Mino, cala il sipario: degli otto licenziati in tre agiranno per vie legali
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Alessandro Francini  
6 Agosto 2015
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Mino, cala il sipario: degli otto licenziati in tre agiranno per vie legali

Tra la dirigenza Mino e una parte delle Rsu dello stabilimento è stato firmato l'accordo che sancisce la messa in mobilità di otto dipendenti. In cinque beneficeranno della buona uscita, tre faranno invece causa all'azienda

Tra la dirigenza Mino e una parte delle Rsu dello stabilimento è stato firmato l'accordo che sancisce la messa in mobilità di otto dipendenti. In cinque beneficeranno della buona uscita, tre faranno invece causa all'azienda

ALESSANDRIA – La triste telenovela è giunta ai titoli di coda: otto operai della Mino dalla prossima settimana entreranno a tutti gli effetti in mobilità. Cinque di questi neodisoccupati hanno deciso di accettare la buona uscita messa da tempo sul piatto dall’azienda, ovvero un anno a stipendio intero (indenntià prevista per legge, n.d.r.) oltre al naturale tfr, il supporto fornito da una società di “outplacement” per individuare eventuali possibilità di ricollocazione in altre aziende della provincia, più un’extra come “incentivo all’esodo” di 6 mensilità. I tre lavoratori che hanno confermato la volontà di impugnare il licenziamento attendono ora il mese di settembre per iniziare a muoversi in sede legale, l’iter sarà piuttosto lungo e dall’esito incerto.

L’accordo per il via libera alla procedura è stato firmato lunedì 27 luglio dall’amministratore delegato della Mino e da due dei tre rappresentanti delle Rsu dello stabilimento (non ha firmato il delegato della Confederazione Unitaria di Base). Il giorno successivo il documento d’intesa è stato presentato alla Direzione Coesione Sociale Settore Lavoro della Regione nel corso della riunione indetta dallo stesso ente regionale per valutare eventuali alternative al licenziamento, ulteriormente negate dai dirigenti della Mino presenti all’incontro.

Inizialmente i dipendenti ritenuti in esubero erano 12, ma 4 di loro sono stati successivamente “recuperati” con una riqualificazione interna in reparti differenti. Agli otto rimasti, proprio in questi ultimi giorni, si è aggiunto un altro dipendente che ha chiesto il pensionamento anticipato, accettato dalla dirigenza. “Non capiamo come mai sino alla fine delle trattative l’azienda abbia sempre negato la possibilità di chiedere il prepensionamento, – si domandano i rappresentanti sindacali Cub – adducendo motivazioni di varia natura più o meno plausibili. Ora, quando tutto ormai è stato deciso, questa richiesta viene accettata senza problemi. Sappiamo che diversi dipendenti sono ad un passo dalla pensione, se alcuni di loro in questi ultimi mesi avessero avuto la possibilità di chiedere il prepensionamento avrebbero liberato posti sufficienti per evitare il licenziamento di otto colleghi”.

La drastica presa di posizione dei dirigenti Mino nasce dalla volontà di chiudere definitivamente il reparto macchine e di rinunciare ad altri posti di lavoro ad esso collegati. Quello che pare abbastanza chiaro è che la produzione alessandrina verrà sacrificata a causa dei costi di gestione più convenienti della manodopera e dei macchinari impiegati nello stabilimento cinese.

Ieri, mercoledì 5, coloro che hanno accettato i termini dell’accordo si sono recati a Torino nella sede della Direzione Territoriale del Lavoro per mettere la propria firma sulla procedura di mobilità, decretando la fine della travagliata vicenda. La messa in mobilità degli otto dipendenti in esubero scatterà da questo fine settimana, ma solo in cinque beneficeranno dell’incentivo economico e del supporto per una possibile ricollocazione esterna; gli altri tre hanno coraggiosamente deciso di combattere sino in fondo la loro battaglia contro una decisione che non riescono in alcun modo ad accettare.

 

Si poteva fare di più?
Ci si domanda se, da parte di dirigenza e sindacati, davvero non si potesse fare qualcosa in più (maggiore collaborazione? Maggiore impegno nel cercare soluzioni alternative?)  per evitare questa specie di selezione innaturale, questa sorta di “mors tua vita mea” che, di fatto, ha caratterizzato tutta la vicenda e che ha costretto parte dei lavoratori coinvolti a dover affrontare scelte che in qualche misura si sono ritorte contro la volontà di altri colleghi. I licenziamenti di questo tipo, ovvero per motivi oggettivi riguardanti i piani aziendali, oltre al danno economico procurano a chi li subisce una ferita psicologica che solo il tempo e un eventuale (quanto fortunato di questi tempi) nuovo impiego possono rimarginare.
 
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