“Imparare a dire no”; difficile ma necessario
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Alessandro Francini  
21 Gennaio 2015
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“Imparare a dire no”; difficile ma necessario

Nella sede dell'associazione Cultura e Sviluppo il formatore pedagogico Paolo Ragusa ha presentato il suo libro "Imparare a dire no". Durante la conferenza si è discusso dell'importanza del conflitto nelle relazioni famigliari e di quanto possa essere necessario pronunciare qualche "no"

Nella sede dell'associazione Cultura e Sviluppo il formatore pedagogico Paolo Ragusa ha presentato il suo libro "Imparare a dire no". Durante la conferenza si è discusso dell'importanza del conflitto nelle relazioni famigliari e di quanto possa essere necessario pronunciare qualche "no"

ALESSANDRIA – “Un distillato, un concentrato che contiene la nostra volontà di orientare le relazioni o la difficoltà ad affrontarle e che riflette il nostro modo di guardare alla realtà”; tutto questo rappresentano i “no” che pronunciamo nel corso della nostra vita secondo Paolo Ragusa (foto a lato), formatore e counselor del Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei conflitti di Piacenza.
Non sempre, però, i “no” dispensati sono accompagnati da un’adeguata convinzione o da valide motivazioni. Nei rapporti di coppia, sul lavoro, nella vita di tutti i giorni così come nelle relazioni tra genitori e figli è quindi necessario capire quando è il caso di dire no per far sì che si arrivi ugualmente ad un punto di incontro. “Imparare a dire no”, titolo del libro pubblicato da Ragusa nel 2013, è anche il tema della serata organizzata venerdì 16 dal Centro Servizi e Volontariato di Alessandria in collaborazione con l’associazione Cultura e Sviluppo, quale terzo appuntamento del Progetto Genitori. 

Evitare il confronto in quanto consapevoli delle reazioni che questo potrebbe causare non sempre è la strada migliore da percorrere; come afferma Ragusa, infatti, “non dobbiamo temere i conflitti perché stiamo solo incontrando qualcuno che vuol metterci del suo”. Nella famiglia genitoriale il conflitto, se determinato da solide ragioni, è un utile mezzo per educare i propri figli in qualunque periodo della crescita. “Quando si entra in conflitto nelle relazioni educative” dichiara Ragusa “si aiuta il proprio bambino o ragazzo a metterci del suo. Per un bambino in età pre-adolescenziale spesso questo significa “fare da solo”, cioè tentare di fare bene per compiacere i genitori”. In alcune situazioni la contropartita è però quella di andare incontro a naturali quanto inevitabili cantonate che possono indurlo a credere che sia lecito non rispettare alcune regole.
Anche un adolescente quando assume comportamenti irriguardosi o ribelli sta in realtà manifestando la sua latente voglia di “proporre qualcosa di personale, una nuova idea secondo lui valida quanto o forse più di quella dell’adulto con il quale si sta confrontando. L’adolescente in questo caso non riesce a gestire bene la situazione ed a proporre in maniera costruttiva la sua visione della questione”.

Quando ci si imbatte in un conflitto con il proprio figlio è necessario considerare qual è il nuovo percorso che sta cercando di praticare, “qual è cioè l’aspetto che vuole sviluppare in termini di autonomia”. Ragusa spiega che in queste fasi partire con immediati divieti non è consigliabile, perché questo tipo di approccio, in realtà, mette il genitore in una posizione passiva. Il padre o la madre hanno paura di ciò che potrebbe succedere e quindi soffocano ogni tentativo “d’insurrezione” sul nascere; “questo ovviamente non significa dover assumere un atteggiamento arrendevole, ma soltanto produrre uno sforzo maggiore per provare a comprendere quello che sta accadendo”.

L’esperto afferma che negli episodi conflittuali esistono due tipi differenti di approccio nei bambini e negli adolescenti: i bambini cercano l’approvazione del genitore mentre l’adolescente cerca il distacco dal nucleo famigliare per avvicinarsi ai coetanei, “due atteggiamenti del tutto naturali che fanno parte della fase evolutiva. La difficoltà del genitore sta nel gestire nel miglior modo possibile queste fasi”. Il “no” del bambino è un atto di ribellione che manda all’adulto un segnale ben preciso, ovvero la richiesta di conferme e supporto. Nell’adolescente, invece, il rifiuto è il tentativo di costruire qualcosa di nuovo, di alternativo rispetto a quello che fino a quel momento hanno rappresentato i propri genitori.

Uno dei nodi cruciali del processo educativo è la progettualità, infatti, “per poter utilizzare il “no” in educazione è necessario che qualunque adulto abbia in mente un progetto chiaro; se sfugge la progettualità il genitore si mette nei guai e trascina con sé anche il proprio figlio, bambino o adolescente che sia, rischiando di farlo rimanere “impantanato” nell’infanzia”. Insomma, aiutare un figlio o un adolescente più in generale ad uscire dall’infanzia è l’obiettivo primario da porsi. È risaputo che per un adolescente l’indolenza è uno degli ostacoli più ardui da superare, la tendenza è infatti quella di trascurare le cose meno “eccitanti” della vita quotidiana; “l’adulto deve fare resistenza all’indolenza dell’adolescente, aiutandolo ad intraprendere un percorso di ricerca senza imposizioni. il ragazzo, o la ragazza, in questo mdo riceverà l’aiuto necessario ad uscire dall’infanzia senza covare alcun senso di colpa per la naturale propulsione che lo spinge ad allontanarsi dal nido famigliare”.

 

 

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