Cultura e Sviluppo “sta con la sposa”
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Alessandro Francini  
1 Dicembre 2014
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Cultura e Sviluppo “sta con la sposa”

Grande partecipazione giovedì 27 nella sede dell'associazione Cultura e Sviluppo per la proiezione del documentario presentato a Venezia "Io sto con la sposa", la storia vera di un finto corteo nuziale diretto a Stoccolma. Gabriele Del Grande, uno dei tre registi, ha risposto alle domande del pubblico presente in sala

Grande partecipazione giovedì 27 nella sede dell'associazione Cultura e Sviluppo per la proiezione del documentario presentato a Venezia "Io sto con la sposa", la storia vera di un finto corteo nuziale diretto a Stoccolma. Gabriele Del Grande, uno dei tre registi, ha risposto alle domande del pubblico presente in sala

ALESSANDRIA – Per alcune persone è difficile da credere, ma non ci sono treni che da Milano portano a Stoccolma. E allora come può fare Abdal per raggiungere la Svezia senza documenti? Un giornalista italiano e un poeta palestinese troveranno un modo a dir poco originale ed anche un po’ rischioso per aiutare Abdal ad affrontare il suo personale viaggio della speranza.

“Io sto con la sposa” è un documentario e come tale racconta una storia vera. La storia vera di Abdal e di altri quattro palestinesi siriani che riescono ad arrivare clandestinamente da Milano a Stoccolma inscenando un finto matrimonio con tanto di sposa, “parenti” ed amici al seguito.

L’associazione Cultura e Sviluppo, nella serata di giovedì 27, ha ospitato la proiezione del film realizzato dal giornalista Gabriele Del Grande, curatore dell’Osservatorio sulle vittime dell’emigrazione Fortress Europe, in collaborazione con il poeta siriano Khaled Soliman Al Nassiry e il regista Antonio Augugliaro. Al termine della proiezione Gabriele Del Grande ha risposto alle domande del pubblico presente raccontando le varie tappe di questo viaggio attraverso l’Europa, spiegando come è nata l’idea del corteo nuziale e quindi del documentario e discutendo, inoltre, del conflitto siriano e del dramma emigrazione più in generale.

Con la distribuzione del documentario (presentato al Festival di Venezia, nei cinema da 8 settimane e in questi giorni in programma in 34 sale italiane) Del Grande e gli altri due registi si sono consapevolmente esposti ad un rischio reale, ovvero quello di venire accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La prima domanda del pubblico ha riguardato proprio questo aspetto. Lo scrittore e giornalista toscano ha risposto che il supporto, morale ed economico, delle 2617 persone che con la campagna di crowdfunding hanno finanziato “dal basso” il film, le decine e decine di messaggi quotidiani d’incoraggiamento ricevuti su Facebook e tutte le altre testimonianze di vicinanza sono serviti a rassicurare tutta la troupe; “dovesse un giorno esserci un processo, con dei buoni avvocati e un po’ di comunicazione si trasformerebbe inevitabilmente un processo politico”. L’autore si dice convinto della netta incoerenza di determinate leggi che riguardano l’immigrazione clandestina e di quanto ci sia necessità di modificarle, affermando che “quando ciò che è legale non coincide con ciò che è legittimo allora significa che c’è un problema. Se quello che dice la tua umanità si scontra con qualche legge probabilmente, in quel caso, è giusto violare la legge”.
Del Grande tiene a precisare che, ad ogni modo, l’obiettivo di “Io sto con la sposa” non è quello di far sentire in colpa lo spettatore ma “affascinarlo con la bellezza dell’umanità”.

Ovviamente non tutti i migranti hanno la possibilità di inscenare un finto matrimonio per attraversare l’Europa. I più sono costretti a ricorrere ai cosiddetti “passaggi di contrabbando”, a rivolgersi cioè a persone che per compensi che vanno dai 500 ai 1000 euro sono disposti a condurli nelle diverse capitali europee.

Da esperto di questioni migratorie Del Grande punta il dito anche sul Trattato di Dublino, secondo il quale i rifugiati e gli esuli possono chiedere asilo politico esclusivamente negli Stati di approdo; il regista è convinto che “politicamente questo è semplicemente uno scarica barile sui Paesi di confine ed una conferma che nell’Unione Europea, su certi argomenti così delicati, non si vuole adottare una politica comune e solidale”.

Quando viene chiesto a Del Grande se il film abbia stimolato reazioni da parte della politica italiana lo scrittore risponde che “nonostante la grande risonanza mediatica e cinematografica del nostro lavoro dalla politica non abbiamo riscontrato alcun tipo di reazione. La verità è che i nostri politici se ne fregano dell’emergenza siriana perché non c’è nessun interesse da parte dell’elettorato; manca un racconto costante della questione e non ci sono relazioni ufficiali a proposito della tragedia siriana”. Il parere dell’autore del documentario è che la frontiera mediterranea ci ha allontanato dai Paesi arabi, in realtà geograficamente così vicini a noi. “Non conosciamo nulla di questi posti. In Occidente” afferma Del Grande “è diffuso lo stereotipo secondo cui quella araba è solo la terra dei barbari. C’è poco da stupirsi se poi la gente inizia a disprezzare quella cultura. Viviamo in una sorta di racconto che vuole l’Italia benestante e civile, mentre al di là del Mediterraneo ci sono semplicemente i Paesi del “terzo mondo”. Un racconto fatto di grandi e banali bugie”

 

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