Cinesi in città: l’integrazione è lontana. “Italiani? Lavorano poco…”
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Cinesi in città: l’integrazione è lontana. “Italiani? Lavorano poco…”

Si sta concludendo un percorso formativo sperimentale che in Piemonte praticamente non conosce eguali, finanziato dalla Regione e rivolto a commercianti che vivono in città. “C’è chi abita qui da 13 anni, gestisce un negozio, ma non conosce per nulla l’italiano”. Nelle nuove generazioni la possibile svolta

Si sta concludendo un percorso formativo sperimentale che in Piemonte praticamente non conosce eguali, finanziato dalla Regione e rivolto a commercianti che vivono in città. ?C?è chi abita qui da 13 anni, gestisce un negozio, ma non conosce per nulla l?italiano?. Nelle nuove generazioni la possibile svolta

ALESSANDRIA – Martina Pistarà non è una semplice docente di italiano per stranieri: ha una lunga esperienza professionale in Cina, nonostante la sua giovane età, e grazie a questa è perfetta per tentare “l’impresa” di insegnare l’italiano ai commercianti cinesi che vivono qui, in una comunità molto forte e piuttosto impermeabile all’esterno, dove i legami familiari e di aiuto reciproco sono fondamentali ma dove il lavoro viene sempre e comunque al primo posto, fagocitando ogni altro aspetto dell’esistenza, e la diffidenza nei confronti di chi non parla cinese resta piuttosto forte, anche se si tratta di un docente. Come vivono i cinesi che abitano in città? Cosa pensano di noi italiani? Lo abbiamo chiesto a lei, mediatrice privilegiata grazie alla sua conoscenza della lingua. Ecco cosa siamo riusciti a farci raccontare…

Martina Pistarà, com’è nato questo corso di italiano per cinesi, a chi è rivolto, e come si svolge?
Il corso è organizzato dall’ex CTP, ora CPIA (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti), grazie a un finanziamento regionale. L’obiettivo è offrire gratuitamente un corso di 50 ore ai commercianti cinesi che vivono qui e che ancora non conoscono la nostra lingua. L’importanza del progetto è evidente, se si pensa che alcuni di loro sono qui da più di 10 anni eppure sostanzialmente non parlano italiano per nulla, tanto che durante le lezioni capita spesso mi chiedano di tradurre loro i nomi dei prodotti casalinghi che hanno in negozio. A frequentarlo sono cittadini cinesi di Alessandria e che seguono il corso una volta alla settimana, dalle 20 alle 22, per 50 ore complessive. Il corso, che finirà la prossima settimana, è stato frequentato mediamente da una decina di persone, ma non sempre le stesse. Per chi lavora ininterrottamente dalle 8 del mattino alle 20 di sera non è semplice aggiungere ancora due ore di italiano a fine giornata.

L’impressione comune è che in città sia presente una comunità cinese ancora abbastanza impermeabile al rapporto con gli italiani, al di là dei contatti per ragioni commerciali. E’ così? Chi sono i cinesi che vivono qui?
La situazione ad Alessandria non è diversa da quelle di tante altre città italiane. L’immigrazione cinese nel nostro Paese è del tipo “a catena”, quando i precursori attirano poi altri connazionali che partono dalle medesime zone e comunità in Cina per giungere nelle stesse aree in Italia, così da darsi manforte. E’ un’emigrazione che non si basa sulla fuga da situazioni di guerra o da pericoli imminenti, ma dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita. I legami fra chi vive qui sono forti ed esiste una comunità coesa che si aiuta al proprio interno con reciproci favori e rapporti di scambio che proseguono per tutta la vita. I contatti con gli italiani al di fuori del lavoro in effetti sono ancora pochi, tanto è vero che difficilmente chi arriva qui da adulto riesce a imparare la lingua. Il discorso però cambia sensibilmente se si guarda alle nuove generazioni.

I genitori sono favorevoli che i figli si integri in Italia meglio di quanto non fanno loro?
Assolutamente sì. I figli sono un vero e proprio investimento per la famiglia cinese, che è felice di farli andare a scuola perché poi fungeranno anche da interpreti e potranno aiutare i genitori che non conoscono la lingua. In più l’integrazione dei figli è uno dei requisiti che i cinesi hanno per poter mantenere permessi di soggiorno in Italia: esiste un accordo di integrazione che prevede il raggiungimento di determinati punteggi e obiettivi come dimostrazione che è in corso l’integrazione. La partecipazione a corsi di lingua e di educazione civica fa parte di questo percorso, così come la regolare frequenza dei figli a scuola.
Chi fra i ragazzi cinesi è nato in Italia sviluppa poi naturalmente una propensione all’integrazione con i compagni di scuola e la società in genere molto maggiore, pur restando forti legami con la comunità. Discorso diverso è per i ricongiungimenti familiari: quando i bambini (o gli adolescenti) partono dalla Cina per raggiungere i genitori che già vivono qui i problemi d’integrazione ci sono eccome, perché occorre fare un salto doppio, con un cambio di cultura e di lingua davvero spiazzante. In più, se i genitori si sono trasferiti presto, devono ricostruire anche i rapporti con loro, perché spesso sono cresciuti solamente con i nonni e conoscono pochissimo i propri genitori.

I cinesi che si sono trasferiti qui lo fanno con l’obiettivo di tornare un giorno nel proprio paese, magari dopo aver accumulato un piccolo capitale, o la loro scelta dell’Italia è una decisione per la vita?
Tendenzialmente chi si trasferisce qui lo fa per rimanerci. Ai nostri occhi la vita che svolgono può sembrare fatta di pochissimi svaghi e di tantissimo lavoro, e in effetti è così, ma è comunque per tanti migliore di quella che facevano nel proprio paese. Chi si trasferisce affronta rinunce importanti, rassegnandosi a non vedere per anni i propri familiari che restano in Cina (ma ai quali invierà soldi con regolarità, e con i quali in alcuni casi ormai potrà comunicare con skype e le nuove tecnologie per la comunicazione a distanza) ma trova qui comunque una piccola comunità con cui costruire nuovi legami. In Cina nel tempo libero sono abituati a frequentare parchi e locali di svago, a cominciare dai karaoke, vera passione nazionale. Qui per loro gli svaghi sono molti meno. In più, per un tot di anni, praticamente tutte le loro energie sono spesso concentrare per ripagare il debito che hanno contratto con il datore di lavoro…

In che senso?
Capita spesso che chi vuole venire qui non abbia i soldi per farlo. I documenti, le spese di viaggio, il vitto e l’alloggio per i primi anni vengono quindi pagati dal datore di lavoro (sempre cinese) che finanzia il trasferimento del connazionale, il quale però contrae così un debito nei suoi confronti. I primi anni li passerà, giunto qui, quasi esclusivamente a ripagare quel prestito. Poi, col tempo, proverà ad aprire una propria attività, o comunque potrà disporre del proprio stipendio per intero.

Le dicerie sugli appartenenti alla comunità cinese sono molte, così come i pregiudizi. E’ vero che “i cinesi non muoiono mai” e che in caso di decesso si cerchi di scambiare il defunto con un nuovo immigrato per fargli avere i documenti in regola?
Alcune credenze o pregiudizi sono infondati, altri esagerati. Certamente c’è una certa disinvoltura nel gestire alcune questioni, per esempio di tipo fiscale, questo è innegabile. In caso di morte però il corpo, tramite l’ambasciata, viene rimpatriato, anche perché il Cina il culto degli antenati è importante e li si vuole avere vicini. Diciamo che può capitare che si scambino il lavoro, girando fra un negozio e un altro, a seconda delle esigenze, ma lo fanno solitamente restando nel proprio ambito professionale (per esempio un parrucchiere può passare da un negozio a un altro, etc). Tutti i partecipanti al corso organizzato dalla Regione sono però perfettamente in regola.

In conclusione, per quanto generalizzare sia sempre un problema, cosa pensano i cinesi di noi?
Beh, appunto, è impossibile generalizzare. Sicuramente hanno i loro pregiudizi, come noi li abbiamo nei loro confronti. Se dovessi riassumerlo in maniera brutale, direi che tanti pensano che a scuola siamo poco rigidi, che non conosciamo la puntualità e che siamo abituati a lavorare troppo poco…

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