Due cuori e… un ponte
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Due cuori e… un ponte

Come nella migliore tradizione di ogni buona città di provincia che si rispetti, a maggior ragione trattandosi di dover scegliere tra due ponti: quello nuovo progettato dall’architetto Richard Meier e attualmente in via di sostituzione di quello vecchio gli alessandrini si sono coerentemente  schierati sulle opposte due sponde

Come nella migliore tradizione di ogni buona città di provincia che si rispetti, a maggior ragione trattandosi di dover scegliere tra due ponti: quello nuovo progettato dall?architetto Richard Meier e attualmente in via di sostituzione di quello vecchio gli alessandrini si sono coerentemente  schierati sulle opposte due sponde

OPINIONI – Come nella migliore tradizione di ogni buona città di provincia che si rispetti, a maggior ragione trattandosi di dover scegliere tra due ponti: quello nuovo progettato dall’architetto Richard Meier e attualmente in via di sostituzione di quello vecchio, il “Cittadella”, gli alessandrini si sono coerentemente schierati, fin da subito, sulle opposte due sponde. Da un lato quelli che apprezzano il nuovo corso architettonico senza riserve, mentre dall’altro coloro che, già in fase di abbattimento della storica infrastruttura che univa le due rive del Tanaro, erano e sono contrari alla moderna opera d’ingegneria in quanto inutile, affatto bella, non ecologica e assolutamente troppo costosa.

A questi vanno aggiunti, nemmeno pochissimi, i detrattori che – tanto per fare buon peso – sulla base di non meglio precisate competenze nazionalistiche in materia, lamentano il fatto che non si sentisse la necessità di affidare un incarico del genere a un professionista straniero, quand’anche di fama (alzino, però, la mano quanti sarebbero in grado di citare un’altra opera dell’americano), coi “tanti bravi progettisti che abbiamo in Italia”.

Sia come sia, le due posizioni – inconciliabili per vocazione, a similitudine della guerra senza quartiere tra i sostenitori di Gino Bartali e quelli di Fausto Coppi, oppure di quella che, nei vari processi televisivi, vede contrapposti gli innocentisti ai colpevolisti – sottendono in realtà un encomiabile, quanto tenero, attaccamento alla città. Non importa se si tratti del luogo nel quale quanti si schierano sugli avversi fronti d’opinione sono nati, né – più frequentemente di quel che si immagini – il posto in cui bambini si sono trasferiti insieme alla famiglia d’origine, oppure dove sono arrivati in cerca di lavoro da adulti, creando, o portando con sé, la propria.

Per tutti quanti si tratta, in ogni caso, di un profondo e sincero senso di appartenenza che si manifesta nell’attaccamento ai simboli cittadini – più efficaci, dove esistono, proprio quelli architettonici – vissuti in maniera identitaria, appassionata e personalissima, ma sempre oltre i limiti dell’esagerazione, che spesso li porta addirittura a superare il senso dell’involontario ridicolo. In un accalorarsi, che tra il comico e il patetico (e senza che si provi imbarazzo nei confronti di chi vive dall’altra parte dell’Atlantico), in molti piccoli centri fa sì che ancora oggi si senta definire “grattacielo” un palazzo di… tredici piani.

E sempre con una partecipazione emotiva, come nel caso appunto dei ponti mandrogni, tale da far vivere a molti l’ex Cittadella con lo stesso trasporto provato dagli ungheresi per il Ponte delle Catene di Budapest, o ad altri, oggi, il costruendo Meier con lo stesso orgoglio manifestato dai cittadini di San Francisco all’inaugurazione del Golden Gate. In un consueto e annunciato, quanto innocuo, crescendo di interminabili polemiche paesane e (spesso strumentalizzate) lotte all’ultimo slogan, come bene ricorderà chi ha vissuto le varie fasi dell’ormai realizzato appalto architettonico fin dal suo inizio. Diatribe quasi sempre da benevolo, per quanto accanito, Bar Sport, ma che forse non devono essere sfuggite neppure all’archistar statunitense quando, nel 2012, prese sentore del clima presente intorno al “Cittadella” ancora in piedi.

Spiegando le linee guida del suo progetto, infatti, in quell’occasione Richard Meier ritenne di dover precisare (con un’ironia che forse, allora, non era stata ben compresa da tutti) come il suo ponte, in fin dei conti, non si prefiggesse “soltanto di creare un collegamento fra una sponda e l’altra, ma di connettere fra loro le due parti della città”. E dei suoi due cuori in antagonismo perenne, of course…

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