Ventiquattromila baci in Cittadella
Grazie alla volontaria del Fai Enrica Balza e ai ricordi di Roberto Ivaldi, cartografo in Cittadella, ripercorriamo un altro passaggio della storia della fortezza, quando i mezzi d'artiglieria occupavano la Piazza d'Armi e la radio era il mezzo abituale per svagarsi e apprendere le notizie
Grazie alla volontaria del Fai Enrica Balza e ai ricordi di Roberto Ivaldi, cartografo in Cittadella, ripercorriamo un altro passaggio della storia della fortezza, quando i mezzi d'artiglieria occupavano la Piazza d'Armi e la radio era il mezzo abituale per svagarsi e apprendere le notizie
Roberto Ivaldi, classe 1937, di Genova, prestò servizio militare in Cittadella per 6 mesi. Dall’autunno del 1959 trascorse 3 mesi ad Imperia per il CAR, poi 6 mesi nel reggimento di Artiglieria a Bracciano dove frequentò il corso di specializzazione in topografia, poi dall’autunno 1960 alla primavera 1961 in Cittadella per sua scelta. Vinse, infatti, il concorso da topografo e il premio consisteva nella possibilità di scegliere la destinazione. Poiché a Genova, suo luogo di residenza, non c’era l’Artiglieria, preferì Fresonara dove abitavano alcuni parenti e poteva raggiungerli facilmente con la Lambretta.
Con il grado di caporale maggiore ebbe l’incarico di aiutante topografo: il suo compito era stabilire l’alzo dei cannoni e le coordinate dei bersagli, dati fondamentali soprattutto nel campo estivo a Boves nel 1960 e in autunno a Cavour. “Avevamo armi superate, ormai reperti bellici; i fucili erano Winchester 1941. Avevamo l’artiglieria campale, facile da spostare e l’artiglieria pesante stanziale, fissa, tipica dei forti. Quando sentivo sparare rivivevo la paura dei bombardamenti. Mi ricordo che, in prima elementare, mi addormentavo a scuola perché avevo trascorso la notte nel rifugio antiaereo”.

Nel corridoio era appeso il telefono a muro, nero, me lo ricordo bene perché lì appresi la notizia della morte di mio zio. Non mi ricordo se alle pareti erano appesi quadri o fotografie. L’ingresso della Beleno è rimasto invariato: al primo piano dormivano gli Ufficiali del reparto Comando Reggimentale. Eravamo almeno 1000 persone, divise in compagnie e distribuite nelle varie caserme. Ogni compagnia aveva un sottocomando.
I marescialli provvedevano all’approvvigionamento, alla manutenzione, alla posta…
In cucina lavoravano anche dipendenti civili. Qui pranzavamo con piatti e posate abituali, ai campi gavette di alluminio, contenute in grandi borse di Tela Nina molto resistente, che usavamo sempre, non solo ai campi.
Gli altoparlanti trasmettevano le notizie radio, così, mentre eravamo in fila per entrare nel refettorio, apprendemmo la notizia dell’incidente e della morte di Mario Riva e poi abbiamo ascoltato “Con 24.000 baci”, cantata da Adriano Celentano.
Finito il pranzo e la cena, ricordo che gli sfollati venivano con poveri contenitori a prendere le razioni di cibo avanzate. Un giorno, durante la riunione post-prandiale, mentre eravamo tutti schierati, la mia radiolina suonò il segnale orario: il comandante commentò con una battuta scherzosa ma capii che non aveva gradito.
Alle ore 18.00 iniziava la libera uscita (non era obbligatorio cenare in Cittadella) e finiva alle 22.00, con il Silenzio di ordinanza, suonato dal trombettiere o da un disco. Subito dopo l’Ufficiale di Picchetto faceva il Contrappello per controllare le presenze. Chi rientrava in ritardo era “consegnato”, cioè punito con CPS (Cella di Punizione semplice) o CPR (Cella di Punizione di Rigore).
Si meritava la CPS chi diceva parolacce, chi aveva la divisa disordinata o, comunque, chi commetteva mancanze di media gravità: consisteva nel trascorrere la notte in cella e dormire vestiti, sul tavolaccio di legno e in discesa, con un fermo in fondo per non scivolare; durante la giornata, invece, si svolgevano le attività abituali ma senza la libera uscita.
La CPR, invece, comminata per insubordinazione, obbligava a rimanere in cella anche di giorno e, essendo una prigionia vera e propria, rimaneva registrata sul foglio matricolare. Spesso il giudizio era soggettivo e il ricevere CPS o CPR dipendeva solo dall’Ufficiale di Picchetto con la fascia blu. La ronda girava per l’abitato e poteva fermare i soldati che incontrava. Gli incaricati del turno di guardia si alternavano a ore prestabilite e di notte, dal suono del Silenzio alla sveglia (suonata dal trombettiere o disco), potevano riposare.