La Cittadella? “Io sono nata lì, ci vivevo con la mia famiglia”
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La Cittadella? “Io sono nata lì, ci vivevo con la mia famiglia”

Grazie ad Enrica Balza, volontaria del Fai, siamo in grado di presentarvi la testimonianza straordinaria di Ottavia Passalacqua, una delle ultime persone ad essere nata in Cittadella, dove ha vissuto insieme ai genitori e ai fratelli per molti anni

Grazie ad Enrica Balza, volontaria del Fai, siamo in grado di presentarvi la testimonianza straordinaria di Ottavia Passalacqua, una delle ultime persone ad essere nata in Cittadella, dove ha vissuto insieme ai genitori e ai fratelli per molti anni

RACCONTI DALLA CITTADELLA –  C’è chi nella nostra amata fortezza c’è nato e cresciuto. Sembra incredibile, a osservare oggi la nostra amata Cittadella, ma la testimonianza che abbiamo il piacere di presentarvi in esclusiva, davvero straordinaria, è qui a mostrarci quanto in passato la vita fra i bastioni fosse intensa, non solamente per la presenza dei militari, ma anche per numerose famiglie che lì vivevano. 

 
La famiglia Passalacqua è stata tra le prime ad arrivare: il padre, un civile addetto al Genio Militare, giunse nel 1928 da L’Aquila e vi abitava con la famiglia nella caserma dietro alla Beleno, nonostante fosse in servizio in via Piacenza, angolo via Arnaldo da Brescia.

La prima figlia, Ottavia, fu probabilmente l’ultima bambina nata proprio in Cittadella, nel 1943. I ricordi sono davvero tanti: “Le strade interne, la piazza all’ingresso e la piazza d’Armi non erano asfaltate, solo terriccio e quando passavano i camion sollevavano un polverone! Le strade non erano illuminate e mio papà, che era severo, non ci lasciava uscire mai, tanto meno col buio, neppure mia sorella che era fidanzata con un maresciallo. Anche mio marito mi ha vista crescere, poi ci siamo fidanzati e sposati. Avevamo da mangiare in abbondanza: coltivavamo l’orto e allevavamo galline e conigli. Il magazzino viveri era grandissimo e molto fornito, rivedo tante forme di formaggio e, a volte, mio papà si accordava con i marescialli e potevamo usufruirne. Finito il pranzo e la cena venivano le famiglie povere che abitavano in specie di caverne sotto i bastioni, con pentole e bidoni a prendere gli avanzi. I soldati di guardia li distribuivano e ce n’ era per tutti. Eravamo fortunati perché avevamo già il telefono e, a quei tempi, era molto raro.

Abitavano anche 7-8 famiglie di operai civili che non pagavano l’affitto ma solo la luce. Nel primo corpo di guardia abitava una famiglia poverissima, con un figlio disabile, che poi si è suicidato buttandosi dal ponte.

Mia sorella, che era maestra, insegnava alle scuole serali (dopo il rancio) ai militari analfabeti (venivano quasi tutti dal Sud) per conseguire la licenza elementare. Erano ragazzi poverissimi e, alcuni, per provvedere alle famiglie, rubavano dal magazzino viveri di tutti i generi ma soprattutto grossi tagli di carne. Li chiudevano in sacchi di iuta e li buttavano dai bastioni: sotto c’erano i macellai e i bottegai che li prendevano e li rivendevano al pubblico. I ragazzi prendevano i soldi e li spedivano subito a casa, facendo sparire, ancor più velocemente, la ricevuta dell’Ufficio postale, così da non lasciare prove. Tornavano a casa ricchi e alcuni aprivano negozi e attività”.

La sorella Jenni, nata nel 1948, aggiunge molti particolari: “ho abitato in Cittadella per 10 anni. E’ stata una vita molto severa, con le persiane sempre chiuse per evitare sguardi indiscreti. Mio papà ci ripeteva di camminare con gli occhi bassi e non voltarci mai se sentivamo fischiare: c’erano 1200 uomini tra truppe e graduati. Mi divertivo a guardare i soldati che sciamavano in libera uscita: erano controllati uno per uno, dovevano avere i pantaloni stirati e le scarpe lucide, altrimenti finivano in punizione sulla Porta Reale. Ricordo l’alzabandiera alle 7.00 e il silenzio alle 22.00. Facevamo la spesa in città, in via Vochieri, e anche il medico di famiglia era in città. Al circolo ufficiali potevamo comprare solo il gelato. Dopo le 17.00 potevamo passeggiare, giocare a palla, girare dappertutto in bicicletta e fare merenda sui bastioni, mentre di giorno dovevamo essere molto riservati. Noi eravamo conosciuti, quindi potevamo entrare senza controlli; gli estranei, invece, dovevano presentare un documento per ricevere il tesserino di riconoscimento o essere accompagnati.”

 
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