On line un mondo di orfani. Essere genitori nell’era della digitalizzazione
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Alessandro Francini  
3 Dicembre 2015
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On line un mondo di orfani. Essere genitori nell’era della digitalizzazione

Adolescenti alle prese con il controverso universo del web, bambini sotto scacco di smartphone, iPhone e tablet, troppo spesso senza la necessaria "regia" di mamma e papà. Il dottor Alberto Pellai, ospite dell'associazione Cultura e Sviluppo, ha spiegato cosa significa essere genitori a confronto con le tecnologie digitali

Adolescenti alle prese con il controverso universo del web, bambini sotto scacco di smartphone, iPhone e tablet, troppo spesso senza la necessaria "regia" di mamma e papà. Il dottor Alberto Pellai, ospite dell'associazione Cultura e Sviluppo, ha spiegato cosa significa essere genitori a confronto con le tecnologie digitali

SOCIETA’ – Certi figli possono essere orfani anche quando hanno genitori vivi e vegeti. Non è un paradosso, o una battuta, ma una realtà che si verifica più spesso di quanto si possa immaginare. Ciò accade quando gli adolescenti riescono (sì, perché per loro è più che altro un agognato traguardo…) a rimanere in totale solitudine ed autonomia ad esplorare il variegato mondo del web. In quel deteriminato lasso di tempo, che può variare da pochi minuti a più ore consecutive, la maggior parte degli adolescenti è in balìa dei numerosissimi e continui impulsi che il materiale on line trasmette loro. Un bombardamento di immagini ed emozioni, tutte lì a portata di un click, che andrebbe però filtrato e supervisionato, che insomma richiede l’intervento di un adulto, possibilmente il genitore stesso. Proprio di questo argomento, e non solo, si è discusso nel corso del primo appuntamento del Progetto Genitori, ciclo di incontri a cadenza mensile organizzato dall’associazione Cultura e Sviluppo, con il dott. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, intervenuto in qualità di relatore ed esperto in materia.

“Mettere uno strumento tecnologico in mano ad un figlio presume, da parte di un genitore, delle grosse responsabilità”. Sembra una considerazione banale e scontata ma, a pensarci bene, non lo è affatto. Il perché lo spiega lo stesso Pellai. “La maggior parte dei genitori è iperprotettiva ed ansiosa per ciò che riguarda la quotidianità della vita reale, mentre non sa praticamente nulla della vita virtuale dei propri figli”. E sono gli stessi genitori a rendere precoce questa problematica: se infatti, fino a 10-15 anni fa, solo intorno ai 15-16 anni gli adolescenti entravano in possesso di un cellulare, ora la maggior parte dei bambini di 8-9 anni ha già una certa dimestichezza con smartphone, i-phone, tablet. “I genitori devono chiedersi” afferma Pellai “come intendono comportarsi nell’interazione tra lo smartphone e il proprio figlio”. Purtroppo oggi, molti genitori, si limitano a preoccuparsi delle gestione del piano tariffario, lasciando tutto il resto in una sorta di zona nebulosa praticamente inesplorata. “Abbiamo perso, noi genitori, alcune importanti cornici che fanno da tutela ai nostri figli. Dobbiamo essere noi per primi a non trasmettere determinate cattive abitudini, come ad esempio quella di portare a tavola il cellulare, in bagno, ecc.”, ovvero abusare in qualunque momento di questi apparecchi.

Smartphone e iPhone sono i nemici numero uno delle ore di studio, facile da credere. Ma qual è il motivo per cui sarebbe bene abituare gli adolescenti a non avere a portata di mano questo oggetto delle tentazioni durante i pomeriggi passati sui libri? “Le tante segnalazioni sonore dei cellulari attirano continuamente la loro attenzione,” – spiega Pellai – “producendo una costante frammentazione del processo di apprendimento. Le neuroscienze ci dicono che tra i 10 e 15 anni quell’area del cervello che chiamiamo emotiva, in questa fase della crescita, funziona al massimo. Questa è l’area che dell’eccitazione, della gratificazione istantanea, dell’emotività. Mentre l’area cognitiva, quella cioè dell’apprendimento, della razionalità, matura più tardi, intorno ai 16-20 anni”. La risposta, quindi, è come spesso accade dentro al nostro cervello. E’ questa combinazione di differenze tra aree cerebrali che porta gli adolescenti ad essere automaticamente meno propensi a sostenere la frustrante fatica dello studio e a concedersi con grande facilità a quelle distrazioni in grado di incuriosirli, divertirli, di eccitarli. 

Area emotiva che influisce anche sull’uso a volte un po’ “spericolato” che i ragazzi fanno dei social network e di quei siti con espliciti contenuti sessuali. “Solitamente sono le ragazzine, già a 11-12 anni, a desiderare un profilo Facebook. A volte accade però che ne facciano un uso sregolato, in alcuni casi pubblicando addirittura contenuti sessuali ammiccanti. Quasi sempre però i genitori di tutto ciò non sanno nulla perché la figlia nega loro qualunque possibilità di accedere al proprio profilo”. Quando questi strumenti tecnologici impattano sulla sessualità le conseguenze possono essere molto serie. “Per un bambino di 11-12 anni voler esplorare il territorio della sessualità è fisiologico, ma deve poterlo fare con immagini e fantasie adatte alla sua età. Quando un preadolescente vede pornografia on line ciò che più lo turba è chiedersi se mamma e papà facciano le stesse cose, o se lui, quando arriverà il momento, dovrà avere quel tipo di rapporto. Bisogna che comprenda che nella realtà la sessualità è ben diversa da quella che viene mostrata sul web e che dietro c’è tutto un percorso fatto di momenti ben precisi ed emozioni”.

insomma, i genitori degli “anni 00” devono condividere un progetto educativo che non lasci soli i propri figli nella loro vita on line, “essere buoni genitori nell’era della digitalizzazione è la grande sfida che dobbiamo raccogliere”.

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