Tsipras e Alessandria: come sarebbe una città governata dall’estrema sinistra?
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Tsipras e Alessandria: come sarebbe una città governata dall’estrema sinistra?

Abbiamo chiesto a Giorgio Barberis, docente universitario di storia del pensiero politico contemporaneo ed ex assessore della giunta di Rita Rossa, di commentare la recente vittoria di Alexis Tsipras in Grecia e di confrontare il caso greco con la situazione italiana, fino a immaginare scenari ad oggi “fantapolitici” da proiettare sul panorama cittadino…

Abbiamo chiesto a Giorgio Barberis, docente universitario di storia del pensiero politico contemporaneo ed ex assessore della giunta di Rita Rossa, di commentare la recente vittoria di Alexis Tsipras in Grecia e di confrontare il caso greco con la situazione italiana, fino a immaginare scenari ad oggi “fantapolitici” da proiettare sul panorama cittadino…

ALESSANDRIA – Giorgio Barberis, nella sua doppia veste di politologo e di politico, si è reso disponibile a commentare con noi quanto accaduto recentemente nelle elezioni greche e le ricadute che potrebbero esserci in Italia, con uno sguardo particolare alla nostra città. In fondo, con una piccola provocazione, si potrebbe dire che il parallelo fra Alessandria e la Grecia non è poi così balzano: entrambe sono entrate in crisi per responsabilità anche proprie, entrambe hanno ottenuto dalle istituzioni superiori (l’Italia per noi, l’Europa per loro) condizioni di rientro dal debito estremamente onerose: la Grecia ha scelto però una soluzione che ha virato decisamente a sinistra, mentre in città proprio Barberis è stato “epurato” dalla giunta di Rita Rossa con l’accusa di essere portatore di una voce ideale considerata “troppo di sinistra” per la situazione di crisi economica e sociale che si era venuta a creare in città. 

La prima domanda è per il Giorgio Barberis professore: che tipo di lettura si può dare di quanto accaduto in Grecia?
Le elezioni in Grecia rappresentano un elemento di novità straordinario e un segnale preciso che viene lanciato a tutta l’Europa. Le ricette di austerity indicate dalla cosiddetta Troika, cioè l’insieme delle istituzioni composto dalla Banca Centrale Europea, del Fondo monetario internazionale e dalla Commissione europea, fondate su drastiche politiche economiche non sono più capaci di dare risposte convincenti e anzi si mostrano fallimentari agli occhi del mondo. Il caso greco è significativo: il Paese, anche per alcuni suoi errori di gestione, è stato duramente colpito dalle politiche Europee, ma il popolo si è giustamente ribellato e ha scelto di imboccare una direzione diversa. Il programma della sinistra radicale in nome della giustizia sociale ha guadagnato progressivamente consensi, passando in pochi anni dall’essere una piccola minoranza, intorno al 3-4%, al diventare una maggioranza quasi assoluta. Questo è stato possibile grazie a un lavoro massiccio che è stato fatto nella società, dove si è cercato di dare risposte concrete ai problemi delle persone, creando delle mense, degli ambulatori, stando al fianco di chi si trovava sotto sfratto e dei meno fortunati, perché ricordiamoci che la Grecia, come altri Paesi europei, vede un contesto sociale fortemente polarizzato: una minoranza esigua si è addirittura arricchita anche nel periodo della crisi economica più nera mentre ci sono livelli di povertà che sono assolutamente insostenibili. E’ fondamentale capire che il Governo greco che si è piegato ai diktat della Troika si è completamente delegittimato: in media il reddito dei cittadini greci, già basso, si è ridotto del 30%, diventando assolutamente insostenibile.

In Italia le elezioni politiche greche hanno avuto grande eco. Da noi però, dove la crisi provoca sicuramente un malessere diffuso, la situazione complessiva è ben distante da quella greca. I cittadini ellenici hanno vissuto gli ultimi anni un dramma senza fine, per esempio con l’impossibilità di ricevere cure mediche e con una porzione enorme di popolazione che ha perso il lavoro ed è scivolata sotto la soglia di povertà. L’impressione è che sia difficile ipotizzare che quanto avvenuto là nelle recenti elezioni, con un voto di massa a sinistra da parte di una popolazione realmente allo stremo, sia ripetibile anche da noi. E’ d’accordo?
Mi sembra che la centralità non vada posta sulle questioni elettorali e sul consenso dei singoli partiti ma sulle linee di tendenza economico-sociali. In questo senso io credo che la differenza tra la Grecia e altri paesi in forte crisi come l’Italia o la Spagna sia di tipo quantitativo e non qualitativo. Il percorso tracciato è drammaticamente lo stesso e si rischia di arrivare a una tragedia sociale anche nel nostro Paese. Il punto è che sarebbe importante comprendere per tempo che le cose stanno così e non aspettare di arrivare al fondo, ma riuscire a fermarsi prima e invertire la tendenza. Se prendiamo la questione della distribuzione più razionale delle risorse, possiamo osservare i dati recentemente diffusi da BankItalia sulla ricchezza nel nostro Paese. E’ facile comprendere come siano assolutamente intollerabili: una decina di famiglie in Italia ha oggi un reddito pari a quello di circa 20 milioni di connazionali. L’1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza complessiva. Se questa situazione in un contesto di benessere diffuso è altamente discutibile, in una condizione di emergenza quale è ormai quella del nostro Paese diventa assolutamente insostenibile.

C’è qualcosa da imparare per la sinistra italiana?
Il discorso non deve essere ideologico. Anche le categorie di destra e sinistra di per sé non sono significative rispetto alla cittadinanza. Un orientamento autenticamente di sinistra si sostanzia in una serie di rivendicazioni sociali che vanno nella direzione della giustizia sociale, dell’eguaglianza delle possibilità, in una società più aperta all’inclusione e all’affermazione dei diritti. Ma attenzione: Syriza da un lato ha agito concretamente nel sociale per dare delle risposte ai problemi immediati, dall’altro non si è fatto portatore di un programma ideologico solamente di principio, ma ha introdotto alcune proposte, poche, molto precise che cercano di dare risposte strutturali ai problemi concreti della popolazione.

Facciamo qualche esempio?
La più importante riguarda il debito pubblico, che sta uccidendo la Grecia. La restituzione dei prestiti avviene con tassi di interesse che si mangiano quasi tutto ciò che viene erogato come aiuto prima ancora di poterlo utilizzare. La proposta più forte e chiara è quella della rinegoziazione del debito, non il suo azzeramento, ma il fatto di entrare nel merito di cosa è successo in questi anni. Non è tollerabile pensare di avere un peso del debito pubblico che è il 177% del Pil. Rinegoziare il debito non solo in Grecia ma a livello europeo, facendo una conferenza internazionale ad hoc, è una proposta assolutamente di buon senso, così come la decisione di innalzare la soglia del reddito minimo di cittadinanza da un livello insostenibile di 400 euro al mese a 790.

C’è una parte maggioritaria della destra che risponde alla contrapposizione tra un modello “tedesco” di rigore e di rispetto degli impegni e dei vincoli europei e la svolta greca sottolineando come non sia giusto che cittadini di altri Paesi si accollino ora il pagamento di parte del debito pubblico greco, considerando che ciascun Paese è già profondamente impegnato a mantenere con rigore e non senza sacrifici i propri conti in ordine. Lei cosa ne pensa?
Se si vuole che un sistema economico si riformi, e non sto dando una valutazione etica, anche perché io penso che questo sistema liberal-capitalista abbia profonde ingiustizie, bisogna creare le condizioni perché questo avvenga. Uccidere un popolo e non consentirgli di avere il minimo essenziale per progettarsi un futuro è assolutamente controproducente, da qualsiasi punto di vista lo si guardi. 


Veniamo all’Italia: cosa deve fare la sinistra? Sperare che la situazione peggiori fino al punto di avere persone disperate e pronte a riempire le piazze? Perché finora non è successo? La sensazione è che le persone in difficoltà in Italia si chiudano ormai in se stesse, piuttosto arrivando al suicidio, ma non prendano più in considerazione la via collettiva e di lotta politica per cambiare radicalmente le cose. In più il neonato “regno di Renzi” sembra per ora destinato a durare per un periodo abbastanza lungo. E’ questa l’unica sinistra oggi possibile in Italia?
Bisogna fare una chiarezza estrema sui nomi, per ridare un senso alle cose. Tutto si può dire tranne che il partito democratico oggi guidato da Renzi sia una forza di sinistra. Un partito che prende come bersaglio il mondo del lavoro e ha politiche discutibili, tradizionalmente considerate di destra, dopo aver sottoscritto un patto che mi sento di definire scellerato con Berlusconi, contribuendo a riabilitarlo e a rimetterlo al centro di un dibattito politico è veramente dimostrare di avere un comportamento irresponsabile e per certi versi criminale.

Ma a sinistra di questo Pd, almeno a livello parlamentare, in questi anni non è stato costruito nulla capace di incidere in un qualche modo. Eppure gli spazi, proprio quelli dettati dalla crisi, sarebbero stati enormi…
La sinistra politica tradizionalmente intesa paga degli errori gravi commessi in passato: ad esempio aver governato con un partito democratico che era certamente più presentabile di quello di Renzi, ma che aveva in sé già molti di questi segnali di spostamento dell’asse politico verso destra è stato un errore. Pensiamo a Mastella, a Bertinotti che dopo aver ricoperto ruoli istituzionali significativi, come quello di presidente della Camera dei Deputati, si è candidato come leader della sinistra alternativa. Tutto questo ha portato al tempo della sinistra plurare a una delegittimazione forte, e ora si tratta di recuperare quel terreno. Non interessa a nessuno che sia autenticamente di sinistra recuperare un terreno elettorale, interessa ricreare le condizioni per la trasformazione della società verso la giustizia sociale, disegnando un modello di società conviviale, aperta e solidale che è tutto il contrario rispetto a quella imposta da Berlusconi e dal berlusconismo prima e, con una una certa continuità, anche dal renzismo oggi.

Non è certo la prima volta che si dice che bisogna mettere da parte le velleità elettorali in nome delle energie da spendere sui problemi concreti. I fatti però sembrano raccontare una storia differente: quegli spazi di vicinanza ai lavoratori e di tentativo di risolvere problemi concreti negli anni passati sono stati cavalcati per esempio dalla Lega Nord, che infatti ha goduto di un certo seguito anche perché capace di fare un lavoro dal basso, a cominciare dalle fabbriche, che la sinistra radicale ha invece smarrito…
Il problema di una leadership a sinistra è evidente, ma attenzione anche a non scadere nei luoghi comuni e in facili semplificazioni. C’è la questione dei diritti di mezzo che non può essere omessa. Lavorare nel sociale non significa fare demagogia o populismo, e alimentare o costruire ad arte contrapposizioni stereotipate o inseguire nemici che non esistono. Tutta la retorica del “noi contro loro” e l’attacco agli stranieri in quanto tali è del tutto intollerabile. Per la sinistra la nostra Patria è il mondo intero. Alcuni valori non possono essere sacrificati e, anzi, la risposta giusta da dare è proprio quella di ritrovare una coesione sociale che rimetta a posto i rapporti di forza con la classe dirigente. E’ insopportabile in Italia farsi dettare la linea da personaggi squallidi come Marchionne, che fa politiche industriali sciagurate, portando la sua impresa all’estero per non pagare le tasse nel nostro paese e poi si permette ancora di dare lezioni di morale ed economia.

Giochiamo un po’ con la fantasia: quello greco è stato considerato a sinistra come un vero e proprio miracolo, un sogno fino a qualche tempo fa, un partito di estrema sinistra al governo sostanzialmente da solo in un Paese europeo, ma che oggi è diventato realtà. Come potrebbe essere un’Alessandria dove una sinistra “a sinistra” del Pd alle prossime elezioni guadagnasse praticamente la maggioranza assoluta?
Una precisazione: la sinistra a sinistra del Pd io la chiamo sinistra di alternativa, cioè una forza politica e sociale che non rinuncia alla trasformazione della realtà. Questo tipo di sinistra non può avere una dimensione solamente localistica. Altrimenti ad Alessandria si potrebbe solamente fare una bella Comune come quella di Parigi per lottare contro il resto del mondo. Il punto sarebbe cambiare il nostro Paese e la nostra società nel suo complesso. Si tratta invece di costruire un percorso che coinvolga direttamente i cittadini. L’aspetto della partecipazione per esempio vorrebbe proprio rappresentare un approccio culturale totalmente differente, che faccia capire come la cosa pubblica sia un bene comune e tutti debbano essere coinvolti nella sua gestione, che in questo modo diventa auto-gestione. Una situazione come quella che si stava sognando genererebbe un cambio di mentalità che renderebbe, virtualmente, qualsiasi cosa possibile. Sarebbe molto difficile pensare a priori cosa potrebbe succedere, sarebbe prima di tutto una rivoluzione metodologica e fondamentalmente riporterebbe al centro i nostri valori antichi, ma che sono il fondamento della nostra modernità politica, quelli della Rivoluzione francese: uguaglianza, libertà e fratellanza, declinata in particolare nella solidarietà. Non sono solamente concetti vuoti: lo sono diventati, ma in realtà esprimono quanto di meglio l’essere umano possa al momento concretizzare sulla terra.

Fra due anni si voterà. Barberis si sta preparando? Con chi? Per fare che?
Il mio impegno non è in alcun modo determinato dalle scadenze elettorali: è da tanti anni che porto avanti una lotta nella direzione che ho descritto, insieme ad altri, e spero ci siano sempre più persone coinvolte e mi piacerebbe dare un contributo il più grande possibile perché questo processo di cambiamento possa avvenire davvero. Non è dunque un problema di ruoli, lo ripeto sempre. Quello del ruolo dovrebbe essere l’ultimo dei problemi di chi ha questa spinta a cambiare le cose. Quello di Tsipras è solo un nome, perché poi il nostro sistema mediatico semplifica molto, e cerca di individuare l’uomo solo al comando, e in un certo senso per la comunicazione pubblica e mediatica purtroppo deve funzionare così, ma intorno a lui c’è una moltitudine di persone straordinarie che si sono impegnate, capaci di stare in mezzo alla gente perché sono esse stesse popolo, e questo ci indica una via interessante come altri percorsi che si stanno configurando in giro per l’Europa. E’ il caso di Podemos in Spagna ma non solo, questi sono solo i due nomi più noti di un fermento sociale che si sta risvegliando, anche perché così non si può andare avanti…

Però poi alla fine uno Tsipras che metta la faccia sul simbolo serve, ed è servito anche in Grecia. Lei potrebbe essere lo Tsipras di Alessandria? O chi pensa potrebbe esserlo?
Il nome secondo me è la conseguenza di un percorso che deve essere fatto. Se si parte dal nome e si inverte la logica non si parte neanche, perché si fa tutto un discorso di leadership che è esattamente il freno che finora ha dato i risultati fallimentari che abbiamo conosciuto in questi anni.

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