Un cognome speciale legato alla Cittadella
Dai documenti accuratamente conservati da Camillo Guastavigna apprendiamo come avvenivano nel 1700 gli espropri nel quartiere Bergoglio, al posto del quale sarebbe poi nata la Cittadella. Come si passa dal cognome Guasta a quello di "Guastavigna"? La storia è tanto curiosa quanto interessante...
Dai documenti accuratamente conservati da Camillo Guastavigna apprendiamo come avvenivano nel 1700 gli espropri nel quartiere Bergoglio, al posto del quale sarebbe poi nata la Cittadella. Come si passa dal cognome Guasta a quello di "Guastavigna"? La storia è tanto curiosa quanto interessante...
ALESSANDRIA – Dalle tante memorie raccolte da Enrica Balza, volontaria Fai, ce n’è una, perfettamente documentata, di straordinario interesse. A raccontare la sua storia è Camillo Guastavigna, discendente dei Guasta che vivevano sul sedime della futura Cittadella, nel quartiere Bergoglio. Ecco come avvenivano gli espropri dei terreni, e come a volte sia possibile ricostruire la nascita di un nuovo cognome. “Nella prima metà del 1700, la mia famiglia, che si chiamava Guasta, abitava nel quartiere Bergoglio ed era proprietaria terriera – racconta Camillo – Coltivava vigneti di cui non si conosce la superficie. Per procedere all’abbattimento del quartiere, finalizzato alla costruzione della Cittadella, l’amministratore incaricato dal governo espropriava i contadini delle loro proprietà, con ordine di rilascio entro la mezzanotte del giorno stesso, costringendoli ad abbandonare i raccolti ormai pendenti, quindi senza poterne usufruirne.
I miei avi, alla sera, raccolsero l’uva che stava maturando e poi distrussero la vigna, impedendo all’amministratore disonesto di vendere il prodotto e di guadagnare. La famiglia Guasta si trasferì a Bergamasco, dove abitavano e lavoravano alcuni miei fratelli. In paese furono riconosciuti con il cognome Guastavigna, proprio per la reazione avuta prima di abbandonare il quartiere”.
Camillo Guastavista ha anche svolto il servizio militare, in Fanteria nell’anno 1948, presso la caserma Pasubio (l’attuale sede del Fai) proprio in Cittadella.
“Dormivo in camerate da 100 letti, singoli o a castello, di legno, con sottili materassi di lana – ricorda Camillo -Cuscini, coperte e lenzuola erano lavati dalla caserma, mentre ognuno doveva lavarsi la biancheria personale. Al mattino facevamo il “cubo”, cioè piegavamo lenzuola, cuscino e coperte.
La giornata era così organizzata: sveglia alle 6.00, un’ora di tempo per lavarsi e fare colazione; poi in piazza l’adunata per l’alzabandiera, istruzione per imparare a usare i moschetti, lavoro di ramazza, aiuti vari, ginnastica, marce. Il pranzo era alle ore 12 e la cena alle 18. Mangiavamo sotto una tettoia, tra la caserma della Cavalleria e la polveriera Santa Barbara. Libera uscita tutte le sere fino alle ore 22.00. Qualche soldato frequentava la “Casa Rossa”, subito al di là del ponte, dove le tariffe erano adeguate al rango: di prima classe riservata agli ufficiali, di seconda ai soldati, anche gli ingressi erano separati. Alla domenica il cappellano celebrava la messa sul piazzale. La cappella del Beato Amedeo era riservata agli ufficiali e all’ufficio del cappellano; vi si poteva accedere per farsi amico il sacerdote e prenotarsi come chierichetto per avere dei privilegi.
L’infermeria era ancora nella caserma Giletti e il medico faceva anche il dentista. Chi era malato davvero era ricoverato all’ospedale militare di via XXIV Maggio mentre chi fingeva veniva punito con un giorno di CPS (cella di punizione semplice) cioè si andava a dormire su un tavolaccio nella grande stanza di punizione sopra la porta Reale. Per colpe più gravi si finiva in CPR (cella di punizione di rigore), cioè l’obbligo di stare tutto il giorno in cella, punizione da scontare al termine del servizio di leva.

Dentro la caserma non era possibile farsi fotografare. Si andava dal fotografo, con studio vicino al ponte Tanaro, e ci si metteva in posa, ma mai con l’arma perché non si poteva uscire armati. Il caporale che voleva comandare più di tutti e si sentiva importante, controllava anche il taglio dei capelli. Veniva il barbiere, un civile, e, a pagamento, tagliava i capelli cortissimi, per pulizia e igiene. Nonostante questo i pidocchi continuavano a farla da padroni e ce n’erano tanti, tanti. Ognuno di noi prendeva i propri e li faceva saltare, contro quelli dei commilitoni, in vere gare di salto. Il pidocchio campione veniva graziato, gli altri concorrenti uccisi. La posta in gioco erano le sigarette in dotazione, raramente i soldi perché non ne avevamo. Giocavamo in camerata, anche se non era permesso, dipendeva dall’umore del caporale, o rideva o ci obbligava a smettere. Io ero fortunato perchè abitavo a pochi chilometri, quindi andavo a casa facilmente: il primo lavoro era tuffarmi nel mastello e spidocchiarmi.
Le reclute che arrivavano con i capelli lunghi erano immediatamente rasati gratuitamente. Barba e baffi erano ammessi ma, non essendoci specchi, facevamo la barba a occhio, con il rasoio a lama.
Ci lavavamo con l’acqua fredda, all’esterno, anche d’inverno, e mi ricordo di una latrina a rigagnolo vicino al bastione Sant’Antonio. Le latrine, comunque, erano sparse ovunque. I gabinetti erano dislocati in torrette dietro alle caserma Beleno, Bainsizza e Monte Grappa; veniva la “bonsa”, cioè il camion dello spurgo a svuotare, ma anche i contadini a prendere i liquami per concimare.
Noi non potevamo girare per la Cittadella, era tutta presidiata e dovevamo restare sempre nelle zone assegnate. Molti di noi venivano dall’Italia meridionale, dal Veneto e da tutte le regioni. Tra di noi ci aiutavamo e ci difendevamo e nessuno faceva la spia”.