Richiedenti asilo: nessuna invasione, ma il modello non funziona
Praticamente a ogni ritorno del bel tempo, con il mare più calmo, proseguono gli arrivi di persone disperate che dalla Libia cercano un futuro migliore approdando sulle coste italiane, e da lì alcuni di loro finiscono sul nostro territorio. Quanti sono? Dove si trovano? Che futuro li attende? Il modello attuale di accoglienza è l'unico possibile?
Praticamente a ogni ritorno del bel tempo, con il mare più calmo, proseguono gli arrivi di persone disperate che dalla Libia cercano un futuro migliore approdando sulle coste italiane, e da lì alcuni di loro finiscono sul nostro territorio. Quanti sono? Dove si trovano? Che futuro li attende? Il modello attuale di accoglienza è l'unico possibile?
ALESSANDRIA – I numeri parlano da soli: sebbene rispetto a questa estate la quantità di richiedenti asilo in provincia sia raddoppiata, l’impatto a livello provinciale resta (per ora) praticamente nullo, poco più di 800 persone su una popolazione complessiva di circa 430 mila abitanti. Non c’è stato nessun allarme sanitario che abbia trovato riscontro, e, al di là di qualche episodio di tensione e malcontento, non si sono registrati particolari problemi di ordine pubblico in provincia. Il programma di accoglienza è dunque un successo? A guardar bene i dati, parrebbe non essere proprio così. Proviamo a spiegare perché.
Dove sono i richiedenti in provincia?
Costruire una mappa precisa non è per nulla semplice. Dei circa 840 richiedenti asilo attualmente presenti sul nostro territorio, dopo essere approdati fortunosamente sulle coste italiane direttamente dalla Libia, almeno un terzo ha trovato accoglienza nel capoluogo, ospiti nella stragrande maggioranza dei casi di cooperative e associazioni (con il Soggiorno Borsalino in testa nella graduatoria delle assegnazioni, con decine di richiedenti asilo ospitati in alloggi fra Alessandria, Oviglio, Tortona e Novi Ligure).
Gli altri sono stati ripartiti fra i restanti centri zona, con differenze anche significative di distribuzione (140 nel novese, una quindicina nell’ovadese, almeno un’ottantina nel casalese, una quarantina nel tortonese, meno in altre zone, come per esempio Valenza). I dati restano vaghi, perché in continuo aggiornamento: “gli arrivi sono costanti, quando il tempo è buono riprendono gli sbarchi sulle coste siciliane, e da lì alcuni richiedenti asilo giungono poi fino a noi” – spiegano dalla Prefettura. “Il punto è che il lavoro di redistribuzione sul territorio è costante, con l’obiettivo di mantenere il più possibile vicine le persone appartenenti a culture più compatibili e con rapporti migliori fra loro. Proseguiamo a lavorare sul territorio perché l’accoglienza sia il più possibile diffusa, senza alcuna concentrazione in tendopoli, ex caserme, colonie, o altre strutture che ne prevedrebbero l’assembramento, così come già ribadito in passato. Non è un modello umano, non aiuterebbe l’integrazione e sarebbe difficilmente sostenibile”.

Come detto, in provincia di Alessandria ad occuparsi di accoglienza è prevalentemente il terzo settore, vale a dire cooperative e associazioni. Finora non sono state fatte assegnazioni in bando a privati cittadini, come invece avvenuto altrove. Sono coinvolti nelle assegnazioni alcuni istituti religiosi e in un caso, a Tortona, l’amministrazione comunale in prima persona. L’accoglienza è iniziata ufficialmente con l’apertura del primo bando da parte della Prefettura, che gestisce sul territorio l’emergenza (era il 9 luglio 2014). A questo ne sono seguiti altri due, ma anche assegnazioni di persone richiedenti asilo extra bando, a seconda del livello di urgenza e del numero di persone arrivate.
Il criterio dell’assegnazione è quello dell’offerta più vantaggiosa, con una base che parte da 35 euro a persona, e che può essere via via ribassata. Nell’ultimo bando alcune assegnazioni si sono concluse a 31.5 euro a testa per persona ospitata. Con questa cifra (erogata direttamente dal Ministero, sulla base di accordi europei) la cooperativa o l’associazione deve provvedere a tutto: dal pocket money, cioè il denaro che viene dato direttamente in mano al richiedente asilo (2,5 euro al giorno) fino agli alimenti, ai vestiti, all’alloggio, al riscaldamento, ai corsi di italiano e all’assistenza sanitaria e legale, indispensabile lungo l’iter che li porterà a vedere la propria domanda accolta o respinta. Ed è proprio qui che sul nostro territorio, come altrove, il meccanismo dimostra di avere i problemi maggiori.

Uno degli elementi di maggior criticità è sicuramente quello relativo alla fase immediatamente successiva a quella della prima accoglienza. Prima di poter essere ascoltati dalla commissione che deve valutare la storia di ciascuno, e decidere se concedere o meno l’asilo, in media passano mesi. Molti degli operatori delle cooperative hanno denunciato, un po’ da tutti i territori, la poca omogeneità di giudizio dimostrata dalla commissione esaminatrice, con l’effetto che ottenere o meno il permesso di rimanere legalmente sul territorio italiano finirebbe per essere una specie di lotteria. Dal 1° gennaio 2015 al 31 maggio scorso in provincia hanno ricevuto una risposta dalla Commissione territoriale 738 persone, e di queste 122 hanno ricevuto lo status di rifugiato, 72 di protezione sussidiaria, 177 di protezione umanitaria, mentre in 349 casi la domanda di protezione internazionale è stata rigettata. Le tre nazionalità principali dalle quali giungono le richieste sono Mali (138), Nigeria (132) e Gambia (92). Per avere qualche chance in più le persone cercano a volte di farsi passare per abitanti di una zona direttamente interessata da un conflitto, rallentando le attività di identificazione e le successive procedure.

Secondo la legge avrebbe diritto a fare ricorso contro il diniego, ma la verità è che anche in questo caso molto dipende dal buon cuore del giudice, che può o meno applicare una sospensiva in caso di ricorso: se non viene concessa, ed è discrezionale, la persona, pur con un ricorso ancora attivo, non ha più diritto di rimanere nella comunità che lo sta accogliendo, con tutte le conseguenze del caso (anche legali, non solo per la persona ma anche, in teoria, per la struttura che volesse decidere di mantenerla come ospite nonostante il diniego, pur non percependo più il sussidio previsto). “In effetti siamo di fronte a un buco normativo che andrà colmato – confermano dalla Prefettura – e ad oggi ci sono situazioni particolari con molti richiedenti asilo sospesi in un limbo fra legalità e illegalità”. E’ così già capitato, per esempio nell’alessandrino, che richiedenti asilo ormai in Italia da più di anno, che nel frattempo hanno imparato la lingua e trovato lavoro, siano stati costretti a lasciarlo perché venisse loro negato l’asilo: da perfettamente integrati a irregolari sul nostro territorio nel giro di qualche ora.

Il Ministero dell’Intero ha un secondo modello attivo di accoglienza sul territorio, chiamato Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Da poco è stato pubblicato sul sito www.sprar.it il nuovo bando, dedicato alle pubbliche amministrazioni e destinato a creare 10 mila posti di accoglienza che vadano al di là della semplice logica dell’emergenza e siano capaci di creare percorsi d’integrazione che prevedano un inserimento delle persone accolte nel tessuto socio-economico delle città di destinazione.
Un esempio in questa direzione è rappresentato dal Piam, una onlus che in collaborazione con il comune di Asti già da tempo ha avviato un percorso Sprar. In questo modello l’accoglienza viene facilitata da un’associazione, costituita da italiani e migranti, ma fisicamente viene svolta direttamente da famiglie selezionate, che possono aiutare concretamente le persone ad integrarsi e stringono con loro un patto, riuscendo a fornirsi un aiuto reciproco. A raccontare come funziona è Alberto Mossino, referente dell’associazione, che spiega: “sulle 62 famiglie che ospitano in questo momento i migranti ad Asti, una cinquantina sono straniere, perché l’accoglienza spesso funziona meglio nelle famiglie di immigrati di seconda generazione. Con gli italiani accade più spesso che si tirino indietro, perché le aspettative sono alte e la realtà è più complessa dell’ideale iniziale di accoglienza. Mentre tra connazionali, o originari di Paesi vicini, è tutto più immediato. Si hanno le stesse usanze, anche alimentari, e l’integrazione nel tessuto sociale è più rapida”. Ma c’è anche un altro aspetto da sottolineare: l’accoglienza diffusa si può trasformare in strumento di supporto al welfare: da una parte il rifugiato smarrito, dall’altra famiglie massacrate dalla crisi, che magari sono in Italia da 10 anni ma per tanti motivi rischiano l’emarginazione e lo sfratto e per le quali 400 euro al mese possono dare una grossa mano.