Ero il sarto della Cittadella: un’esperienza indimenticabile
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Ero il sarto della Cittadella: un’esperienza indimenticabile

Con l'aiuto di Enrica Balza, volontaria del Fai, incontriamo Perna Cuono, sarto in Cittadella nei primi anni 60. Con loro ripercorriamo tanti episodi curiosi, dalle regalie pretese dai superiori fino agli episodi di nonnismo in caserma, passando dalla disposizione dei servizi all'interno della fortezza e ai trucchi per uscire la notte anche se si era stati consegnati

Con l'aiuto di Enrica Balza, volontaria del Fai, incontriamo Perna Cuono, sarto in Cittadella nei primi anni 60. Con loro ripercorriamo tanti episodi curiosi, dalle regalie pretese dai superiori fino agli episodi di nonnismo in caserma, passando dalla disposizione dei servizi all'interno della fortezza e ai trucchi per uscire la notte anche se si era stati consegnati

RACCONTI DALLA FORTEZZA – Artigliere della Prima Compagnia per 18 mesi, dal 1962 al 1963, proveniente dal CAR di Brescia, di cui la Cittadella era un distaccamento, Perca Cuono inizia il suo racconto sottolineando come “se i giovani facevano il servizio militare, si occupavano posti di lavoro”. Ricorda che “si era puniti per motivi che oggi sembrano futili, ma che dimostravano la disciplina: ad esempio, le calze di un colore diverso erano fuori ordinanza. Ci si aiutava cancellando i nomi registrati in bacheca dei “consegnati” per mancanze non gravi. Fino a quando, un giorno, un caporale fece la spia per mettersi in mostra con i superiori. Le spie erano condannate dai commilitoni al gavettone: un bidone di 200 litri pieno di “tutto”, acqua sporca, urina… rovesciato addosso. Gli autori rischiavano il carcere militare di Gaeta. Però c’era molto rispetto per chi faceva il proprio dovere”.

“Il refettorio era nella caserma Monte Santo – ricorda, passeggiando oggi per la Cittadella – Il pranzo era buonissimo, il pane era cotto nei nostri forni ma non si facevano più le famose gallette. Lo spaccio era nell’attuale magazzino del vestiario. Non si vendevano panini ma caffè, sigarette, merendine. Per l’acquisto bisognava avere i soldi e molti ragazzi, soprattutto del Sud, preferivano spedirli a casa”.

Spiega Perna: “Io ero il sarto e, come il barbiere, accettavo la mancia per le riparazioni. Un giorno incontrai il cuoco che indossava i miei pantaloni. Me li aveva rubati e negava. Io li riconobbi perché per lui erano corti, li avevo rifiniti con maggior precisione e sotto la tasca avevo cucito il mio nome. Fu costretto a restituirmeli. In caserma avevamo in custodia molti oggetti, che andavano poi resi. Chi smarriva qualcosa, per non doverlo ripagare, spesso cercava di sottrarlo a chi l’aveva, fra i commilitoni. A me rubarono anche la maschera antigas, ma per fortuna la ritrovai nascosta fra le camerate”. 

“Solo perché aveva scoperto che ero fidanzato – prosegue Perna nel suo fiume di ricordi sulla vita in Cittadela – il Capitano mi obbligò a confezionargli così tanti abiti civili e adattato così tante divise che ne ha avuto a sufficienza tutta la vita. La moglie aveva un negozio di stoffe, mi faceva tagliare i modelli e poi li faceva cucire da sarte e vendeva i vestiti a clienti molto eleganti.”

Si orienta perfettamente passeggiando tra le caserme e la piazza. “Nella caserma Beleno c’era la scuola serale per prendere la licenza elementare. Dall’ingresso laterale si poteva accedere alla scuola sergenti e all’infermeria. Sul retro vedevamo la mensa ufficiali ma non potevamo entrare. All’ingresso principale c’era l’insegna del reggimento che ora non c’è più e mi dispiace. La prima compagnia aveva la sede nella caserma Monte Grappa; all’angolo c’era la Fureria, dove andavamo a ritirare i permessi per prendere la legna da portare negli uffici. Le camerate non erano riscaldate. Sopra era situato il magazzino cibo e vestiario, dove andavamo a fumare e scaldarci.

Eravamo circa 250 militari e, a turno, di notte, montavamo la guardia alla polveriera che era vuota (così ci dicevano!). C’erano due garitte, una vicino alla porta e una alla finestra. I mezzi della sussistenza erano alloggiati nei magazzini, dove era anche possibile ricaricare le batterie dei camion.
Mi ricordo una grande cisterna come riserva d’acqua, i bagni all’ultimo piano e il maresciallo che provvedeva alla distribuzione di sapone, dentifricio, crema e pennello da barba, lucido e spazzola per le scarpe. Ognuno si lavava la biancheria personale.”

Il Sig Perna continua il suo racconto con tanti ricordi flash, alcuni molto divertenti: “le reclute, soprattutto di notte, dovevano stare attente agli scherzi da parte dei vecchi: il più comune consisteva nel farle marciare in mutande, canottiera , cravatta, senza camicia ma con il fucile in spalla.
In cucina, due cuochi, napoletani come me, mi preparavano certi sfilatini, con più carne che pane e con la carne migliore. Passeggiando tra la caserma Bainsizza e la Giletti ho conosciuto un barbiere di Pompei, sempre della mia zona, con il quale siamo diventati subito amici.
Il bastione San Michele, il più fresco, era il deposito del vino per i militari con tante, tante, tante bottigliette da mezzo litro.

La Porta d’Asti non aveva il ponte levatoio. A destra, una grande camera ospitava il laboratorio del calzolaio (ci mostra la disposizione precisa del deschetto n.d.r.), invece la Porta Reale aveva 2 garitte.
Il trombettiere suonava la tromba ad ogni ora con gli squilli corrispondenti, come l’orologio del campanile. Tra i ricordi brutti, che però fanno parte del mondo della Cittadella, penso alla nebbia, così scura e bagnata che sembrava che piovesse e alle 6 del mattino, durante la marcia, si sentiva solo parlare ma non si vedeva nessuno , il pastrano teneva caldo ma pesava.
E poi, l’orrore per la quantità spaventosa e le dimensioni impressionanti di topi e bisce che si trovavano dappertutto, non solo all’aperto, anche nelle camerate. Per fortuna non avevamo cimici e pidocchi.
Nonostante ciò sono contento di essere stato qui, un posto affascinante.”

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