Quell’aura grigia che ti devi creare in carcere
Prosegue il nostro rapporto con la Casa di Reclusione di San Michele, finalizzato anche a dar voce ai detenuti, offrendo loro l'opportunità di far conoscere le proprie storie, di affidare i propri pensieri, durante la fase di carcerazione, a un vettore capace di diffonderle al di là delle sbarre
Prosegue il nostro rapporto con la Casa di Reclusione di San Michele, finalizzato anche a dar voce ai detenuti, offrendo loro l'opportunità di far conoscere le proprie storie, di affidare i propri pensieri, durante la fase di carcerazione, a un vettore capace di diffonderle al di là delle sbarre
SAN MICHELE – Riportiamo di seguito, fedelmente, quando ci è stato raccontato da un detenuto. Il nostro compito si è limitato a trascrivere il testo. L’obiettivo, in questo caso, è proprio quello di offrire una testimonianza il più possibile autentica e priva di mediazioni o alterazioni (ndr).
Mi hanno chiesto di scrivere una storia, o meglio, la mia storia legata alla detenzione.
Ma quale storia? Eh sì, perché un uomo non ha una storia sola, almeno tale da poter essere esplicata in poco righe; essa, la storia, è un peculiare quadro con molte pennellate e, come ogni tela, sembra cambiare aspetto se osservata da diversi angoli di visuale. E mi trovo qui con una ‘bic’ in mano ed un foglio a righe sul tavolo, mi hanno detto che questo breve elaborato andrà su un giornale online, ma ‘bic’ e foglio devono essere sufficienti.
Ma torniamo al tema. Potrei parlare della mia storia giudiziaria: meglio di no, potrei essere nuovamente preda della bestia burocratica; forse di quella intima e affettiva, di come arresto e detenzione cerchino infimamente di sgretolare, fino ad eliminare, le relazioni affettive: troppo personale; della vita in galera: troppo banale. Non è semplice raccontare, volendo essere obiettivo, sprazzi di vita, da una parte certi rancori possono togliere obiettività e cambiare la realtà, dall’altra la nuda cronaca di alcuni avvenimenti potrebbe portare a ritorsioni. Cercherò, con cautela, di raccontare non tanto ciò che è accaduto e gli avvenimenti che si sono succeduti, per altro comuni, con sfumature diverse, alla maggior parte dei detenuti, quanto gli stati d’animo che li hanno accompagnati.
L’organizzazione di un trasloco per una località distante oltre 400 chilometri dava qualche grattacapo, anche perché sarebbe avvenuto a pochissimi giorni. La comunicazione completamente inattesa dell’arresto lasciò mia moglie ed il sottoscritto ammutoliti e disarmati, soprattutto mentalmente. Un tale repentino e violento cambio di vita e di prospettive può portare a reazioni di qualsiasi genere e al di fuori di ogni logico controllo, fortunatamente ciò a noi non accadde. I primi giorni di detenzione trascorsero con la mente completamente spenta: cibo, sonno, parole e pensieri esistevano solo in un’altra dimensione, completamente inaccessibile. Sono certo si sia trattato di sgomento, termine del quale spesso non conosciamo bene il significato. Il ricordo di quei giorni è legato ai detenuti che, compreso trattarsi del mio primo arresto, mi aiutarono sia praticamente, da come si fa il letto alle regole di detenzione e convivenza (dentro è veramente tutto diverso), sia moralmente nell’aiutarmi a prendere atto della nuova situazione. La prigione non era l’ambiente stereotipato e violento di tanti film, si tratta piuttosto di un agglomerato di esseri, ciascuno con la propria storia, con i propri errori, con le proprie debolezze e le proprie piccole speranze.

I primi mesi sono stati i più difficili, un’azione estrema è giunta più volte sul punto di diventare realtà, l’alternativa era riconquistare la forza mentale e mantenere l’equilibrio o cedere alle gocce e pastiglie fornite ben volentieri. La mancanza di contatto e di comunicazione con i miei cari si faceva sentire violenta ed i dieci minuti di telefonata settimanale o il colloquio ogni tre settimane erano un blando lenitivo.
Per evitare che rabbia, rancore e ricordi potessero avere il sopravvento, creai un’”aura grigia”, una sorta di confine mentale entro il quale il pensiero doveva per forza rimanere: vietato pensare a ‘fuori’, vietato pensare alla famiglia, vietato pensare al futuro o al passato: speranze, ricordi e sogni distruggono l’”aura grigia”, ormai unica condizione e spazio di sopravvivenza. Su questo lascio psicologi e psichiatri sbizzarrirsi nelle interpretazioni.
La completa mancanza di comunicazione e di risposte da parte degli organi preposti dell’amministrazione penitenziaria alimentava e alimenta sentimenti d’impotenza e di risentimento. Quest’ultimo fatto l’ho trovato quale denominatore comune nella quasi totalità dei detenuti e principale generatore di tensione nella popolazione detenuta.

Per me ora c’è la possibilità, si spera, di uscire tra pochi mesi e, quindi, sto vivendo la detenzione in modo diverso, più “tranquillo”, con l’unico obiettivo di far trascorrere il tempo senza intoppi, siano essi concreti o mentali. Il che significa riutilizzare un’”aura grigia” con diverso scopo: non permettere che il proprio comportamento crei ostacoli alla possibile liberazione. Quindi tutti i rapporti interpersonali ridotti ai minimi termini, evitare discussioni, fossero anche riguardanti solo una partita di calcio, niente favori, togliere ogni emotività ed aspettare. Un plauso ai volontari presenti che tanto vogliono, ma poco possono.
So che non è una bella storia, non ha una trama né un finale felice, è solo un piccolo resoconto ignobile e banale, forse non avrei dovuto aderire alla proposta, forse questo elaborato non sarà nemmeno pubblicato, cosa che non mi sorprenderebbe, ma quello esposto è l’unico angolo di prospettiva accessibile nella mia storia. Ci sarebbero altre riflessioni che scaturiscono di conseguenza, ma non è ancora il momento. Sì, perché tutto il resto della storia è mio e non vedo il motivo di raccontarlo a chiunque. La mente può esprimere concetti con parole, ma ciò che è nel cuore di ciascuno resta tale, indipendentemente dallo stato di detenzione o di libertà, ma questa è ancora un’altra storia.