Storie dal carcere: “La tua stella è la volontà”
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Marco Madonia - marco.madonia@alessandrianews.it  
15 Dicembre 2014
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Storie dal carcere: “La tua stella è la volontà”

Prosegue il nostro viaggio all'interno della Casa di Reclusione di San Michele con la pubblicazione della prima storia personale raccontata da un detenuto. E' il tentativo di far conoscere quante emozioni siano contenute fra le sbarre di un penitenziario e dare la possibilità a chi ha sbagliato di raccontarsi, stabilendo un contatto con l'esterno della struttura

Prosegue il nostro viaggio all'interno della Casa di Reclusione di San Michele con la pubblicazione della prima storia personale raccontata da un detenuto. E' il tentativo di far conoscere quante emozioni siano contenute fra le sbarre di un penitenziario e dare la possibilità a chi ha sbagliato di raccontarsi, stabilendo un contatto con l'esterno della struttura

ALESSANDRIA – Grazie a un’apposita autorizzazione AlessandriaNews.it si appresta a raccogliere in una rubrica le storie di alcuni detenuti della Casa di Reclusione di San Michele. Un’occasione non per fare spettacolo delle sofferenze umane ma per mostrare il lato umano delle persone recluse, offrire a tutti la possibilità di mettere a confronto il proprio immaginario con esperienze reali, storie straordinarie di vita, capaci di far riflettere chi si trova all’esterno del carcere, ma anche di offrire un’occasione per chi si trova all’interno per raccontarsi, stabilendo un legale con la città e cogliendo l’opportunità per riflettere pubblicamente sul proprio passato e sulle proprie scelte. 

Ospitiamo le storie così come ci vengono raccontate, con il minor filtro possibile fra la narrazione che viene fatta e la vostra possibilità di leggerle. Ecco la prima

STORIA

Mi chiamo Kamal (nome di fantasia, per proteggerne la privacy ndr) e sono nato nel 1986. Attualmente mi trovo ristretto presso la Casa di Reclusione di San Michele. Si dice che ognuno nasca sotto la sua stella, chissà forse è proprio vero. Mio padre mi fece emigrare alla fine degli anni ‘80, con i miei fratelli poco maggiori di me e mia mamma. Nostra madre ci ha cresciuti nel migliore dei modi, ma non sono diventato quello che lei desiderava. Ero piccolo, non ricordo molto della mia infanzia, ma all’età di 6 anni è cambiato tutto. Mio padre fu arrestato, davanti a me al bar. Di notte, dopo la scuola, ci portava al bar insieme ai suoi amici, si ubriacavano fino all’alba e io e i miei fratelli stavamo con lui, non ci facevano mancare nulla. Per molto tempo mio padre restò in carcere, e a noi ci pensavano gli amici di papà: davano il mantenimento alla mamma, e a noi la sera ci portavano in giro per i bar, le giostre e provvedevano a tutte le nostre esigenze. A me piaceva, mi divertivo, vedevo quelle persone rispettate, piene di soldi, che mi facevano un sacco di regali e volevo diventare come loro, ma non sapevo a quali conseguenze tutto questo mi avrebbe portato. Quando mio padre uscì trovò un lavoro come lavapiatti, continuava a non farci mancare nulla, ma era diverso rispetto a quanto potevano offrire i suoi amici e io non volevo diventare un lavapiatti.

Un giorno a scuola rubai dei videogiochi e dissi a mia mamma che me li aveva prestati un compagno di classe. La preside si accorse dell’accaduto: io buttai i videogiochi ma capii che ormai ero nei guai perché immaginavo che mia mamma mi avrebbe punito. La preside convocò i miei genitori la mamma del mio compagno ritirò la denuncia per i videogiochi ma quando sono tornato a casa mia mamma mise due coltelli sul fornello finché non divennero roventi e con quelli mi bruciò le mani. Ancora adesso ne porto i segni. Lei lo fece perché non rubassi più ma il mio comportamento a scuola era quello di un bullo: il giorno dopo tornai in classe con le mani bruciate e la maestra mi domandò cosa fosse successo. Da bambino quale ero dissi la verità e la scuola contattò gli assistenti sociali: dopo un paio di giorni mi tolsero alla famiglia. E’ stata la cosa più brutta che mi sia successa, mio padre era un alcolizzato e se ne fregò. Mi misero in una casa famiglia ma ero ribelle con gli educatori, mia mamma soffriva e papà tornò pure in galera, mia mamma andò avanti economicamente grazie all’aiuto degli assistenti sociali.
Mentre ero in comunità conobbi dei ragazzi come me e quando uscivamo rubavamo macchine e compivamo moltissimi furti, finché un giorno mi ritrovai al riformatorio. Venni rilasciato dopo 3 giorni ma una volta entrati in questo genere di ambiente non se ne esce più. Sempre mentre ero in comunità conobbi gente più grande di me che mi cominciò a sfruttarmi per diverse faccende, compresa la vendita di stupefacenti e finii per tornare al riformatorio dove scontai due anni per un comulo di pene. In quel periodo giurai a me stesso che sarei dovuto diventare una persona alla quale dover portare rispetto e fare più soldi possibile (che ingenuo che sono stato a quei tempi). Uscito dal riformatorio sono tornato a casa ma gli assistenti sociali decisero che per me la soluzione migliore era stare in comunità e mi spostarono da una struttura all’altra. Lasciai la scuola.
Mio padre era disoccupato, io avevo già compiuto 16 anni e incontrai persone che mi diedero della droga da vendere con la quali feci un po’ di soldi. Visto che mio padre non aveva un reddito mi trovai a mantenere la mia famiglia. I miei fratelli lavoravano onestamente ma la fabbrica chiuse e si ritrovarono tutti disoccupati, con molte spese da fronteggiare, specialmente perché nel frattempo era nata un’altra mia sorella.
Le mie ambizioni andavano oltre la realtà e quella fu la mia condanna. Feci entrare i miei fratelli nel giro con me, e in quel genere di giri se se ne entra non se ne esce più. Iniziai a odiare mio padre per le sue brutte azioni: voleva soldi per bere ed andare a donne, mentre mia madre soffriva. Io mi sentivo morto dentro ed ero cieco dalla rabbia. Volevo dare a mia madre le cose più bella della vita, ma non capivo che mia madre voleva semplicemente stare con me.

Compii 17 anni e avevo tutto: soldi, donne, macchine, rispetto, i vecchi amici di mio padre e finii anzi per diventare più importante di loro. Un giorno mandai mio fratello per curare una partita di affari ma venne arrestato. Io ci rimasi male, mi sentivo in colpa. L’altro mio fratello rimase con me, imparò sempre di più. Feci di tutto per far uscire mio fratello di prigione, gli pagai avvocati e investii molto denaro. Dopo 15 giorni lui uscì e o in quei 15 giorni presi il quartiere in pugno. Lavoravamo in 4, compreso mio fratello, la nostra base era in un bar, e lì un giorno vidi entrare una ragazza castana, con gli occhi chiari. Il mio cuore prese subito a battere forte e mi avvicinai a lei. Mi respinse ma io insistetti e con l’aiuto del proprietario del bar la convinsi a darmi il suo numero di telefono. La sera la chiamai e mi disse che era di una città della provincia: per almeno 20 giorni la corteggiai per telefono finché non la convinsi a venire a trovarmi dove vivevo. Era la donna più bella che avessi mai visto. Emma (nome di fantasia ndr): pura, aveva tutto perfetto, solo che era più grande di me di qualche anno ma io mentendole le dissi un’età falsa e un nome falso pensando che sarebbe stata l’avventura di una notte. Stette con me, a casa mia, una notte. Il giorno dopo l’accompagnai fino a casa sua. Mi invitò a passare la notte lì visto che era tardi e non voleva tornassi da solo di notte. Dormii da lei mentendo anche sul mio lavoro. Passai la notte con lei, sembra un angelo, la sua pelle era bianca, fantastica, e con tutte le donne che uno spacciatore possa avere, lei era l’unica per me. Ci fidanzammo e lei insisteva perché mi trasferissi da lei. Andai ad abitare da lei e facevo lo stesso affari nella città dove vivevo prima, tramite i miei fratelli e i compagni, ma lei mi rubò il cuore e mi trasferii definitamente nella sua città. Un giorno vide i mie documenti e si accorse del mio vero nome e dell’età minore della sua. Mi perdonò perché era troppo innamorata. Dopo 2 mesi all’incirca andai in Marocco, e incontrai una ragazza. Per divertimento la misi incinta ma rischiavo la galera. Comprai i suoi genitori, comprai un appartamento per lei, rimasi in Marocco per qualche settimana e negli 8 o 9 mesi della sua gravidanza facevo avanti e indietro dal Marocco. Nacque Zineb (nome di fantasia ndr) e per non avere problemi con la giustizia marocchina comprai anche una lavanderia per farli campare, nonostante le sue minacce di farle cambiare il cognome. Ma non l’avrebbe vinta e lo sa, il Marocco è un paese corrotto e vincerei io in un’aula di tribunale. Mi manca a volte, ma il padre non saprei farlo, spero un giorno di poter parlare con lei.

Tornai in Italia e naturalmente ripresi la vita che facevo, piano piano, iniziai a prendere il giro e diciamo che facevo lavorare gli altri, io stavo in seconda battuta, quindi tornai nella mia città per riprendere il mio sistema d’affari ma la polizia e i carabinieri non volevano. Io me ne fregai e quindi mi arrestavano sempre per qualche grammo solo per ripicca ma io uscivo ugualmente, non davo peso ai loro dispetti ma facevo male perché prima o poi arriva il conto da pagare.
Zineb mi pregò, perché capì che la mia vita era basata sui peccati, di smetterla e di tornare a casa da lei. Per un certo periodo soffriva di insonnia, le chiesi il perché e le strappai dalla bocca che era piena di debiti ed erano molti soldi, lei era dolce e mi faceva male vederla così, e così pagai tutti i suoi debiti ma la vedevo infelice lo stesso perché un giorno c’ero e uno no. Non la capivo, che stupido. Lei riprese fiato per i debiti ma io fui arrestato di nuovo e mi disse basta, appena esci costruiamo una famiglia. Ma io non ero pronto, avevo paura delle responsabilità e che magari si ritrovasse sola e con un marito in carcere, che vita sarebbe stata? I miei fratelli presero bene il giro in diverse città del nord, se la cavavano bene, ma il problema è che non c’era guadagno, tutto il guadagno si investiva nel capitale e la mamma mi diceva che i miei fratelli non pagavano le bollette e mio padre se ne fregava, come sempre. Lo odio tuttora.

Allargai il giro fino in Francia ed entrai in affari con alcuni albanesi e fu lo sbaglio peggiore perché avevano una testa difficile ed erano vendicativi. Io e gli albanesi prendemmo la mia città sul palmo della mano, finché non venne la goccia che fece traboccare il vaso. Demmo fiducia a una persona per i tragitti e un giorno non si fece più vedere, lo cercammo in tutto il nord Italia ma invano, e si tenne i soldi. Una notte lo incontrai in un locale e gli dissi che per me poteva pagare quanto ci doveva anche a rate.
Non so come uno degli albanesi venne a sapere del nostro incontro e mi disse di chiamarlo. Io lo chiamai pacificamente ma l’albanese lo caricò in macchina con me e un mio compaesano. Io dissi all’albanese di girare un bar della zona ma lui accelerò invece verso la campagna, in mezzo alle cascine, e li lo fece sedere, lo denudò di tutto, comprese le mutande e venne massacrato di botte. Era rosso di sangue, se non ci fossi stato io probabilmente ci sarebbe scappato il morto. Io li lasciai in mezzo alla cascina con il mio compaesano e tornai a piedi verso casa, perché stavano esagerando, non so perché ma forse vedendo me andare via lo lasciarono legato e nudo come mamma l’ha fatto e mi seguirono, dopo un paio di minuti, mi dissero di salire e io dissi dov’era il corriere e mi risposero che l’avevano lasciato lì. Io mi arrabbiai dicendo che se si fosse slegato uscendo in autostrada nudo avrebbero sicuramente chiamato subito un’autoambulanza e saremmo stati scoperti immediatamente. Feci loro la proposta di tornare a prenderlo per vestirlo e portarlo a casa mia, così gli avrei fatto fare il bagno e lo avrei tenuto finché non fosse guarito ma si rifiutarono. Andammo all’autolavaggio per lavare la macchina dalle macchie del sangue e passai a casa per cambiarmi i vestiti. Li avevo capito che era finita per noi: avremmo dovuto dire di non esserci mai visto ultimamente nonostante i carabinieri ci cercassero. Sapevo che pur essendo rimasto io in secondo piano non me la sarei cavata. Il giorno dopo mi aspettavano gli uomini delle Forze dell’Ordine. Vennero al mattino presto, citofonando. Rispose la mia ragazza e io sbircia dalla tenda: erano in borghese. Salirono, mi chiesero i documenti e io mostrai loro un contratto di lavoro, naturalmente comprato, e mi chiesero di seguirli in caserma. Mi interrogarono e mentii su tutto. Lasciarono andare sia me che l’albanese mentre il mio compaesano era scappato. Capii che l’obiettivo delle Forze dell’Ordine era quello di lasciarci andare per seguire in realtà i nostri spostamenti. Io dissi al corriere di spartire tutta la merce rimasta, anche a chi non pagava in contanti. Il mio paesano era latitante, lo arrestarono e dopo un mesetto vennero a prendere anche me per tentato omicidio, sequestro e spaccio. L’accusa di tentato omicidio cadde e rimase quella di lesioni. Mi portarono in carcere e lì capii che l’avevo fatta grossa ma tramite altre conoscenze riuscii a corrompere la vittima che ritrattò tutto. Mi ritrovai così nuovamente libero, ma il giudice non era lo stesso convinto. Tornai a spacciare. Notai che Emma era stufa di quella vita, suo padre mi offrì un ottimo lavoro ma rifiutai, i miei fratelli tornarono in carcere, mi trovai da solo, e per un’infamità tornai in galera. Presi il cumulo delle pene precedenti per un totale di 12 anni, lì per lì non ci feci caso ci ritrovammo in galera io e i miei fratelli, mia madre rimase sola e mio padre è meglio non parlarne proprio.

Mi vergogno di dire che i miei risparmi li spesi per avvocati, per le spese di casa, per pagare la multa, i risarcimenti alla vittima del sequestro e così decisi di vendere la casa che avevo costruito in Marocco. Andammo avanti così e i miei fratelli dopo 4 anni all’incirca uscirono di prigione ma non avevano soldi. Mia madre si affidò alle parrocchie mentre io ero qui a San Michele. I miei fratelli intanto piano piano rientrarono nel giro e ora sono molto preoccupato. Loro mi mantengono economicamente in galera ma non voglio questo perché chi gioca con il fuoco prima o poi diventa brace.
Quando sono stato portato a San Michele ero un tipo ribelle, odiavo gli educatori, gli assistenti sociali perché il loro sistema mi aveva levato dalla famiglia. E’ andata avanti così per un po’ di anni, ed ero troppo ribelle, con una testa cocciuta.
Ma un giorno incontrai un educatore e mi venne incontro ed il commissario mi capì e accettò di mettermi alla prova. Mi diede un lavoro come bidello ed ero controllato da due assistenti. All’inizio non mi fidavo di loro ma con il tempo acquistai confidenza. Mi diedero molta fiducia, mi fecero molte battute in senso buono o mi fecero capire che il mondo in cui ero finito era un mondo marcio, senza prospettive. Ancora adesso ricordo i loro insegnamenti e la loro fiducia mi fece capire che si fidavano di me, forse anche perché davo il meglio di me nel lavoro. Dio li benedica.
L’educatore che mi aiutò andò a lavorare altrove e gli ho scritto per ringraziarlo.
In quel tempo di lavoro sono cresciuto molto anche grazie ai consigli che ho ricevuto. A un certo punto però non sapevo più dove sbattere la testa per i problemi di famiglia e di mio padre, che mi viene a trovare se tutto va bene una volta ogni 2 anni. Mi aggrappai al buon senso dell’educatrice. Nonostante l’avevo trattata male, perché ero caduto in depressione, le chiesi di aiutarmi a trovare un lavoro più soddisfacente e mi disse che ci avrebbe lavorato. Fu di parola. Durante il mio periodo di depressione gli assistenti, i dottori, il cappellano, i direttori capirono il mio dolore e mi aiutarono, nonostante non lo meritassi (anche per tutti i problemi che avevo creato nel penitenziario).
Mi diedero un lavoro vero e proprio dove si realizza qualcosa e dove si vede che sei stato tu a crearla. Grazie a tutto questo ho capito che il lavoro non fa paura e anzi dà una speranza, ti cambia dentro e ti fa capire che tutto si può cambiare e si può essere qualcuno lavorando onestamente.
Io volevo questo lavoro perché ho un padre che se ne frega, due fratelli che giocano nell’abisso della paura, e penso che se non c’è un papà i miei fratelli prima o poi vanno al muro. Mia sorella ha bisogno dell’amore di una famiglia, chi poteva aiutare economicamente mia madre sono io con un lavoro come quello che faccio adesso. Io voglio solo che mia madre sia fiera di me, e che torni a vivere come vorrei.

(La testimonianza, originariamente scritta a mano e sospesa dopo questa prima parte, riprende con un altro colore ndr) Continuo con la penna nera perché oggi mi sono comportato male, mi pento di quello che ho fatto, ho rovinato tutto, un minuto prima era perfetto e il minuto dopo mi sono ritrovato alle mani con un tunisino, strafatto di farmaci, non capivo cosa diceva. Ha toccato Dio anche se sembra che Dio per me sia sempre in vacanza. Ho avuto una chance e spero nel buon senso degli operatori del penitenziario che mi diano un’altra possibilità, io sapevo che prima o poi sarebbe finita così per via dell’invia per il mio lavoro al panificio, se non finiva con lui lo avrebbe fatto qualcun altro, ho provato a trattenermi ma dopo tante voci di corridoio ho perso la ragione. Mi ritrovo adesso in isolamento e ho pensato di impiccarmi perché avevo dato speranza a mia madre ma me la sono giocata. Io ringrazio il direttore, il commissario e tutta l’equipe ma ho dato prova della mia debolezza.
Parlo adesso al presente perché spero nel buon senso e nel loro aiuto per farmi dare un’ultima possibilità. Ora sono qui che scrivo nel freddo seduto per terra e coperto con una coperta. Per il dolore ho pianto moltissimo per quello che ho fatto e per quello che stavo costruendo e mi sono sentito come un cavaliere in un castello di sabbia.

La morale della storia, auguro a nessuno di fare i miei sbagli, l’uomo non è giudicato per i soldi ma per il sacro principio dell’onestà. I soldi non fanno l’uomo ma io sono un debole anche se mostro di essere forte, a volte quando mi guardo indietro mi viene da piangere per tutto quello che non ho potuto godermi con la famiglia.
In carcere quando entri ti dici ma io che ci faccio insieme a questi. Ma abbiamo tutti qualcosa in comune e mi dico ma quale peccato ho commesso. Il mio solo unico peccato è stato dare a mia madre da vivere: potevo farlo anche lavorando onestamente ma non volevo perché mi sentivo inferiore agli altri.
Comunque amici non vale la mena, che uomo è uno che non assiste ai figli, i figli si chiederanno quand’è che il loro padre potrà andarli a prendere a scuola, o portarli al parco, tanti in carcere si vantano perché hanno fatto tanti anni di carcere ma hanno delle mogli e dei figli e magari le mogli si spaccano la schiena per lasciar loro 50 euro in carcere.
Io mi pento di non avere passato più tempo con mia mamma, mia figlia, non mi pento di quello che ho fatto perché le mie ambizioni mi hanno portato al di là della realtà, ma mi pento perché ho perso la cosa più bella che c’era. La mia donna Emma: con lei immaginavo un futuro ma quando si prendono 12 anni è inutile sprecare i suoi anni migliori, ancora adesso la penso e penso a chi si prendere il suo posto anche se mi dovessi sposare in futuro. Il carcere è un posto brutto e freddo e non lo auguro neanche al nemico. Sembra di stare nel fuoco dell’inferno, ma c’è sempre qualcuno ad aiutarti basta la volontà e la voglia di cambiare, come quello che volevo io ma oggi mi sono giocato tutto. Io sono musulmano ma non prego, faccio solo il Ramadan per origini e non prego perché Dio mi ha punito e ha punito tutta la mia famiglia. Perché? Perché mangiavano i soldi della droga. Che vita è vedere papà e mamma dormire separati, e non parlarsi. La mamma è nel giusto e papà nello sbaglio, io dovrei condannare il sistema ma siamo noi a scegliere il nostro destino. Sbagliare è umano ma fare lo stesso sbaglio diventa una scelta di vita.

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