La Cittadella? Ci ha sfamati! Allora sì che si lavorava davvero
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La Cittadella? Ci ha sfamati! Allora sì che si lavorava davvero

In questa nuova puntata dei nostri racconti dalla Cittadella, in collaborazione con il Fai Alessandria ed Enrica Balza, Elio Calcagno ricorda il lavoro svolto nella fortezza, autentica fortuna nei primi anni del secondo dopoguerra. E un pensiero va anche alle colleghe che lavoravano con lui…

In questa nuova puntata dei nostri racconti dalla Cittadella, in collaborazione con il Fai Alessandria ed Enrica Balza, Elio Calcagno ricorda il lavoro svolto nella fortezza, autentica fortuna nei primi anni del secondo dopoguerra. E un pensiero va anche alle colleghe che lavoravano con lui…

ALESSANDRIA – Ricordare la Cittadella vuol dire riportare alla mente gli anni del secondo dopoguerra, le fatiche legate alla fame prima del boom economico ed anche il ruolo salvifico che la fortezza ebbe per coloro che hanno avuto la fortuna di lavorare lì.

Elio Calcagno fu uno di loro, impiegato da civile presso i forni, ma stipendiato dai militari, come lui stesso ricorda con fierezza: “sono nato nel 1934. Vorrei raccontarvi la mia esperienza in Cittadella all’incirca nel 1952 e continuata trimestralmente per alcuni anni. Ero un dipendente civile, pagato dall’esercito che mi versava anche i contributi ed ero molto orgoglioso di avere un’attività, di guadagnare senza più pesare sui miei genitori, e non avevo ancora 18 anni. Ogni giorno mi recavo in bicicletta in Cittadella con la mansione di aiutante per cuocere le “gallette” per i militari di Alessandria e del CAR di Casale. Quintali al giorno, poi confezionate in cassette; uscivano dai forni durissime e profumate: ancora oggi mi chiedo come facessero a mangiarle. Cuocevamo anche il pane.
Lavoravamo a turni di otto ore: 6.00-14.00; 14.00-22.00; 22.00-6.00; eravamo circa 20 persone, di cui 6 o 7 panettieri, c’erano anche 2 o 3 donne, una molto carina di Oviglio. Ogni tanto, ancora oggi, mi reco in paese a cercarla ma non l’ho mai più incontrata. Il mio compito specifico consisteva nel portare i sacchi di farina necessari vicino all’impastatrice, un macchinario già all’avanguardia per il periodo.”

Altri tempi, come sottolinea quando parla delle necessità di spostarsi in bicicletta, solo successivamente diventata una passione, e del rispetto per il lavoro che veniva compiuto: “andavo a lavorare in bicicletta non per snob o per sport, ma perché il mezzo era solo quello: avevamo solo l’orgoglio dell’impegno e del lavoro svolto bene. Tanti i ricordi e, scusate ma non posso usare altro termine, tanti ‘calci nel sedere’ se non facevi il tuo lavoro per benino. In silenzio te li prendevi e ringraziavi comunque, felice di apprendere e lavorare. Un altro pensiero che ricorre è la serenità che aleggiava tra chi lavorava, il rispetto per chi ti era superiore, per chi ti comandava perché tu svolgessi bene il tuo lavoro.
Ricordi, ma anche rimpianti, un mondo che non c’è più, dove ho vissuto con impegno, dove le amicizie contavano, il rispetto era alla base di ogni rapporto”.

Anche questa è Cittadella, custode di ricordi che l’ailanto non deve riuscire a cancellare.
 

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