Cosa possono fare le mani dei detenuti?
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Cosa possono fare le mani dei detenuti?

C'è chi con le mani ha commesso crimini per cui oggi si trova in carcere. Ma quelle stesse mani possono produrre arte, incontrare la materia alla ricerca di risposte esistenziali, perfino alla conquista del bello. Piero Sacchi ci guida alla scoperta di una bottega davvero speciale…

C'è chi con le mani ha commesso crimini per cui oggi si trova in carcere. Ma quelle stesse mani possono produrre arte, incontrare la materia alla ricerca di risposte esistenziali, perfino alla conquista del bello. Piero Sacchi ci guida alla scoperta di una bottega davvero speciale?

ALESSANDRIA – Venerdì 5 giugno dalle 9.30 alle 12 si compirà nuovamente un piccolo grande “miracolo” alla Casa di Reclusione di San Michele. Le due botteghe d’arte, quella interna animata dai detenuti e quella esterna, costituita da alunni della scuola primaria 5BC dell’Istituto Galilei, si incontreranno. A rendere tutto ciò possibile è Piero Sacchi, responsabile delle due botteghe, da tempo operatore e autore all’interno del carcere di diversi progetti artistici che coinvolgono i detenuti, lavorando sempre perché gli stessi abbiano contatti con persone che si trovano all’esterno, contaminandosi a vicenda. 

Abbiamo incontrato Piero Sacchi, nel ciclo delle nostre interviste per approfondire la realtà della Casa di Reclusione di San Michele, e lo abbiamo invitato a raccontarci qualcosa di più dell’anno appena trascorso… 

Partiamo proprio da questo progetto. Cosa succederà venerdì? 
Il 5 giugno sarà un momento di verifica e insieme di festa. Quest’anno la bottega di pittura interna, che esiste ormai da tempo, si è arricchita di un laboratorio fotografico, condotto dal fotografo Mattia Marinolli, in collaborazione con l’Associazione Musicalibera e Clara Schembari. Dalla collaborazione nascerà una mostra, dal titolo “Guardami”. Le tele a confronto, quelle realizzate dai detenuti e quelle dei bambini, saranno invece terminate a fine anno (due composizioni di 5 tele, 220×70 cm ciascuna) con destinazione diversa: la parrocchia di San Paolo e i locali del progetto Pisu, in via Verona, di fronte alla Casa di Quartiere. Un’ulteriore competenza sarà poi consegnata alla chiesa dei Salesiani del Cristo, per celebrare i 200 anni dalla nascita di Don Bosco. 

Che significato ha lavorare con le persone detenute all’interno della Casa di Reclusione di San Michele? 
Il contesto è ovviamente speciale, e in questo momento si trova in evoluzione, per via del passaggio che si realizzerà alla sorveglianza dinamica, con una sempre maggiore responsabilizzazione da parte dei detenuti ma anche con sempre più importanza data alle attività offerte all’interno delle mura. Organizzare una bottega d’arte qui è complicato perché ci sono procedure estremamente rigide da seguire e può capitare che si inizi un percorso con una persona che viene poi di colpo spostata altrove, interrompendo senza rimedio il cambiamento in corso.  Le scelte trattamentali e disciplinari dovrebbero valutare quello che avviene nell’ambito del progetto – di questo come di altri – e considerarlo come direttamente pertinente alla rieducazione del singolo.

Quante persone sono state coinvolte dal progetto? Con che spirito hanno intrapreso le attività proposte? 
Quest’anno abbiamo potuto lavorare con 16 persone su due giorni, di cui uno dedicato al laboratorio di fotografia. Come bottega di pittura abbiamo proseguito la collaborazione con il laboratorio di falegnameria, dove lavorano altri detenuti, e con il quale realizziamo in sinergia alcune attività (per esempio loro realizzano le tavole e i telai su cui poi noi lavoriamo). Nella seconda parte dell’anno, dopo la fotografia, abbiamo previsto di ampliare il progetto anche con un laboratorio di incisione e stampa. Il laboratorio d’arte funziona come qualsiasi bottega: l’approccio al bello, all’arte, è qualcosa di universale, che trascende gli spazi nei quali si è rinchiusi e ha anzi una profondità sul piano esistenziale che è tutta da indagare, e qui non sono mancate le occasioni per farlo. Per lavorare occorre entrare in rapporto con se stessi, essere capaci di ascoltarsi. In questo senso chi si trova in carcere potrebbe essere definito, in un certo senso, un privilegiato…

In che senso? 
Spesso si pensa che il carcere sia il luogo della noia perenne. In realtà non è sempre così. Ci sono detenuti che hanno giornate piene, durante le quali si prendono cura di se stessi, dal corpo fino alla spiritualità. E hanno il tempo per pensare e guardarsi dentro. I temi che tocchiamo sono di grande importanza per chiunque: la genitorialità o il “povero nemico” ne sono solamente un esempio. Quando qualcuno di loro viene a lavorare con me non chiedo mai cos’abbia commesso. In un qualsiasi conflitto non c’è mai solo il tempo del prima, la mano che si è alzata e non è stata fermata, ma c’è anche la gestione del dopo. A volte mi domando cosa possono aver fatto le mani con le quali vedo che i detenuti sono capaci di realizzare opere straordinarie. Chi sono ora e che cosa sono stati. La verità è che una persona viene condannata a pagare per aver commesso un reato, ma la persona che sconta la pena è un’altra. Io ho davanti a me delle persone, e con quelle lavoro. Conta il qui e ora, il rapporto che si crea, lo scambio anche intellettuale ed emotivo che si riesce ad avere fra noi, oltre che un sostegno reciproco che nasce dall’incontro e dalla riscoperta nell’altro delle stesse paure e che ogni uomo ha. La pena da scontare è un fatto, ma per noi è una situazione di sfondo. Siamo tutti uomini nudi di fronte all’arte. E gli incontri che ho fatto qui non sono mai stati banali. Lo sono stati perché paradossalmente essi avvengono in una condizione di libertà, che è quella che si realizza nello spazio “non detentivo” della bottega di pittura.

Può raccontarci un aneddoto o un episodio particolare che possa aiutarci a capire il tipo di lavoro che viene svolto? 
Penso a chi ha svolto un percorso di conversione religiosa all’interno del carcere, diventando buddista. In questo senso si può parlare di privilegio: ci si può occupare davvero di sé, inteso come della propria interiorità e spiritualità, che poi inevitabilmente influenza anche il modo di fare arte, di discuterne, di ricercarla. Chi qui prega ed è islamico non è un fondamentalista, spesso ha riscoperto la dimensione religiosa in carcere è lo fa perché il dialogo con Dio è un aspetto consolatorio e un’esperienza di vita. Sono detenuti islamici quelli che hanno dipinto in buona parte la chiesetta cattolica che utilizziamo qui, e per farlo abbiamo scelto insieme di usare l’iconografia della sura di Myriam che si trova nel Corano. Ci sono punti di contatto e spazi di dialogo e d’incontro che si fa fatica a trovare all’esterno. E anche gli agenti di Polizia penitenziaria capiscono questo tipo di dinamiche e suscitano in loro interesse. C’è un detenuto, musulmano, che ha lavorato alla moschea di Casablanca e che ha realizzato alcuni motivi ornamentali in uno spazio che i detenuti utilizzano qui per pregare. Nell’arte è possible dare una dimensione, sublimare, la sofferenza e il dolore. Non si possono capire alcune sofferenze finché non si conoscono non si provano. Sapere che chi si trova qui ha magari la possibilità di fare soltanto due colloqui telefonici al mese con la famiglia: se sceglie di utilizzarne uno per parlare con la madre, gliene resta uno soltanto per parlare con la moglie o la propria figlia. Ultimamente, fra i lavori che abbiamo riprodotto, c’è anche Guernica di Picasso. Ne abbiamo parlato insieme, della drammaticità che esprime e del messaggio che porta con sé. Chi meglio di loro lo può capire? 

Il progetto Bottega di Pittura “Povero Nemico” presso la Casa di Reclusione di San Michele è stato promosso da Ics Onlus, finanziato dalla Fondazione SociAL e realizzato grazie alla partecipazione dell’Istituto comprensivo Galilei e della Casa di Reclusione di San Michele. (Nel video allegato il racconto del precendete laboratorio ndr). 

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