Il mistero del “cuore pulsante” della Cittadella
Home
Marco Madonia - marco.madonia@alessandrianews.it  
7 Settembre 2015
ore
00:00 Logo Newsguard

Il mistero del “cuore pulsante” della Cittadella

Prosegue il nostro lavoro di narrazione e riscoperta della Fortezza cittadina, in collaborazione con la sezione locale del Fai. E se l'orologio della Cittadella fosse quello dell'ex Cattedrale di Alessandria?

Prosegue il nostro lavoro di narrazione e riscoperta della Fortezza cittadina, in collaborazione con la sezione locale del Fai. E se l'orologio della Cittadella fosse quello dell'ex Cattedrale di Alessandria?

RACCONTI DALLA CITTADELLA – Proseguiamo la nostra rassegna di racconti riguardanti la fortezza alessandrina, un viaggio lungo la sua storia e la memoria di quelle persone che hanno donato parte della propria vita per conservarla e condurla fino a noi. Oggi è la volta di Claudio Ferrando, orologiaio, e della sua impresa: donare nuova vita al grande orologio oggi perfettamente funzionante e affacciato sulla piazza d’armi. Da dove proveniene? Quanto è stato difficile ripararlo? Scopriamolo insieme… 

“Quando si parla dell’orologio della Cittadella – ci racconta Claudio Ferrando – si devono immaginare due percorsi: uno storico ed uno tecnico/emozionale. Sullo storico, l’aiuto del professor Farello e del signor Trombin, mi portano a dire che è molto probabile si tratti di uno degli orologi collocati nell’ex Cattedrale diAlessandria, prima che la stessa venisse demolita nel 1803, in quanto sulla facciata esistevano due meccanismi, uno dei quali verrà collocato sul Municipio, insieme agli strumenti di data, luna etc. 

La mia è quasi una certezza, considerando che la costruzione dell’orologio è di scuola francese ed è stato posizionato in Cittadella tra il 1800 ed il 1850. Il movimento infatti ha il sistema di scappamento inventato dal francese Amant nel 1741, modificato nel 1751 da LePaute, con un numero di denti superiore (36) a quello del meccanismo in questione e nuovamente corretto in 20 denti, con 2560 oscillazioni/ora. Anche il sistema di oscillazione del pendolo è a pantografo come i Morbier, orologi da abitazione di quell’epoca. 

Il fronte della Caserma Giletti
– prosegue Ferrando – è stato modificato chiudendo una feritoia e lo scorrimento dei due pesi di trazione è stato ricavato da sedi di camini. Una possibilità circa l’origine dell’orologio è che lo stesso sia stato costruito da un piccolo artigiano fabbro della zona. Purtroppo non esistono quasi mai testi storico-tecnici per questi orologi, se non in rarissimi casi”. 
 


“Sulla parte che mi riguarda più da vicino invece, quella tecnica ed emozionale, ho molto da dire. La mia storia parte dal professor Farello che, tramite il FAI di allora, mi propose di dare un’occhiata ad un insieme di ferraglia che assomigliava ad un orologio. Durante un primo sopraluogo, siamo nel maggio del 2011, esaminai questa massa ferrosa arrugginita abbandonata in un angolo. Visto che in Francia e precisamente a Besançon, dove oltre al museo civico, in cui so che è esposto un orologio simile, esiste anche un’associazione di amatori di orologi, ne approfittai per andare a cercare altre informazioni tecniche”.

E’ però nell’estate avanzata che la vera sfida di Claudio Ferrando ebbe inizio, con la comunicazione alla dr.ssa Spriano, responsabile del Fai cittadino, dell’intenzione di tentare di rimettere in fuzione l’orologio. 

“Quello che non mi aspettavo – confessa Ferrando – è che avrei convissuto per un anno e mezzo con questo congegno, prima di riuscire a smontarlo, rimontarlo, e dargli in effetti nuova viva. Sono a abituato a lavorare su tanti tipi di orologi, dal piccolo, 1 cm circa, al grande da appartamento, parete o soprammobile e benché siano tutti uguali come concetto di funzionamento, presentano caratteristiche uniche ed inoltre non hanno mai lo stesso difetto, ma questo ha dimensioni che non hanno paragoni con le mie esperienze. A posteriori mi sembra strano aver passato diversi mesi a disegnare, progettare percorsi di lavoro, a studiare qual era la soluzione ottimale per procedere a questo tipo di riparazione”.

Siamo all’inizio dell’inverno quando – prosegue Claudio Ferrando – “mi faccio coraggio e con l’aiuto occasionale di Giuseppe Calamante, senza il quale non sarei mai riuscito in questa impresa, comincio a smontarlo, dopo aver provveduto a caricarlo su carrello a ruote per poterlo girare a mio piacimento. Qui entra il lavoro vero, smontaggio, solventi, abrasivi vari, lentamente appare il metallo originario, riduzione di alcuni consumi e controlli di pre-funzionamento continui per poter modificare il mio intervento di adattamento durante il percorso: inutile raccontare le centinaia di imprevisti intercorsi, calcoliamo solo che il trasporto dal meccanismo alle lancette esterne era rotto e ho dovuto ‘inventare’ un congegno che permettesse questa trasmissione senza modificare, correggere o stravolgere l’originalità iniziale e finale dell’orologio. Come si vede e soprattutto si sente durante il suo normale funzionamento – conclude con orgoglio Ferrando – si è riusciti nell’impresa. Sovente lo si nomina come il cuore della Cittadella, per il suo tic-tac, per la suoneria sulla campana esterna, con un grosso grazie al FAI ed a tutti quelli che mi hanno aiutato”.
 

Articoli correlati
Leggi l'ultima edizione