Rifugiati: “ma quale scabbia, ecco i veri problemi”
I rappresentanti del coordinanti per i rifugiati in città raccontano la storia vera del processo di accoglienza dei richiedenti asilo, dal primo soccorso fino al tentativo dintegrazione. Gli immigrati sono sani, ma con lo shock della guerra negli occhi. Per tanti di loro però, alla fine dei nostri sforzi per integrarli, arriverà un diniego a restare
I rappresentanti del coordinanti per i rifugiati in città raccontano la storia ?vera? del processo di accoglienza dei richiedenti asilo, dal primo soccorso fino al tentativo d?integrazione. ?Gli immigrati sono sani, ma con lo shock della guerra negli occhi. Per tanti di loro però, alla fine dei nostri sforzi per integrarli, arriverà un diniego a restare?
14:00 RETTIFICA – REFUSOSegnaliamo che per un refuso è stato scritto inizialmente nell’articolo (ora corretto) che il numero di persone affette da scabbia riscontrato durante i controlli dei richiedenti asilo era del 5%. Il dato corretto è invece ben più basso, cioè poco più dello 0.5% (vale a dire 5 casi su 800). Ci scusiamo per il refuso.
ALESSANDRIA – Parlano per fare chiarezza i rappresentanti cittadini del tavolo di coordinamento per l’accoglienza dei richiedenti asilo in città, composto da Comune, Croce Rossa, Ostello Santa Maria di Castello, Casa di Riposo Borsalino, Associazione Cambalache, Comunità San Benedetto al Porto e Coopertativa Coompany&.
Lo fanno per fugare false notizie che sono girate su alcuni media, e che hanno allarmato non poco i cittadini: “non esiste alcun problema legato alla scabbia in città, i migranti che arrivano qui sono sani. Appena 5 fra i profughi transitati sul nostro territorio nell’ultimo anno (circa 800 in totale) sono arrivati affetti da scabbia o pidocchi, cioè una percentuale più bassa dei casi che si possono riscontrare normalmente nelle case di riposo frequentate dagli anziani italiani.
Il vero problema è continuare a gestire il tutto secondo logiche di emergenza e non con procedimenti dettati dallo Sprar, il protocollo legato all’accoglienza che stabilisce percorsi certi per i migranti. Ci si trova così a vivere la frustrazione di lavorare a iter d’integrazione per persone che più o meno nel 50% dei casi vedranno le loro domande respinte, trasformandosi da possibili nuovi cittadini a clandestini, destinati comunque a restare sul territorio, non avendo gli strumenti giuridici per cercare fortuna altrove”.

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Durante la loro permanenza sul nostro territorio, le diverse organizzazioni accreditate presso la Prefettura per l’ospitalità (che avviene in appartamenti, ciascuno con un tutor di riferimento) seguono i profughi in ogni loro necessità, e per farlo ricevono una quota da parte del Ministero pari a circa 36 euro per persona ospitata, con la quale (al netto dei soldi lasciati in tasca direttamente ai migranti, cioè 2,5 euro al giorno) devono provvedere a ogni loro esigenza, dal pernottamento al vitto, dalle spese sanitarie al vestiario, dall’insegnamento della lingua italiana al supporto psicologico, dall’assistenza legale fino all’inserimento in progetti di stage formativi e possibile avviamento al lavoro. “Non vanno poi dimenticate le attività che i profughi intraprendono per integrarsi con la città e gli alessandrini, volontariato (che non deve essere lavoro forzato, perché i migranti non hanno nessun reato da scontare) e partecipazione alle attività e alle feste cittadine. Un caso emblematico – raccontano gli operatori – è per esempio quello del piccolo appezzamento di terra messo a disposizione della Chiesa di Santa Maria di Castello. Lo coltivano i profughi e il ricavato verrà donato a chi ne ha bisogno fra gli abitanti del quartiere”.
Qualsiasi tentativo d’integrazione viene però vanificato quando la domanda viene rigettata, più o meno il 50% dei casi finora verificati, con il risultato che da quel momento in poi i rifugiati finiscono in un limbo normativo: secondo il protocollo del Ministero hanno diritto a fare ricorso presso il Tribunale, ma nel frattempo devono lasciare le strutture di accoglienza. “Per loro servirebbe almeno un permesso umanitario di 6 mesi – spiegano gli operatori – così da consentire a chi lo desidera – tanti di loro – di lasciare l’Italia per cercare maggiore fortuna nel nord Europa. I problemi che oggi si stanno verificando a Ventimiglia sono legati proprio al fatto che i profughi non hanno nessun documento da mostrare che consenta loro di varcare la frontiera”.