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“Fumare mezza sigaretta è rischioso come lavorare otto ore in stabilimento”
Al processo Michelin sono stati ascoltati i primi periti della difesa, due docenti universitari di medicina del lavoro i quali escludono eccessi di casi tumorali a qualunque organo nei lavoratori nello stabilimento di Spinetta Marengo. Le esposizioni a cui venivano sottoposti in otto ore di lavoro gli operai, sono pari a quelle del fumo di mezza sigaretta
Al processo Michelin sono stati ascoltati i primi periti della difesa, due docenti universitari di medicina del lavoro i quali escludono eccessi di casi tumorali a qualunque organo nei lavoratori nello stabilimento di Spinetta Marengo. Le esposizioni a cui venivano sottoposti in otto ore di lavoro gli operai, sono pari a quelle del fumo di mezza sigaretta
ALESSANDRIA – L’epidemiologia, è stato detto ieri in aula davanti al giudice Catalano, nell’ambito del processo contro cinque ex dirigenti e direttori dello stabilimento Michelin di Spinetta Marengo per omicidio colposo e lesioni personali, non è una scelta esatta.
Quindi, si procede per “presunzioni” e, in questo caso, per raffronti o esempi. Così, dall’esame dei primi due periti della difesa, i professori Canzio Romano e Claudio Colosso, entrambe docenti di medicina del lavoro rispettivamente all’università di Torino e Milano, emerge come la concentrazione potenziale di sostanze cancerogene a cui sono stati esposti gli operai in otto ore di lavoro equivalgono, più o meno a quelle di mezza sigaretta accesa. E che basta un anno di fumo di sigaretta a ritmo di un pacchetto al giorno per aumentare il rischio cancerogeno (oppure mezzo pacchetto al giorno in due anni), mentre l’ambiente di lavoro in Michelin era equivalente per concentrazioni ad un qualunque ambiente urbano.
La perizia dei due professori, è stata redatta esaminando le documentazione esistente, raccolta da Pubblico Ministero e già agli atti in tribunale.
E’ stato preso in considerazione, in particolare, il rischio esposizione alle ammine aromatiche e agli idrocarburi (il benzoatirene). Sulle ammine, i due periti hanno escludono che le tre tipologie utilizzate nelle lavorazioni dello stabilimento Michelin, fino al 1984, siano “a rischio cancerogeno”, ad esclusione di una, la Pbna, ma solo nella misura in cui fosse risultata “contaminata” da impurezze.
Secondo i dati raccolti, tali impurezze “non hanno mai superato la misura di 2,5 parti su un milione”, quindi, irrisoria. “Per onestà intellettuale – hanno detto i periti – occorre comprendere che non basta una sola molecola di ammina per ammalarsi (come può essere, invece, nel caso dell’amianto), ma dipende dalla concentrazione”. Bassa concentrazione, minore il rischio.
Stesso discorso (basse concentrazioni) anche per l’idrocarburo.
Quindi, a cosa sono imputabili le malattie contratte dai dipendenti che sono parti lese al processo?
“Si è parlato di concause (esempio fumo da sigaretta associato alle esposizioni alle sostanze utilizzate nel processo produttivo, ndr), ma sono difficili da stabilire”.
Basti pensare che la “combinazione di 10 sostanze potrebbe dare 3.700.000 risultati differenti”. E, addirittura, due sostanze che interagiscono potrebbero non peggiorare, ma annullare le cause. In definitiva, secondo i periti di parte, “si può affermare che i rischi presenti in azienda sono irrilevanti”. Tutta colpa delle sigarette? parrebbe. Tanto che l’avvocato di difesa, in un fuori programma, rileva come “la vendita delle sigarette è un Monopolio di Stato” mentre se si trattasse di una qualunque azienda privata, non gli sarebbe probabilmente consentita la vendita. Una vera e propria campagna antifumo.
La perizia dei due professori, è stata redatta esaminando le documentazione esistente, raccolta da Pubblico Ministero e già agli atti in tribunale.
E’ stato preso in considerazione, in particolare, il rischio esposizione alle ammine aromatiche e agli idrocarburi (il benzoatirene). Sulle ammine, i due periti hanno escludono che le tre tipologie utilizzate nelle lavorazioni dello stabilimento Michelin, fino al 1984, siano “a rischio cancerogeno”, ad esclusione di una, la Pbna, ma solo nella misura in cui fosse risultata “contaminata” da impurezze.
Secondo i dati raccolti, tali impurezze “non hanno mai superato la misura di 2,5 parti su un milione”, quindi, irrisoria. “Per onestà intellettuale – hanno detto i periti – occorre comprendere che non basta una sola molecola di ammina per ammalarsi (come può essere, invece, nel caso dell’amianto), ma dipende dalla concentrazione”. Bassa concentrazione, minore il rischio.
Stesso discorso (basse concentrazioni) anche per l’idrocarburo.
Quindi, a cosa sono imputabili le malattie contratte dai dipendenti che sono parti lese al processo?
“Si è parlato di concause (esempio fumo da sigaretta associato alle esposizioni alle sostanze utilizzate nel processo produttivo, ndr), ma sono difficili da stabilire”.
Basti pensare che la “combinazione di 10 sostanze potrebbe dare 3.700.000 risultati differenti”. E, addirittura, due sostanze che interagiscono potrebbero non peggiorare, ma annullare le cause. In definitiva, secondo i periti di parte, “si può affermare che i rischi presenti in azienda sono irrilevanti”. Tutta colpa delle sigarette? parrebbe. Tanto che l’avvocato di difesa, in un fuori programma, rileva come “la vendita delle sigarette è un Monopolio di Stato” mentre se si trattasse di una qualunque azienda privata, non gli sarebbe probabilmente consentita la vendita. Una vera e propria campagna antifumo.