Alla scoperta di Mark Cooper
In un'intervista esclusiva l'Alfiere del paesaggio che con i suoi scatti ha reso famoso il Monferrato in tutto il mondo si racconta. Dall'infanzia fino alle ultime ricerche fotografiche, ecco chi è Mark Cooper, recente ospite degli incontri del gruppo di appassionati di fotografia che ogni mercoledì si trovano presso la sede di Cultura e Sviluppo
In un'intervista esclusiva l'Alfiere del paesaggio che con i suoi scatti ha reso famoso il Monferrato in tutto il mondo si racconta. Dall'infanzia fino alle ultime ricerche fotografiche, ecco chi è Mark Cooper, recente ospite degli incontri del gruppo di appassionati di fotografia che ogni mercoledì si trovano presso la sede di Cultura e Sviluppo
ALESSANDRIA – Nato nel Lake District inglese, ha scelto il Monferrato per amore. Le sue foto raccontano il territorio con uno sguardo unico, tanto che è stato nominato “alfiere del paesaggio” e anche grazie alle sue immagini aeree l’UNESCO ha scelto le terre della provincia come patrimonio dell’Umanità. Scopriamo insieme chi è Mark Cooper e il suo viaggio infinito alla ricerca dell’essenza del paesaggio e delle forme, fra caleidoscopi di colori che riportano alla sua infanzia e uno sguardo capace di scovare il bello là dove altri vedono solamente rifiuti e vecchie lamiere…Mark Cooper, dove e come è iniziato il suo rapporto con la fotografia?
Il merito è di mia nonna. Sono cresciuto nel Lake District inglese, a un passo dalla Scozia, in un luogo incantevole con paesaggi da mozzare il respiro. Ho avuto un’infanzia travagliata, e ho perso i miei genitori molto giovane. Da piccolo mia nonna mi regalò un caleidoscopio di legno ed è stato forse il dono più importante della mia vita. Ne sono stato stregato e ancora oggi i caleidoscopi tornano ciclicamente nelle mie opere. A 7 anni mi diede la mia prima macchina fotografica, una vecchia Kodak insieme a due rullini, e mi spronò a guardare il mondo attraverso l’obiettivo. Lì è cominciato tutto e da allora non ho più smesso.
I suoi primi lavori fotografici sono stati di reportage, in Medio Oriente e in Africa: perché?
A 16 anni vivevo solo e mi mantenevo lavorando. Ho fatto tantissimi lavori nella mia vita. Dopo un anno passato a Londra, appena maggiorenne ho preso un biglietto di sola andata per Israele, con l’obiettivo di tornare poi indietro arrangiandomi con qualsiasi mezzo, come infatti è stato. Là, e nei viaggi successivi in Africa, cercavo la povertà, le persone ferite come me, cicatrici da confrontare e che potessero aiutarmi a giustificare le mie.

Per caso. Ho lavorato a lungo come pony express in moto e fotografo freelance, completamente autodidatta. Dopo il decimo incidente in moto, perché ero un po’ spericolato, decisi che era ora di cambiare lavoro e nel frattempo mi concessi una piccola vacanza: venni in Italia per trovare un amico. Questa volta presi il biglietto di ritorno, ma non lo usai. Il penultimo giorno prima della ripartenza dall’Italia entrò nel locale “Il Maltese”, a Cassinasco, quella che poi divenne la mia compagna, Anna Maria. Un amore a prima vista che decisi di seguire immediatamente e che ancora oggi fa parte della mia vita. Era il 1993 e da allora vivo a Montechiaro d’Acqui, in provincia di Alessandria, con la mia compagna. Sempre per caso è nata la mia passione per la fotografia aerea. Un costruttore della zona voleva che venissero immortalati i suoi lavori in 40 anni d’attività e mi ingaggiò come fotografo. Trovai un elicottero con un pilota e tutto ebbe inizio.
Da lì è cominciata una ricerca incredibile sul mondo del paesaggio, con tanti riconoscimenti in Italia e ormai anche nel mondo…
Ho sempre fotografato soprattutto per me. In quei paesaggi, osservati dal cielo, rimanevo colpito più dai campi che dalle case e ritrovavo i caleidoscopi della mia infanzia, un insieme di colori e forme da scoprire e ricercare senza sosta. Ho passato 15 anni volando sui campi della provincia, lavorando per fondazioni bancarie ed enti pubblici, con un archivio ormai di più di 350 comuni ripresi dall’alto. Sono stato stregato dalle forme più che dal panorama, dai lavori dei contadini, gli “artisti sconosciuti” che sono poi i veri autori dei miei lavori aerei. A osservare oggi le foto sono in effetti figlie di una ricerca quasi pittorica, che mi ha portato all’essenza stessa del paesaggio, cioè la terra, il fango, con le sue infinite sfumature e composizioni.

E’ stata un’occasione straordinaria. Abbiamo allestito un’installazione di 17 mila metri quadri a 90 metri sotto terra, nelle cave eccezionalmente aperte ai turisti per l’evento. Sono arrivate più di 2 mila persone in 4 giorni, entusiaste di assistere a una mostra dove le immagini della terra riprese dal cielo si trovavano incredibilmente nel sottosuolo, circondate dai suoni della superficie riprodotti ad hoc grazie alla collaborazione con alcuni musicisti. Uno stand prima di entrare consentiva di assaporare i prodotti tipici di quella terra, consentendo ai visitatori di vivere un’esperienza molto forte a contatto diretto con il territorio e il suo paesaggio. L’obiettivo dei miei lavori è prima di tutto dare emozioni a chi osserva le mie foto, e quella è stata davvero un’occasione straordinaria per farlo. Sto progettando diverse altre installazioni e spero presto di poter annunciare le prossime mostre.
Parliamo del suo incontro con Ando Gilardi, il fondatore della Fototeca Storica Nazionale, critico fotografico di primo piano, noto per la sua durezza nei giudizi, che invece per lei ha sempre avuto parole al miele…
Anche in questo caso è stato un incontro fortuito che è diventato per me fondamentale. Oltre ad aver conosciuto un grande uomo, uno spirito vulcanico e un critico di enorme talento, ho trovato anche un amico straordinario con il quale condividere tante esperienze e le sue ultime mostre. Lo conobbi quando ricevetti missive da tutta Italia che si complimentavano con me per una recensione che aveva fatto dei miei lavori sul paesaggio, un evento più unico che raro considerando che è sempre stato temuto da tutti i fotografi per i suoi giudizi spietati e per essere un critico senza peli sulla lingua. Ho scoperto che viveva a Ponzone e, lusingato dalla sua prima recensione delle mie foto, decisi di andarlo a trovare. E’ diventato un grande amico prima ancora che un esempio e una grande fonte di ispirazione e confronto costante. 
Ho sentito l’esigenza di cambiare stile, ma i parallelismi non mancano. Ancora una volta, dal macro al micro, sono andato alla ricerca dei colori e delle forme, dei miei caleidoscopi d’infanzia. Il passaggio dal micro al macro, dalla ripresa dall’elicottero a quella a pochi centimetri da cortecce e lamiere, mi ha appassionato e ho trovato davvero molte, incredibili, similitudini. Ci sono infiniti dipinti nei particolari degli oggetti che aspettano solamente di essere scoperti e riportati alla luce. Mi sono appassionato in particolare alla ruggine, alla vecchie macchie sui parafanghi delle auto nelle discariche per esempio, in una costante ricerca del bello là dove l’occhio distratto vede solamente rifiuti e sporcizia. Dopo 40 anni di attività sono così tornato all’inizio, alle forme e ai colori che ricerco in città, fra il legno, la roccia, il ghiaccio e anche le opere degli artisti di strada. E’ una passione nata dalla necessità di attraversare spesso Milano a piedi, per recarmi in alcune gallerie presso le quale sto esponendo le mie opere. Attualmente è da ciò che trovo in strada che parte le mia attività di ricerca: lo scatto è l’inizio di un percorso che prosegue in studio, dove sovrappongo le immagini su più livelli, fino a laboratori dove vengono stampate a qualità altissime grazie ai processi resi oggi possibili dalla stampa Fine Art. Si parte dal degrado del paesaggio urbano per scoprire la bellezza insita anche in questo degrado.

L’attività di ricerca prosegue, non sono ancora stanco, e il mio costante lavoro di rielaborazione non finisce mai, anche se si evolve nel tempo. L’esperienza delle esposizioni e delle gallerie si è fatta più intensa negli ultimi anni, e ho il privilegio di essere stato scelto in un gruppo ristretto di 10 artisti emergenti che esporranno le proprie opere in gallerie d’arte selezionate in giro per il mondo. L’aspetto che più mi piace resta però quello della fotografia sul campo, e dell’allestimento di grandi progetti dove le esperienze sensoriali si fondano insieme, come è avvenuto alle Cave di Murisengo. Il mio obiettivo è sempre quello di cercare di dare emozioni a chi osserva le mie opere, che con il tempo diventano più complesse e ricche di particolari. Mi piace che chi visita una mostra debba fermarsi qualche istante a osservare per cercare di entrare nell’opera, stimolando uno sguardo profondo da parte del visitatore, a volte abituato a dare semplicemente un colpo d’occhio primo di proseguire altrove. Nelle mie ultime opere invece c’è una ricerca costante di infinito e più si osservano più si finisce per scoprire qualcosa che al primo sguardo non si era colto. Ancora caleidoscopi dunque, questa volta prendendo spunto dalle opere degli artisti di strada o da particolari del paesaggio urbano. Un confronto infinito con il colore, le forme, la bellezza racchiusi in ogni particolare che ci circonda. Basta non smettere di cercare e non accontentarsi mai…
Per approfondire
Mark Cooper
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Due opere di Mark Cooper sono attualmente esposte nella mostra “Monferrato Mon Amour – visioni di un paesaggio cultura Patrimonio dell’Umanità” – a Palazzo del Monferrato ad Alessandria.
Per ricevere informazioni sugli incontri gratuiti del gruppo “In-contro Luce” di Cultura e Sviluppo
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