Il Tribunale di Alessandria
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Scriveva lettere anonime alla portinaia, lei nega ma è condannata
E' stata condannata in primo grado una donna alessandrina, ritenuta colpevole di aver inviato lettere anonime offensive alla portinaia. La donna, però, nega di essere lei l'autrice dei messaggi
E' stata condannata in primo grado una donna alessandrina, ritenuta colpevole di aver inviato lettere anonime offensive alla portinaia. La donna, però, nega di essere lei l'autrice dei messaggi
ALESSANDRIA – Ad “incastrarla” sarebbe stata una lettera, la “e” che il perito calligrafico attribuisce alla sua penna. Lei, Marcella Marzio, si proclama innocente. La vicenda risale al 2011 quando la portinaia di uno stabile di Alessandria, in via Bergamo, riceve una serie di lettere anonime, contenenti pesanti insulti. Alcune scritte in stampatello, altre composte da un collage di lettere ritagliate da un giornale. La portinaia sporge denuncia contro ignoti e gli inquirenti risalgono ad un nome, quello della Marzio che all’epoca abitava nello stesso stabile. Scatta quindi la denuncia e il rinvio a giudizio per reati che vanno dalle minacce all’ingiuria.
Il pubblico ministero incarica un perito per l’analisi calligrafica che parla di ”compatibilità” tra la calligrafia della donna e quella delle lettere. Difesa dall’avvocato Silvio Bolloli, l’imputata presenta una controperizia, nella quale si evidenzia come la presunta “compatibilità” lasci spazio ad un ampio margine di incertezza.
A questo punto è il giudice a chiedere una nuova perizia che “incastra” l’imputata. Segno distintivo sarebbe, appunto, la lettera E, che presenta una particolarità: una stanghetta più lunga delle altre. A scrivere i messaggi anonimi sarebbe stata la stessa mano della Marzio, autrice anche di un avviso apposto sull’ascensore. Per questi motivi il giudice ha ritenuto di condannare l’imputato a 10 mesi e 15 giorni di reclusione (il pubblico ministero aveva chiesto un anno). Ora la donna, insieme al legale, valuterà se ricorrere in appello ma nel frattempo sostiene di non essere lei l’autrice delle missive: “non ne avevo motivo”, ha sostenuto in aula.