Se “lo Stato non ha vinto”, la cultura della legalità può combattere le mafie
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Alessandro Francini  
19 Settembre 2015
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Se “lo Stato non ha vinto”, la cultura della legalità può combattere le mafie

Una serata sulla legalità e sulla la cultura mafiosa nel nostro Paese, questo il tema del primo incontro della nuova stagione dei Giovedì Culturali. Tra gli ospiti il magistrato Antonello Ardituro e il presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi

Una serata sulla legalità e sulla la cultura mafiosa nel nostro Paese, questo il tema del primo incontro della nuova stagione dei Giovedì Culturali. Tra gli ospiti il magistrato Antonello Ardituro e il presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi

ALESSANDRIA – “Il mio grande desiderio da ministro del Governo Ciampi era che il primo giorno di scuola, in tutti gli istituti italiani, fosse tenuta una lezione sulla mafia”, dichiara il magistrato Fernanda Contri durante il convegno “Lo Stato non ha vinto – Riflessione sulla criminalità organizzata in Italia” che ha avuto luogo giovedì sera nella sede dell’associazione Cultura e Sviluppo. Di mafie e di camorra si è parlato nel primo appuntamento della nuova stagione dei Giovedì Culturali promossi dall’associazione alessandrina, ospiti della serata il magistrato Antonello Ardituro, autore del libro “Lo Stato non ha vinto – La camorra oltre i casalesi”, il presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Alessandria Mario D’Onofrio, in veste di moderatore Renato Balduzzi, costituzionalista e membro del Consiglio Superiore della Magistratura.

I soldi non hanno confini territoriali, – afferma Ardituro – quindi è importante che si porti una testimonianza sulla criminalità organizzata anche in quei territori lontani dalle terre di mafia e di camorra, dove però proliferano gli affari dei boss e delle cosche. Farlo tra 10 o 15 anni potrebbe essere troppo tardi”. La lotta alla criminalità come priorità dello Stato, una lotta che non si mette in atto solo con le forze di polizia e con la magistratura, ma che deve partire dalla coscienza del singolo cittadino, dai suoi atteggiamenti e consuetudini verso le istituzioni e la legalità.

In Italia, è innegabile, vige una latente quanto subdola tolleranza verso i fenomeni corruttivi, un cancro apparentemente inestirpabile che favorisce e rafforza gli interessi e la supremazia delle organizzazioni mafiose sul territorio. “Gran parte della responsabilità” spiega Ardituro a tale proposito “ricade sulla cosiddetta borghesia, quell’ampio ceto di mezzo di cui fa parte la classe dirigente di una società, composta da professionisti, imprenditori, politici, che ritiene la mafia “cosa loro”, con cui fare affare all’occorrenza per avere ricadute positive sulle proprie questioni personali, economiche o di qualsiasi altra natura possano essere”.

Un certo tipo di cultura dell’illegalità, quindi, più forte e più radicata in determinate zone e regioni d’Italia rispetto ad altre. Lo stesso presidente della Commissione anitmafia Rosy Bindi proprio pochi giorni fa è stato al centro di una polemica innescata dalla frase riferita alla realtà napoletana, una città in cui la camorra sarebbe certamente interpretabile come “un fatto costitutivo”. “Che la camorra sia parte integrante delle storia di quella città mi sembra ormai un’ovvietà. Una persona non può essere attaccata – sostiene la Bindi – perché dice una cosa ovvia. Può essere derisa, semmai, o presa poco sul serio, ma non attaccata. Con quella frase non volevo certo intendere che tutti i napoletani sono collusi con la camorra”.

L’ex presidente del Partito Democratico denuncia poi il clientelismo assai diffuso in una parte della politica italiana, sostenendo che “la politica clientelare abitua al sistema mafioso e ad essere interlocutori delle organizzazioni criminali, questo è un modo di fare politica che certamente non ha confini. La politica che risolve il caso personale ignorando il problema generale è però sentita più prossima, più vicina”. Anche per questo motivo, quindi, sono gli stessi cittadini ad essere chiamati “ad un senso di responsabilità e di consapevolezza”. Significativa la citazione con cui Ardituro chiude il suo intervento: “Gesualdo Bufalino diceva che la mafia si può vincere con un esercito di maestri elementari, non con un esercito di poliziotti e carabinieri”.

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