Processo Michelin, per la difesa è colpa delle sigarette
Si alzano i toni al processo contro gli ex direttori e dirigenti Michelin di Spinetta, accusati di lesioni personali e omicidio colposo per le condizioni dell'ambiente di lavoro tra gli anni Ottanta e Novanta. Per il perito del pubblico ministero, in alcuni casi c'è un probabile contributo nell'insorgenza di patologie tumorali delle esposizioni lavorative. Ma per la difesa non è sufficiente: la giustizia ha bisogno di certezze
Si alzano i toni al processo contro gli ex direttori e dirigenti Michelin di Spinetta, accusati di lesioni personali e omicidio colposo per le condizioni dell'ambiente di lavoro tra gli anni Ottanta e Novanta. Per il perito del pubblico ministero, in alcuni casi ?c'è un probabile contributo nell'insorgenza di patologie tumorali delle esposizioni lavorative?. Ma per la difesa non è sufficiente: ?la giustizia ha bisogno di certezze?
ALESSANDRIA – “C’è (almeno per cinque lavoratori, ndr) un probabile contributo nell’insorgenza di tumori dell’esposizione di sostanze cancerogene nell’ambiente di lavoro”. Lo ha affermato il perito dell’accusa Dario Mirabelli nel corso dell’udienza di ieri, giovedì 8 gennaio, al procedimento contro cinque direttori di stabilimento e dirigenti Michelin che devono rispondere in aula di lesioni personali e omicidio colposo. “Se i cinque lavoratori non avessero fumato, si sarebbero comunque ammalati?”. Lo chiede più volte e con parole diverse la difesa. Ma il punto a cui dovrà giungere la corte del giudice Milana Catalano è sempre quello: ammesso che ci sia una concausa tra i fumi respirati in alcuni reparti di lavorazione della gomma e il fumo di sigaretta, in che misura hanno contribuito l’una e l’altra circostanza?
Prova a spiegarlo il perito: “in presenza di concause, la mancanza di una di queste (sigarette o ambiente lavorativo) non ci sarebbe stata l’insorgenza della malattia, almeno non in quel momento”.
Per la difesa, però non è una spiegazione sufficiente. “Il diritto ha bisogno di certezze”, dicono gli avvocati di difesa.
E’ “il problema” dei procedimenti di questo tipo, alcuni dei quali in corso proprio ad Alessandria, come quello sull’avvelenamento delle acque e omessa bonifica del Polo Chimico di Spinetta. E non è stato neppure sufficiente il processo contro Eternit, dove il nesso di casualità tra le fibre di amianto e il mesotelioma è certo. Processo finito, come ben si ricorda, con l’assoluzione in Cassazione degli imputati (ma per prescrizione).

Premesso, quindi, che il tasso di mortalità per queste due tipologie di neoplasie tra chi ha lavorato in Michelin non è superiore al campione di riferimento, lo studio tiene conto di tre ulteriori fattori: l’esposizione a sostanze cancerogene (e in particolare alle ammine aromatiche che sono state utilizzate nello stabilimento fino al 1984); l’insorgenza del tumore in uno degli organi “bersaglio”; il lasso temporale trascorso tre l’esposizione e la diagnosi (ancora breve). Ma, in alcuni casi non è stato possibile risalire alle mansioni che il lavoratore ha svolto all’interno dello stabilimento. E, anche dalle testimonianze raccolte nel corso del procedimento è emerso come un conto fosse lavorare all’interno del reparto mescole o vulcanizzazione, un conto lavorare al controllo o spedizioni.
Sotto accusa sono finite le ammine aromatiche e gli Ipa, idrocarburi policiclici aromatici, sostanze che si respirano anche attraverso il fumo di sigaretta. Si torna al punto focale: quanto hanno pesato quelle “bionde” fumate al di fuori dell’ambiente di lavoro e quanto i fumi respirati in stabilimento?
“Io ho smesso di fumare 23 anni prima che mi venisse diagnosticato il tumore e non ho mai fumato più di 10 sigarette al giorno”, commenta un ex dipendente seduto tra il pubblico che assiste all’udienza. La statistica, in questi casi, non aiuta.