Scritte e storie sepolte
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Scritte e storie sepolte

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta della Cittadella "segreta", raccontata da chi la ama, la studia, la protegge, la vive quotidianamente o l'ha vissuta in passato. Lo sapete che la fortezza custodisce più di 1500 graffiti dei militari che lì vi hanno soggiornato?

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta della Cittadella "segreta", raccontata da chi la ama, la studia, la protegge, la vive quotidianamente o l'ha vissuta in passato. Lo sapete che la fortezza custodisce più di 1500 graffiti dei militari che lì vi hanno soggiornato?

RACCONTI DALLA CITTADELLA – La storia legata alla Cittadella che raccontiamo questa settimana parla di un lungo lavoro di riscoperta portato avanti da Sergio Serafini, volontario e guida del Fai, che alla fortezza ha dedicato e continua a dedicare tempo e dedizione fuori dal comune.

La sua passione è quella di ricostruire la vita quotidiana che si trascorreva in Cittadella, andando alla ricerca dei segni lasciati dai soldati, raccogliendo vecchie foto e scattandole di sue: tantissime foto, se è vero che ha già immortalato più di 1500 “firme” lasciate dai militari che sono passati da lì. 

“Beccato” dai volontari del Fai mentre era intento a raccogliere materiale fotografico, è stato coinvolto ed è così diventato a sua volta guida in Cittadella, offrendo ai visitatori che lo desiderano il racconto di tantissimi aneddoti che hanno riguardato la struttura, tracce di storie di persone che lì hanno vissuto: storie di amori e di suicidi, di omicidi e di prigionia. 

Sapete come si organizzavano per il rancio i soldati in epoca savoiarda? E dove facevano i loro bisogni? Secondo voi tutti i mattoni della Cittadella sono uguali? E come si orientavano i soldati e i magazzinieri nella rete sconfinata di gallerie sotterranee? 

Scopriamolo insieme! 

 

Tutti conoscono i forni napoleonici che producevano pane per tante persone, ma prima in epoca savoiarda come si aggiustavano? Ogni caserma aveva nei sotterranei il proprio pozzo d’acqua e i propri piccoli forni per la panificazione (2 o 3 al massimo) che servivano esclusivamente a nutrire chi viveva in quella determinata caserma, attualmente sono ancora tutti pieni del fango dell’alluvione 1994.


Tutte le stanze, anche sotterranee e le gallerie erano numerate, in quanto si doveva sapere esattamente dove si metteva il materiale o chi viveva in quel determinato ambiente, erano molto ordinati (epoca Savoia). Ma anche in questi frangenti il grado fa la differenza, se nei locali destinati alla truppa i numeri, seppur gradevoli come caratteri, sono segnati isolati, mentre nei locali riservato al governatore e gli ufficiali (per intenderci dove ora c’è la mostra delle divise dei bersaglieri) i numeri sono tutti abbelliti con foglie o similari.


La differenza di costruzione in epoca savoiarda e in seguito quella francese la si può vedere da come venivano costruiti i muri. La tecnica Savoia (perché pensavano che le mura sarebbero state molto più robuste, seppur lo spessore oltre i mt.2,00) consisteva in uno strato di mattoni messi per il lato lungo e lo strato successivo messo per la parte corta. Mentre i francesi andavano sempre a stratificare i mattoni dal lato lungo sovrapponendoli.

Pochi mi hanno chiesto dove andavano i soldati per i propri bisogni fisiologici, in epoca Savoia appena costruita la fortezza, poi ci sono state molte variazioni. Gli orinatoi sono ancora ben visibili sistemati presso le porte, i passi carrai, agli angoli delle varie caserme (ora se ne vedono usati come fioriere vicino al ristorante della Fraschetta). Per i bisogni corporali solidi c’è un solo posto dove ancora si vedono i relativi buchi tondi scavati nella pietra che finivano in fosse “biologiche” e sono gli ultimi 8 rimasti e visibili.

Ho trovato più di 1.500 graffiti di soldati che segnavano il loro nome (spesso la località di provenienza e la data di leva, ma qui ci sarebbe da fare uno speciale solo per questo genere, sui mattoni, sui muri intonacati, sugli infissi). Bello lineare scrivere in stampatello durante un turno di guardia, magari di notte, non certo con un coltellino multiuso svizzero ma con la punta della baionetta per lasciare il proprio segno. Ma ho scoperto che le scritte più vecchie sono vergate in corsivo, l’unico modo di scrivere che apprendevano a scuola, per quanto ci andassero e graffitare in corsivo penso sia ancora più difficoltoso.

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