’interno del carcere, con la possibilità di distribuire i prodotti freschi direttamente nel banco alimentari di un noto supermercato cittadino, e perfino un ristorante capace di accogliere chi dall’esterno avesse voluto gustare i prodotti cucinati dai detenuti. 

Invece la fase realizzativa non è stata mai stata avviata, e il progetto risulta tuttora fermo. L’occasione parrebbe però ghiotta, capace anzi di trasformare una situazione di potenziale crisi, come quella attuale a San Michele, in un progetto virtuoso capofila in Italia, così come è avvenuto con Bollate e altre realtà virtuose a livello nazionale. In una lettere aperta di risposta al direttore alcuni agenti di Polizia Penitenziaria sottolineano tutti i limiti delle scelte che sarebbero state intraprese negli ultimi anni e le importanti occasioni perse per fornire reali prospettive di cambiamento e di reinserimento in società per i detenuti. 


Perplessità anche sulle scelte legate alla sicurezza. E sull’episodio dell’evasione vengono lanciate accuse inquietanti…

Dal carcere e da parte del personale filtrano anche alcune perplessità sulla gestione dei detenuti per quel che riguarda le mansioni da svolgere: il caso più eclatante è certamente quello del detenuto evaso tempo fa, e poi arrestato in un campo nomadi. L’uomo aveva già avuto precedenti per evasione ed era tutto riportato sulla sua scheda, ma la stessa non sarebbe stata letta con attenzione, considerato che il detenuto è stata assegnato a un lavoro di pulizia che lo metteva nelle condizioni di poter fuggire con relativa facilità. Più in generale, è la superficialità con cui verrebbero trattati i detenuti e le attività di osservazione a venir sottolineata da parte del personale, con critiche mosse non solo al direttore ma anche alla gestione del responsabile dell’area educativa.

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