Quel tunnel per uscire di nascosto dalla Cittadella
Prosegue il nostro cammino alla scoperta della Cittadella più "segreta", raccontata dalla voce diretta di chi lì ha vissuto durante il servizio militare. Oggi è la volta di Umberto Biscussi che ci svela alcuni dei trucchi con i quali i ragazzi di allora riuscivano a eludere la sorveglianza per ricavarsi qualche "libera uscita" in più rispetto a quelle previste...
Prosegue il nostro cammino alla scoperta della Cittadella più "segreta", raccontata dalla voce diretta di chi lì ha vissuto durante il servizio militare. Oggi è la volta di Umberto Biscussi che ci svela alcuni dei trucchi con i quali i ragazzi di allora riuscivano a eludere la sorveglianza per ricavarsi qualche "libera uscita" in più rispetto a quelle previste...
ALESSANDRIA – Per la nostra rubrica “Racconti dalla Cittadella”, realizzata in collaborazione con la sezione alessandrina del Fai e grazie al lavoro di coordinamento svolto da Enrica Balza e dalla presidente Ileana Spriano, oggi incontriamo Umberto Biscussi, militare in Cittadella con tanti aneddoti interessanti da condividere. Ecco la sua testimonianza: “Ho vissuto in Cittadella per circa un anno, da settembre del 1958 a ottobre 1959, perché assegnato al Corpo Trasmissioni, con uffici nella palazzina delle trasmissioni, a fianco della caserma Beleno. Gli addetti alle trasmissioni erano un battaglione, cioè tre compagnie dislocate in 3 centri: 1 a Milano, 1 a Torino e 1 a Genova. Dipendevo da Genova, con sede staccata in Cittadella perché qui si trovava il Comando di Artiglieria. Con i 6-7 colleghi, al comando di un Colonnello o di un maresciallo, inviavo e ricevevo i dispacci da recapitare immediatamente al Distretto Militare, giorno e notte, 24 ore su 24, consegnati a piedi o in macchina, secondo l’urgenza e il “super riservato”.
“Usavo le ricetrasmittenti in alfabeto Morse e le prime telescriventi all’avanguardia (erano grosse!). Chi non le aveva trasmetteva e riceveva in Morse. I messaggi potevano essere in chiaro o cifrati ed erano consegnati nel segreto più assoluto, a cui tutti noi erano vincolati. I messaggi cifrati erano formati da gruppi di cinque che potevano essere lettere o numeri e solo i destinatari finali avevano il codice per interpretarli.”
“Davanti alla palazzina – racconta Biscussi – eravamo isolati, forse privilegiati, non partecipavamo alle esercitazioni, ci portavano il rancio dall’Artiglieria e il menù era uguale a quello degli artiglieri. Eravamo sempre in divisa. Potevamo indossare abiti borghesi solo in licenza. Nessuno poteva impedirci di uscire dalla Cittadella: a volte, volendo usare la jeep per la libera uscita, dal momento che l ‘Ufficiale di Picchetto non lo permetteva, mi presentavo con un telegramma piegato. Non poteva leggerlo e, non prendendosi la responsabilità di una dichiarazione di impedimento di consegna di dispaccio, mi lasciava andare. E così partivo velocemente mentre lui urlava.
Durante la libera uscita, mi toglievo il cappello e andavo a casa in Lambretta a Valle San Bartolomeo, anche se era fuori zona militare, che comprendeva la città con la prima periferia tra i ponti. I colleghi, miei complici, mi davano la possibilità di andare a casa spesso, io ricambiavo sostituendoli durante le feste natalizie e pasquali e, poichè abitavano lontano, potevano rimanere a casa qualche giorno in più. Era uno scambio di cortesie a vantaggio di tutti”.
Lo sapete che esisteva poi una via per passare al di sotto della Cittadella? Ecco la videointervista esclusiva con altri aneddoti da scoprire…