Nel cuore ferito del Nepal
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Nel cuore ferito del Nepal

Aiutare il Nepal con una spedizione umanitaria sembrava impossibile, per colpa della burocrazia. Ma Giorgio Pieri e Salvatore Belluardo non si sono lasciati fermare e sono partiti con i soldi in tasca. I bambini del distretto di Nuwakot hanno così potuto avere acqua pulita, divise e giocattoli. E per alcuni sono i primi di tutta una vita...

Aiutare il Nepal con una spedizione umanitaria sembrava impossibile, per colpa della burocrazia. Ma Giorgio Pieri e Salvatore Belluardo non si sono lasciati fermare e sono partiti con i soldi in tasca. I bambini del distretto di Nuwakot hanno così potuto avere acqua pulita, divise e giocattoli. E per alcuni sono i primi di tutta una vita...

LIFE – Abbiamo incontrato Giorgio Pieri, di Passo dopo Passo, all’indomani del suo ritorno dal viaggio che l’ha visto impegnato in Nepal, a favore delle popolazioni colpite dal sisma. Quando aveva deciso di partire, dopo la tragedia, lui e Salvatore Belluardo si aspettavano ben altro. Tanto per cominciare, il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di una spedizione umanitaria con il coinvolgimento di alcuni medici alessandrini e non solo. Tutto era partito spontaneamente: prima una telefonata, poi quattro parole con alcuni partecipanti e, in poco meno di una giornata, tutti erano coinvolti. Avrebbero rinunciato ai piani già organizzati, per partire per il Nepal, con tende da campo e tutto l’occorrente per portare aiuto concreto a chi, dopo la violenza del terremoto, non aveva più nulla.

Le cose non sono esattamente andate così…
No, purtroppo. Ci aspettavamo un’accoglienza a braccia aperte, invece ci siamo ritrovati davanti a un continuo palleggio di responsabilità e permessi. Avrebbero potuto esercitare solo i medici accreditati, e avere un accredito è quasi impossibile. Sarebbe quindi stato difficile – avremmo rischiato multe e galera, tanto per cominciare – e ci saremmo dovuti rendere invisibili o quasi. Un po’ un controsenso con l’obiettivo principale, quello di aiutare. Intoppi burocratici, tasse più alte, burocrazia ad ogni costo, con il solo obiettivo di tenere tutti fuori dal paese.
 

Si è così passati alle azioni mirate…
Esattamente. Salvatore già da tempo faceva serate per raccogliere fondi, noi abbiamo destinato quelli della serata sull’Africa. Di fatto, la cifra raccolta – più o meno diecimila euro – è frutto della solidarietà degli abitanti di Alessandria e Cremona. Con quei soldi nascosti in tasca siamo partiti…

Al vostro arrivo a Kathmandu cosa avete trovato? C’era chi vi aspettava?
La città è disastrata, soprattutto nella parte storica, ma abbiamo scelto di non fermarci lì, per arrivare in luoghi più isolati, in cui nessuno era ancora arrivato. Ad aspettarci c’era il dottor Rishi, un contatto che ci ha ospitato e spiegato come stavano le cose, grazie anche alla sua vicinanza con il governo. Da medico, accreditato come singolo e come associazione umanitaria, ci ha dato un grande sostegno e ci ha indirizzato verso Nuwakot, una zona di montagna fuori mano. La distanza era poca, circa quaranta chilometri: c’è voluto un pomeriggio per raggiungerla. 

Una volta nel distretto di Nuwakot, vi siete resi conto delle reali condizioni della zona.
Le case erano quasi tutte distrutte e comunque tutte inagibili. Il capovillaggio ci ha accompagnato a visitare qualche abitazione e noi abbiamo preso contatto con tutte le famiglie che abbiamo visitato. La tentazione di fermarsi ogni minuto, lo ammetto, era forte. La popolazione, poi, è estremamente ospitale e si è, purtroppo, già adattata alle condizioni in cui si è ritrovata a vivere. Si è passati da uno stato di povertà ad uno di miseria, e a dieci metri dalle case distrutte ci sono le baracche di lamiera.

Dove vivono le famiglie, a tre mesi dal sisma?
Inizialmente erano stati inviati tendoni, per creare delle tettoie improvvisate. Poi sono arrivate le tende, ma faceva troppo caldo. Alla fine è toccato alle lamiere, che danneggiavano il paesaggio già prima del sisma. Adesso, guardando la vallata, si vede un costante luccichio. Il guaio è che oltre ad essere, di fatto, invivibili per le temperature, le case di lamiera rischiano anche di provocare non poche intossicazioni: la cucina nepalese prevede un forno realizzato in casa, senza camino: se nelle abitazioni tradizionali il fumo passava dal tetto, filtrando, ora non è più così.
Com’è, il paese, all’indomani del terremoto?
Disastrato, in miseria. Quella dei fiumi, ad esempio, non è più acqua ma melma. I corsi d’acqua raccolgono tutto quello che trovano, compresi i cadaveri: la gente si lava comunque lì e da lì pesca. Se già prima la situazione era difficile, ora senza case tutti i problemi si amplificano. E il rischio concreto è che sparisca il turismo e con esso il lavoro: la maggior parte delle case erano guest house che ospitavano gli stranieri e davano lavoro a molte persone del posto. Poi sono franate le botteghe, le piccole realtà. Ora la metà delle case è crollata, l’altra inagibile…

Avete deciso di dare un aiuto concreto e mirato, per evitare di creare danni.
Sì. Il rischio di dare denaro ai singoli era di creare malumori e favoritismi e, concretamente, sprecare il denaro. La popolazione è, soprattutto nelle fasce più povere, molto attratta dagli status symbol che i turisti hanno esportato. Abbiamo continuato il cammino, ed il sindaco ed il maestro ci hanno portato sulla piana dove sorge la scuola. Lì ci hanno accolto i bambini e ci sono state spiegate le necessità. Il sogno era quello di una scuola nuova ma era una richiesta troppo costosa, anche per i prezzi del Nepal. Abbiamo chiesto quale fosse la situazione igienica e idrica e lì abbiamo capito la vera necessità: acqua.

Un’altra cosa indispensabile erano le divise dei bambini, giusto?
Esatto. I bambini erano tra i cento e i duecento e avevano abiti logori e consumati. Abbiamo pensato che un vestito – completo pantaloni o gonna e camicia – e uno zainetto con del materiale didattico sarebbe stato utile. Siamo andati in città, dove stavamo per comprare divise già fatte, ma uno dei nostri accompagnatori ci ha fermato. Comprando della stoffa, ci ha spiegato, avremmo ottenuto un prodotto più di qualità e, contemporaneamente, dato lavoro ai sarti del villaggio. Così abbiamo fatto: dopo i Monsoni verranno cuciti gli abiti (alcuni erano già stati realizzati, ndr) ad un costo pari a circa 2 euro. Le famiglie che non riusciranno ad affrontare la spesa saranno aiutate, mentre altre pagheranno il sarto in riso. Oltre a questo abbiamo regalato uno zainetto con matite, quaderni e colori, e alcuni giocattoli. Per alcuni bambini sono i primi di tutta una vita.

A creare qualche difficoltà, oltre al governo, c’è anche il carattere della popolazione…
Sì. Sono molto pacifici e spirituali – anche se non so se le condizioni attuali lo permetteranno a lungo. Però sono anche inclini all’abitudine, bisogna a volte scendere a ricatti in buona fede. Abbiamo spiegato loro che il nostro aiuto aveva bisogno del loro, per ottenere altri fondi: ci hanno promesso che avrebbero inviato foto dei lavori all’impianto idrico e dei bimbi con le divise. A suggerirci questo approccio è stato Fausto De Stefani, alpinista che da quindici anni gestisce una magnifica scuola a Kathmandu, nella quale raccoglie i bambini dei dintorni, cui permette di avere un futuro. Lui ci ha spiegato come fare a intrecciare una relazione di fiducia con gli abitanti e, soprattutto, ci ha confermato che i problemi sono, purtroppo, sempre gli stessi…

A proposito di futuro: tornerete in Nepal?
Sicuramente, anche se è impensabile precorrere i tempi. Non solo per una questione economica, eh. C’è bisogno che il governo lasci perdere l’ostruzionismo, per poter realizzare qualcosa. Nel frattempo noi rimpinguiamo le casse e ci teniamo aggiornati, per poter essere utili appena ci sarà la possibilità. Il dottor Rishi ci parlava di una prossima decisione del governo nepalese, che dovrà dettare uno standard per le scuole: pare che sia visto con favore un progetto ecosostenibile e a basso costo, di provenienza austriaca. I contatti ci sono e noi non li molliamo. Ci siamo focalizzati solo su una scuola, ma a guardar bene, ce ne sarebbero tantissime…

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