Questione d’etichetta
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Questione d’etichetta

Celebrazioni del 25 aprile ad Alessandria: due mondi contrapposti, ma, soprattutto, due modi ottusi di vedere le cose. Che lasciano l’amaro in bocca proprio perché perdono di vista il significato fondante della cosiddetta Festa di Liberazione: unire le generazioni

Celebrazioni del 25 aprile ad Alessandria: due mondi contrapposti, ma, soprattutto, due modi ottusi di vedere le cose. Che lasciano l?amaro in bocca proprio perché perdono di vista il significato fondante della cosiddetta Festa di Liberazione: unire le generazioni

ALESSANDRIA – Complice, forse, la definizione fuorviante emersa nelle pagine locali del quotidiano di cui è vicedirettore (oltre al suo antirenzismo militante), persino Massimo Gramellini ha preso una cantonata nel certificare il renzismo a denominazione d’origine controllata del primo cittadino di Alessandria, Maria Rita Rossa, etichettata appunto come “Renziana” nella sua nota rubrica di qualche giorno fa. Ne sa qualcosa l’ex assessore comunale Gianni Ivaldi: uno dei pochi esponenti autentici – e da prima che Matteo Renzi vincesse le primarie del Pd – del nuovo corso politico iniziato dall’attuale Presidente del Consiglio, defenestrato dal recidivo “Sindaco italiano meno gradito ai propri concittadini” al primo screzio di Giunta.
A prescindere dalle diciture in etichetta, tuttavia (chi ne conosce le carriere politiche, del resto, può giudicare da solo le varie gradazioni dei bianchi, dei rossi e dei rosati locali), è indubbio che il modo di gestire le imminenti celebrazioni del 25 Aprile nella nostra zona, stia dando il segno – meschino, va detto – non tanto dello strappo generazionale politico in corso, quanto delle rendite di posizione che si vogliono mantenere a tutti i costi. L’atteggiamento di Rossa – peraltro anche Presidente della (ex) Provincia – è quello di affermare il proprio ruolo di rappresentante locale assoluto del nuovo Pd, portando a tutti i costi in città un’esponente del Governo Centrale, contrapposto a quello dell’ Associazione Partigiani che, rivendicando il ruolo da vestale dei valori della Resistenza, intende affidare le orazioni (termine, obiettivamente, ormai un po’ troppo fuori dai tempi) ai più “fedeli” testimonial di sempre. Due mondi contrapposti, ma, soprattutto, due modi ottusi di vedere le cose. Che lasciano l’amaro in bocca proprio perché perdono di vista il significato fondante della cosiddetta “Festa” di Liberazione: unire le generazioni in un momento di riflessione comune che, privandoli finalmente di ogni più melensa retorica, attualizzi i contenuti storici del passato in quelli del presente. Cosa avrebbe impedito, infatti, che il ministro Boschi e l’onorevole Cofferati fossero saliti insieme, sullo stesso palco, a spiegare – ognuno con le proprie parole, il proprio punto di vista e, non ultima, la propria età – come vedono, oggi, il senso di questa celebrazione e l’attualità del 25 aprile? Nulla, se presenti volontà e buona fede: i due elementi che, insieme a un po’ di buon senso, in questa triste vicenda sono invece mancati del tutto.
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