Jihad e Guerra Santa: la forza delle parole
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Stefania Cava - stefania  
9 Gennaio 2015
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Jihad e Guerra Santa: la forza delle parole

Nel corso del Giovedì Culturale di ieri, 8 gennaio, si è parlato di un tema di grande attualità: la Jihad e la Guerra Santa, la storia e la cronaca. Ospiti Lucio Caracciolo e Alessandro Barbero, che hanno parlato di Crociate e di confini che si sgretolano, di fede e di giochi di potere. E noi, tra i loro discorsi, abbiamo trovato un punto in comune: la forza delle parole

Nel corso del Giovedì Culturale di ieri, 8 gennaio, si è parlato di un tema di grande attualità: la Jihad e la Guerra Santa, la storia e la cronaca. Ospiti Lucio Caracciolo e Alessandro Barbero, che hanno parlato di Crociate e di confini che si sgretolano, di fede e di giochi di potere. E noi, tra i loro discorsi, abbiamo trovato un punto in comune: la forza delle parole

SOCIETA’ – Parlare di Jihad e Guerra Santa è, ultimamente, ancora più complesso del solito. In bilico tra storia e attualità, a cavallo tra religione e politica, l’argomento si presta a numerose considerazioni, anche sull’onda dei tristi fatti di cronaca che arrivano da Parigi. 

Nel corso del Giovedì Culturale che si è tenuto ieri sera, 8 gennaio, a Cultura e Sviluppo, Lucio Caracciolo, giornalista fondatore di Limes, e Alessandro Barbero, storico medievalista, hanno affrontato lo scottante tema facendo luce su due diversi aspetti della medesima questione: da un lato, la storia, dall’altro, la geopolitica, unite – almeno, così ci è sembrato – da un medesimo fil rouge che collega, incurante dei secoli, l’umanità ed il rapporto tra guerra e fede: il potere della parola. 

Scritta, tramandata, interpretata, oggetto di profonde domande esistenziali, strumento di conquista, giustificazione divina a portata d’uomo, la parola è ancora la protagonista della scena mondiale. “Il primo problema – spiega Alessandro Barbero – è il rapporto tra i testi sacri, sempre gli stessi nei secoli, con il modo in cui la religione si manifesta: tra i due, è evidente, non c’è quasi mai coerenza. Nel caso del Cristianesimo, poi, i problemi aumentano: come si fa a far andare d’accordo il Dio degli Eserciti dell’Antico Testamento con il ‘porgi l’altra guancia’ del Nuovo?“. La guerra, così – forza delle parole – passa dall’essere una scelta quasi obbligata ad un’opzione evitabile in nome della fede per poi ritornare, con il benestare di un Papa, a rivestire i panni della più giusta soluzione. “E’ Urbano II, alla vigilia della Prima Crociata, a parlare di una “immediata remissione dei peccati per chiunque decida di andare in Guerra Santa”. – spiega ancora Barbero – In realtà non giustificò mai l’uccisione dei nemici, considerata comunque peccato dalla Chiesa. Semplicemente, garantì il perdono a chiunque lasciasse la vita sulla strada per la riconquista di Gerusalemme”. Tra parola e fede, insomma, a volte è questione di sillabe, di fraintendimenti e di giochi di conquista: i Crociati partirono, nacquero i Templari e la morte del nemico si trasformà da peccato a dovere.

“La religione – racconta Lucio Caracciolo – c’entra ben poco al giorno d’oggi. Si tratta, semmai, di ambizioni di potere cui la fede viene messa al servizio, usando testi sacri, poco importa di quale credo, per giustificare quel che si compie“. La parola torna così, ancora una volta, alla ribalta: oggi come allora, si presta fin troppo bene alle spiegazioni forzate ed ai fraintendimenti, complice l’interpretazione personale che ognuno, indipendentemente dal testo che si ritrova a leggere, affibbia alle parole che gli capitano davanti. Le conseguenze, spiega Caracciolo, partono dal Golfo Persico, dalla lotta tra Iran e Arabia Saudita, per sbarcare nel nostro Mediterraneo, con il volto disperato dei rifugiati che quotidianamente affrontano il mare alla ricerca di una salvezza. “La religione è uno strumento, non un fattore determinante – aggiunge – a pesare, semmai, è la destabilizzazione dei territori colpiti dalla decomposizione dei confini, degli spazi e delle risorse. In un clima così instabile, è evidente, ha vita facile una realtà come lo Stato Islamico. Piccolo e locale, ha saputo darsi una definizione universale, attirando sostenitori da tutto il mondo”. Ancora una volta, però, la fede ha poca colpa. “Molti degli occidentali che si arruolano nello Stato Islamico – aggiunge Caracciolo, sono giovani benestanti, per lo più provenienti da famiglie atee. La propaganda della rete, le promesse di rivoluzione, sono state capaci di irretirli, di incastrarli in una realtà ben diversa da quella descritta dal web”. Le parole, ancora una volta.

 

Con la mente a Parigi
Le matite sanguinanti di Charlie Hebdo sono l’ennesima dimostrazione di come, tra guerra e religione, siano le parole ad avere il peso più determinante. Poco importa se si tratti quelle interpretate dai versetti di un Corano, quelle pronunciate da un Papa alla vigilia di una Crociata o quelle di un vignettista irriverente: le parole spaventano, esaltano e, lo abbiamo visto con una lucidità sconcertante, uccidono. Ad essere colpito, ieri mattina, non è stato un simbolo politico o economico, ma una redazione. Un luogo in cui le parole hanno un valore importante, fondamentale. E vien da chiedersi se ai fondamentalisti e agli integralisti, poco importa la nazionalità, faccia più paura una sillaba o una risata.
 
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