Santiago Morero, il capitano che viene dall’Argentina
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Alessandro Francini  
10 Novembre 2015
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Santiago Morero, il capitano che viene dall’Argentina

La squadra di Materia Grigia ha incontrato il capitano dell'Alessandria Santiago Morero, calciatore di grande carisma ed esperienza e, prima ancora, uomo dalle indiscusse qualità. "In campo sono un tipo aggressivo, ma fuori ci vuole un po' per farmi arrabbiare"

La squadra di Materia Grigia ha incontrato il capitano dell'Alessandria Santiago Morero, calciatore di grande carisma ed esperienza e, prima ancora, uomo dalle indiscusse qualità. "In campo sono un tipo aggressivo, ma fuori ci vuole un po' per farmi arrabbiare"

MATERIA GRIGIA – Santiago Morero, classe 1982, è un roccioso difensore argentino con una carriera importante tra Primera Division, Serie A (sopratutto al ChievoVerona) e Serie B (Cesena e Siena). Giunto ad Alessandria nel gennaio di quest’anno, ha subito convinto tutti con le sue prestazioni sul campo e la sua professionalità. Dalla stagione in corso è capitano dei Grigi. L’abbiamo incontrato, avendo modo di apprezzare una persona profonda, determinata e soddisfatta della sua vita professionale e famigliare. Ecco che cosa ci ha detto

Santiago, partiamo con un bilancio di questi otto mesi ad Alessandria…
Con la mia famiglia, mia moglie e i miei tre bambini, ci siamo inseriti molto bene in città. In questo devo ringraziare anche la società, che mi ha aiutato molto. Rispetto ad altri posti in cui sono stato direi che l’ambientamento è stato abbastanza veloce. Questo mi è stato molto utile anche a livello professionale. Sul campo, invece, lo scorso campionato abbiamo vissuto un finale di stagione non facile, fallendo un grosso obiettivo, quello dei play off. Quest’anno, però, la dirigenza ha da subito lanciato segnali positivi, cercando di allestire una grande squadra, in grado di poter rientrare tra le candidate per la vittoria finale.

Nei momenti liberi riesci a vivere in qualche modo la città?
Alessandria è una città molto tranquilla. Quando non ho allenamento o riesco ad avere un giorno libero mi piace stare in famiglia, girando un po’ per il centro con mia moglie e i miei figli, che porto tutte le mattine a scuola. Gli alessandrini mi hanno accolto molto bene, mi fa molto piacere.

E con la tifoseria che rapporto hai? Sicuramente la curva è una delle più calde del girone.
Si, devo dire che i tifosi grigi mi ricordano un po’ quelli del Cesena, anche lì la passione è tantissima. Per una città di provincia come Alessandria penso che la partecipazione sia molto buona, c’è un seguito davvero importante. Il fatto di avere una tifoseria che si fa sentire così tanto aiuta anche noi giocatori in campo. Speriamo di riuscire a contagiare tanta altra gente, in modo da poter riempire ancora di più il “Moccagatta”.

Sei qui da otto mesi ed hai già cambiato tre allenatori. Quali differenze hai notato tra i tre mister, soprattutto per ciò che riguarda lo spogliatoio e i rapporti umani che si erano instaurati?
Credo che lo spogliatoio lo facciano prima di tutto i giocatori, il mister incide di più su quello che avviene in campo. Penso che l’arrivo di Gregucci, nel gruppo, abbia cambiato le cose a livello caratteriale e tattico. Scienza dava più libertà ai giocatori, caratterialmente era l’opposto di Gregucci. D’Angelo era una via di mezzo tra i due (sorride, n.d.r.). Secondo me ognuno ha il suo stile, Scienza e D’Angelo sono un po’ più giovani, professionalmente parlando, Gregucci è più esperto. Credo però che tutti e tre siano professionisti di grande valore. Ognuno ha i suoi metodi, ma questo non significa che ce ne sia uno più corretto di un altro. Con Scienza ad inizio campionato abbiamo faticato tanto ma, come ho già detto nei giorni successivi al suo esonero, tutte le squadre nel corso della stagione vivono un periodo negativo; probabilmente il nostro è stato proprio quello con Scienza in panchina. Ora però dobbiamo guardare avanti; comunque penso che le responsabilità siano state anche nostre.

Cosa significa per te essere capitano dei grigi?
È una cosa molto importante, perché essere scelto come capitano dopo solo quattro/cinque mesi vuol dire che la società e i compagni hanno molta fiducia in me. Ormai sono “grande” e in questi anni che mi rimangono di carriera vorrei portare l’Alessandria su campi più prestigiosi. So che il presidente può portare la squadra a traguardi importanti; non so se ora o più avanti, ma vorrei essere ancora io il capitano quando arriverà quel giorno.

Invece parlando di te come giocatore, quali qualità e quali difetti ti riconosci?
Una delle mie qualità, venendo dal calcio argentino, penso che sia la giusta aggressività in campo. A volte, però, questo diventa anche un difetto quando non riesco a mantenere la lucidità necessaria. Crescendo però credo di essere migliorato sotto questo aspetto; da giovane ero molto più “cattivo” (sorride, n.d.r.).

Hai dei modelli di riferimento?
Come difensore ho sempre ammirato moltissimo Walter Samuel. L’ho conosciuto di persona quando sono arrivato in Italia. È una persona molto decisa sul campo ma allo stesso tempo riflessiva, non parla molto ma fa tantissimo.

Hai giocato in tutte le tre serie del professionismo italiano. Al di là delle ovvie differenze tecniche, quali sono secondo te le principali particolarità di ogni categoria?
Credo che tra Serie B e Lega Pro non ci siano grosse differenze, il livello tecnico è molto simile, ma dalla B alla A c’è veramente un salto molto grosso, praticamente un altro mondo. In tutti gli aspetti, a livello mediatico, sponsor, ecc. Infatti non mi sorprendo quando vedo squadre di C vincere il campionato e poi fare molto bene anche in B, magari addirittura riuscendo a salire in A, vedi Carpi, Frosinone, Novara. Una volta saliti nella massima serie, però, per certe realtà si fa davvero dura.

Quali differenze noti tra il calcio sudamericano e il calcio italiano o europeo più in generale?
Nel calcio sudamericano c’è sicuramente meno tattica, si gioca più a tutto campo, si cerca di fare più possesso palla e meno verticalizzazioni. Però su altri aspetti il calcio italiano è molto simile al calcio sudamericano; infatti molti calciatori argentini che arrivano in Italia si adattano in fretta. Molti ex giocatori del Sud America che hanno trascorso qualche anno in Italia e che ora fanno gli allenatori in patria hanno esportato diversi concetti tipici del calcio italiano. In Argentina, però, i giovani di talento arrivano in prima squadra molto prima e più facilmente, a volte già a 16/17 anni.

Tifi per qualche squadra in particolare del campionato argentino?
Da ragazzino tifavo per il Boca, poi con gli anni la passione è diminuita. Ora simpatizzo per il Tigre, la squadra con cui ho debuttato nella serie A argentina.

Sei ancora molto legato al tuo Paese? Pensi di tornare in Argentina a fine carriera?
Si, sono molto legato al mio Paese perchè tutti i miei parenti sono là. Sinceramente al momento non so se tornerò; da otto anni sono in Italia ed è dall’età di 14 anni che sono lontano da casa. Comunque vado spesso in Argentina, di solito almeno un mese durante la pausa estiva, per stare vicino ai miei genitori. Però l’Italia mi piace tantissimo. Qui tutti si lamentano della crisi, ma se faccio un paragone, là in Argentina le cose vanno decisamente peggio.

Sconfinando un attimo dall’argomento calcio, riesci a seguire in qualche modo le vicende politiche del tuo Paese?
Si, cerco di tenermi sempre aggiornato. Ora ci sono le elezioni e sono convinto che l’opposizione vincerà perché l’Argentina ha bisogno di cambiamento. Nei primi tre/quattro anni dell’attuale governo sembrava quasi fosse arrivata un’effettiva ripresa, ma poi è iniziato un nuovo calo che ci ha allontanati sempre di più da una crescita paragonabile a quella di altri Stati come Cile o Brasile. La povertà negli ultimi anni è aumentata e tante cose a livello sociale non vanno bene.

Questa tua considerazione fa sorgere quasi spontanea la successiva domanda. Molti giovani talenti del sudamerica molto spesso, già a 18/19 anni, si ritrovano catapultati in squadre europee molto importanti con compensi già piuttosto ricchi. Non è semplice quindi per questi ragazzi non perdere la testa, rischiando di farsi tentare dai vizi della “bella vita”…
Credo che la gran parte dei calciatori che arrivano sin da giovanissimi nei campionati più importanti del mondo, in fin dei conti, siano ragazzi con la testa a posto. Sono pochi quelli che non riescono a condurre una vita regolare. Certo, l’educazione penso sia molto importante per avere una buona base. Parlando dei giovani argentini, molti hanno alle spalle situazioni famigliari non facili e con i soldi guadagnati cercano di aiutare genitori e parenti. Quelli cha sanno cosa vuol dire non avere niente s’impegnano ancora di più per garantire benessere ai propri cari rimasti in Sud America. Mi viene in mente Tevez; è cresciuto in un quartiere molto problematico, eppure ora è un esempio di professionismo. Poi conta tanto anche la gente che hai intorno, che a volte non ti aiuta ed anzi cerca di sfruttarti.

C’è un giocatore italiano che ti ha colpito in particolar modo tra quelli contro cui hai giocato?
Appena arrivato in Italia sono stato per tre mesi ad Udine e devo dire che Di Natale mi ha davvero impressionato. Ha dei colpi da autentico fuoriclasse, e non riesco a capire come mai non sia arrivato a firmare per qualche squadra di prima fascia. In Serie A comunque potrei farti una lista lunghissima (sorride ancora, n.d.r.). Ai miei tempi ogni squadra aveva il suo fuoriclasse. Ho giocato contro la Juve di Del Piero, il Milan di Kakà, Pato e Inzaghi, l’Inter era ancora quella di Figo e Ibrahimovic. Nei primi due anni qui in Italia c’erano sette-otto squadre tutte molto forti. La situazione ha iniziato a cambiare dal 2011-2012, però secondo me quest’anno il livello si è alzato di nuovo.

Fuori dal campo che tipo di persona è Santiago Morero?
Sono un tipo molto tranquillo, mi ritengo un amante della campagna, dove mi sento più a mio agio rispetto alla città. Mi piace stare in famiglia e passare del tempo con i miei bambini. Spesso organizziamo le giornate in base ai loro bisogni. Ho l’hobby della pesca, ma ho troppo poco tempo a disposizione. Fuori dal campo, ripeto, sono una persona abbastanza tranquilla, insomma, ci vuole un po’ per farmi arrabbiare…

Qui ad Alessandria hai degli amici? E in Argentina?
In Argentina ho ancora tanti amici di infanzia, però ho girato parecchio, perciò coltivare le amicizie non è semplice. Comunque in ogni posto in cui sono stato mi sono fatto degli amici ed ho lasciato buoni ricordi. Secondo me, però, di veri amici in questo tipo di ambiente è difficile trovarne.

L’obiettivo di quest’anno è quasi inutile esplicitarlo. Cosa si può ancora migliorare per arrivare senza grosse difficoltà quantomeno ai play off?
La nostra è una squadra che rispetto alla scorsa stagione è cambiata parecchio. Della squadra allenata da mister D’Angelo nella formazione titolare siamo rimasti in pochi. Sicuramente ci servono quei tre-quattro successi di fila che ti possono aiutare a creare quell’entusiasmo interno del gruppo che poi ti spinge anche sul campo. Sappiamo quali sono i nostri punti deboli e ci stiamo lavorando. Se nei prossimi due-tre mesi riusciremo a mantenre il passo delle prime, sono convinto che poi lotteremo al vertice fino all’ultimo.

Con chi ce la giocheremo secondo te? Quali sono le squadre meglio attrezzate per la promozione?
Vedo molto bene Cittadella, Pavia e Bassano. A mio parere, però, la squadra più forte è la Reggiana; l’ho incontrata già l’anno scorso (a Grosseto, nel girone B) ed erano già molto forti, quest’anno si sono rinforzati perciò sarà dura con loro.

Pensando al futuro, ti piacerebbe rimanere nell’ambiente? Magari come allenatore…
Mah, mi piacerebbe restare nel mondo del calcio, ancora non so se come allenatore o con un altro ruolo. Se deciderò di tornare in Argentina, mi piacerebbe fare qualcosa là per qualche società importante, magari come osservatore.

Guardandoti indietro, hai qualche rimpianto?
No, direi proprio di no. Sono contento di quello che ho avuto. Certo, a volte ripenso ad alcune situazioni in cui forse avrei potuto dare di più, però tante altre volte mi rendo conto di essere stato molto fortunato, anche solo per il fatto di non aver mai avuto grossi infortuni. Nella vita si fanno delle scelte; passato del tempo ha poco senso rimpiangere le occasione perse. Meglio concentrarsi sulle sfide future.

Intervista a cura di Alessandro Francini e Giorgio Barberis (Foto di Gianluca Ivaldi)

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