Cittadella: “io cuoco, ricordo gli alessandrini in coda per i resti della mensa”
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Marco Madonia - marco.madonia@alessandrianews.it  
25 Novembre 2015
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Cittadella: “io cuoco, ricordo gli alessandrini in coda per i resti della mensa”

Prosegue il nostro viaggio nella storia della Cittadella, ricostruita attraverso i racconti vividi raccolti da Enrica Balza, volontaria del Fai. Oggi è la volta di Cristoforo Garippa, che nella fortezza ricoprì l'incarico di cuoco, al tempo dei militari...

Prosegue il nostro viaggio nella storia della Cittadella, ricostruita attraverso i racconti vividi raccolti da Enrica Balza, volontaria del Fai. Oggi è la volta di Cristoforo Garippa, che nella fortezza ricoprì l'incarico di cuoco, al tempo dei militari...

RACCONTI DALLA CITTADELLA – Arruolato con la classe 1936, addetto alle cucine dal 1958 all’8 dicembre 1959, Cristoforo Garippa  racconta con entusiasmo la sua storia legata alla Cittadella, i suoi giri in città per fare la spesa, il rapporto con gli alessandrini che, affamati, facevano la coda fuori dalla fortezza per avere in dono i resti della mensa dei militari.

“La giornata iniziava prestissimo – racconta – alle 4 del mattino, perché “dovevo preparare il caffè per tutti, caffè vero con il latte condensato. Poi la mattinata continuava con la preparazione del pranzo per 1.200 ragazzi, seguendo menù e quantità stabilite. A pranzo: pastasciutta rossa o bianca, spezzatino con patate, carne bollita per avere il brodo per la minestra, 20 grammi di formaggio grana o simili; a cena: minestrone di verdura o pasta rossa. Solo nei campi estivi in montagna ricevevamo un bicchierino di grappa”.

“Andavo al mercato della verdura – spiega Garippa – e compravo solo verdura di prima scelta, poi passavo dal panettiere. Spolpavo le ossa, preparavo i sughi, i soliti lavori dei cuochi; pulivo i piatti ma non era compito mio lavarli. Ero impegnato fino alle 14.30. Un grande grembiulone di cotone pesante mi riparava la divisa dalle macchie e dagli schizzi. Alle 17.00 ricominciavo con i colleghi a cucinare per la cena. Noi cuochi, però, ci preparavamo un piatto speciale: piccoli pezzi di carne staccati dalle ossa, nervetti, cipolle, sale e una pagnotta, accompagnati da foglie di lattuga, lavata e scondita. Una bontà ma pochi lo sapevano. Non erano previsti dolci: chi li voleva li comprava al bar; però una fetta di panettone a Natale la davamo”.

“La libera uscita dei cuochi iniziava alle 18.30/19.00 – sottolinea Cristoforo Garippa, attraversando a piedi la Cittadella – ma non potevamo uscire perché l’Ufficiale di Picchetto sentiva odore di cucina e ci lasciava andare solo se eravamo impeccabili, in divisa perfetta. “Vede quell’albero alto vicino alla Porta Reale? Ci arrampicavamo e scavalcavamo il muro finendo vicino al distributore ma era molto sporco, sembrava un ‘gabinetto pubblico’: le conseguenze si possono immaginare. Ci fermavamo al Bar Rovereto per non incontrare i soldati della caserma Valfrè, sede della Fanteria, con i quali ci saremmo picchiati. Una sera, invece, sempre al bar Rovereto, mentre stavo parlando con due ragazze compaesane, arrivò un piemontese che voleva portarle via. Discutemmo un po’, litigammo e io gli diedi un pugno. Subito l’Ufficiale di Picchetto mi punì con una notte di CPS, ma, al mattino, il colonnello mi chiamò, si complimentò e mi diede una licenza premio. Ai commilitoni antipatici e spioni, facevamo i gavettoni di urina, non tutti capivano. Il bello di essere addetto alla sussistenza era l’esenzione da esercitazioni, marce e servizi vari. Per ricordo abbiamo firmato sul muro e vedo che si leggono ancora i nostri nomi, il mio è in alto.”
 

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