Carcere di San Michele: “pronti ad abbassare il muro”
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Marco Madonia - marco.madonia@alessandrianews.it  
26 Novembre 2014
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Carcere di San Michele: “pronti ad abbassare il muro”

Il direttore della Casa di Reclusione di San Michele racconta in esclusiva gli sviluppi previsti per la struttura: "lavoriamo a un carcere che si occupi davvero di riabilitazione delle persone detenute, con un percorso da costruire insieme a loro e alla città". La rivoluzione riguarderà anche gli spazi interni: "sposteremo il polo universitario nell'ex isolamento e creeremo una nuova piccola ala per i detenuti più maturi e responsabili"

Il direttore della Casa di Reclusione di San Michele racconta in esclusiva gli sviluppi previsti per la struttura: "lavoriamo a un carcere che si occupi davvero di riabilitazione delle persone detenute, con un percorso da costruire insieme a loro e alla città". La rivoluzione riguarderà anche gli spazi interni: "sposteremo il polo universitario nell'ex isolamento e creeremo una nuova piccola ala per i detenuti più maturi e responsabili"

ALESSANDRIA – Dopo la nostra visita all’interno della Casa di Reclusione di San Michele abbiamo incontrato per un’intervista il direttore della struttura, Domenico Arena, per parlare della rivoluzione che attende le strutture penitenziarie in Italia e le realtà cittadine. Dalla prossima settimana AlessandriaNews.it inaugurerà una rubrica mensile con le storie dall’interno del carcere, un ulteriore passo per garantire una connessione fra l’istituto di San Michele, la sua popolazione e il resto della città. 

Direttore Arena, lei è tornato da poco a dirigere la struttura alessandrina di San Michele. Che realtà è? 
San Michele è una casa di reclusione e come tale si occupa prevalentemente della riabilitazione dei condannati. Questo fa sì che abbia una popolazione di detenuti piuttosto stabile con la quale è possibile lavorare e creare progetti. La struttura è abbastanza nuova, ha qualche decina d’anni, benché non sia stata costruita nel miglior modo possibile è una realtà più sana di tante altre. Il sovraffollamento in questo momento non c’è perché siamo calati dai 430 detenuti di un anno e qualche mese fa ai 280 attuali e questo consente una diversa gestione degli spazi e dei tempi. Essendo una casa di reclusione è pensata con spazi migliori rispetto a quelli delle case circondariali: abbiamo un teatro, campo sportivo, dei laboratori. Non quanti spazi servirebbero ma più di tante altre realtà e questo ci consente di lavorare per creare attività sempre più coinvolgenti per chi si trova all’interno del carcere.

Si è parlato di sorveglianza dinamica e di una rivoluzione alle porte per le carceri italiane. Cosa deve cambiare secondo il suo particolare punto di osservazione? 
Noi abbiamo alle spalle una brutta stagione dei penitenziari italiani perché sono stati un po’ abbandonati per alcuni decenni, sulla spinta dell’emergenza e pur con qualche eccezione positiva. L’idea fondamentale che deve stare dietro l’amministrazione penitenziaria è sì quella di custodire le persone, ma soprattutto di restituirle alla società migliori di quando sono entrate. Questo obiettivo non si raggiunge a chiacchiere ma facendo fare alle persone delle cose e facendole sperimentare in contesti e condizioni completamente diverse rispetto agli stili di vita che li hanno portati a delinquere. Noi invece in Italia negli ultimi 30 anni ci siamo occupati esclusivamente di una dimensione di sicurezza in senso un po’ segregativo, tenendo le persone chiuse, e abbiamo un po’ abbandonato quel terreno, che invece è esattamente quello della riforma del ’75, che è un terreno di vita comunitaria. Un carcere dovrebbe essere come una piccola città all’interno della quale si costruiscono una serie di esperienze. Le persone crescono, maturano, cambiano sperimentandosi nelle attività della vita: se dentro il carcere si hanno un lavoro vero, sano e non assistito, che insegni la cultura del lavoro e il piacere di fare le cose bene, una scuola che funziona, una serie di attività sportive e ricreative, si può creare una comunità che produce delle cose. In questa sua produzione è possibile mettersi anche in rapporto con il territorio: e c’è bisogno di un intervento della città, non con spirito buonista ma con la consapevolezza che si tratta in realtà di un investimento sociale. Le persone detenute qui sono destinate a rientrare comunque in società: se si offrono possibilità per cambiare i propri stili di vita se ne ha poi un ritorno in senso sociale e anche economico, mentre se ci limitiamo a sottrarre loro la libertà di movimento e a chiuderle nelle modalità devianti alle quali sono abituati riavremo il problema moltiplicato alla fine della pena.

Molto spesso quando si parla di lavoro ai detenuti le persone hanno una reazione d’indignazione, dicendo: “non c’è lavoro per noi, com’è possibile darlo ai detenuti?” 
La risposta è che noi non diamo lavoro ai detenuti sottraendolo al mondo esterno, il problema è che se noi non abituiamo queste persone a entrare in una cultura del lavoro ne avremo un danno sociale ed economico ancor più grave rispetto a quello attuale.

Questo è il quadro ideale che sta dietro una Casa di Reclusione: poi c’è la realtà concreta. Alessandria forse fa già eccezione rispetto ad altre realtà, ma il sistema complessivo resta improntato sulle “domandine” dei detenuti per ottenere qualsiasi cosa e su un modello che crea persone in totale dipendenza e deresponsabilizzazione. Cosa cambierà ora con la sorveglianza dinamica? Quali sono le azioni concrete che metterete in essere per transitare verso un modello differente di organizzazione penitenziaria rispetto a quello attuale?
E’ un processo molto complicato che mette in gioco tante variabili. Un prima parte riguarda la de-infantilizzazione del detenuto, nel senso che il detenuto qui è stato abituato a essere un destinatario finale: di ordini, di imposizioni, di attività, ma è una sorta di oggetto. Si tratta di restituirgli soggettività e questa cosa si fa prendendo dei reciproci impegni. Si chiede alle persone, ai detenuti che sono in grado di farlo (perché non tutti sono uguali esattamente come succede nella società normale), di cominciare a prendere impegni concreti,  anche a seconda degli strumenti culturali che si hanno a disposizione. Solo così si può costruire un percorso che renda questi impegni sempre più gravosi, ma in contropartita offra degli spazi di autonomia e di costruzione delle attività da svolgere all’interno della struttura sempre più interessanti e importanti. L’altro capo di questa matassa riguarda l’organizzazione del personale: se noi pensiamo di riprodurre modelli di sicurezza ormai antichi, che si basano sul fatto che una persona debba restare chiusa in quel posto e che noi la guardiamo continuamente, non riusciremo a mettere insieme questo modello innovativo. Noi però abbiamo una carta da giocare: la straordinaria ricchezza dei tanti enti che si occupano dei detenuti. Penso agli istruttori professionali, ai medici, agli operatori del sert, ai professori di scuola, ai volontari. Se riusciremo a mettere a fattor comune tutte le conoscenze che questo mondo ha, e fare rete fra loro, avremo un modello di sicurezza che non si basa più su un aspetto meramente repressivo o di contenimento fisico, ma fondato invece su una conoscenza profonda delle persone. 

Qualche esempio?
All’interno della sorveglianza dinamica una delle idee è che ci sia un gruppo multiprofessionale che vada a vedere cosa succede in questa “città” che è la Casa di Reclusione durante la giornata e incontri gli abitanti di questi spazi, che sono i detenuti, impegnati nelle diverse attività, avendo una conoscenza profonda delle storie che hanno alle spalle. Si tratta di passare da un approccio repressivo a uno preventivo. E’ sicuramente una rivoluzione culturale. Chi è stato abituato, a partire dai direttori negli ultimi 20 anni, a pensare alla sicurezza come a quella cosa che si occupa staticamente dell’immobilità delle persone deve riorganizzare tutti i processi lavorativi. La contropartita di questa rivoluzione è che diventa molto più interessante e molto più gratificante lavorare. La differenza fra l’immagine un po’ stantia dell’agente di polizia penitenziaria che apre e chiude 100 volte al giorno la serratura come nella canzone di De André e un operatore sociale che ha competenze raffinate di conoscenza delle persone e dei processi che accadono è abissale, e lavorare in quel modo invece che nell’altro fa una grande differenza.

Di che tempi stiamo parlando?
Abbiamo appena finito un primo step di formazione e stiamo parlando di qualcosa che un po’ abbiamo già sotto i nostri occhi, nel senso che in questo San Michele è sempre stata una realtà piuttosto all’avanguardia. Non dappertutto però: il polo universitario è una struttura per esempio che si è già posta in questa logica. Chi monta di servizio lì sa che non è tanto importante guardare le persone ma capire le situazioni. Entro la fine dell’anno contiamo di aprire una nuova sezione che dovrà essere uno spazio “a trattamento avanzato”. L’obiettivo è che funzioni proprio secondo questa logica e che inglobi in sé il meglio delle esperienze che si sono fatte in questo carcere, come ad esempio la gestione del panificio, che è una piccola oasi di un lavoro di qualità che nulla ha a che vedere rispetto al carcere repressivo così come spesso si è abituati a immaginarlo. Questa nuova ala prenderà il posto che ora è del polo universitario, a sua volta spostato nell’ex area dedicata all’isolamento (ora ristrutturata ad hoc): anche in questo caso è un bel salto di qualità, anche simbolico. Lì ci sposteremo quei detenuti (in tutto questo spazio conterà una quindicina di posti ndr) che si trovano nella scala più alta dell’impegno, quelli che hanno più capacità di autonomia, perché l’idea è quella di costruire un carcere che disegni un percorso: si entra in uno step zero dove vengono rispettati i diritti, vengono svolte attività iniziali e si cominciano a stabilire delle relazioni con la struttura e man mano si prosegue in un percorso e si salgono i gradini di una scala sociale che è prima di tutto una scala di consapevolezza. Diciamo che al top di questo percorso ci sono persone quasi pronte per poter sperimentare un rapporto con l’esterno che non è ancora di libertà ma di osmosi con l’ambiente cittadino. Ovviamente dobbiamo fare i conti con i limiti architettonici e quindi forse non avremo mai un carcere che funzioni tutto così ma l’ambizione è che nell’arco del 2015 si ottenga un carcere che per ben oltre il 50% funzioni così.

Anche la nuova rubrica che inaugureremo in collaborazione la prossima settimana con l’obiettivo di raccontare delle storie dei detenuti e del personale fa parte della costruzione di un rapporto con l’esterno…
E’ un’altra opportunità per abbassare il muro di cinta che separa l’interno con l’esterno e far conoscere a tutti quanta ricchezza umana c’è all’interno del carcere, quali storie complicate e dolorose ci sono, ma anche episodi buffi, divertenti e insospettabili. Non è solo una questione di curiosità: noi speriamo sia un seme gettato. Io immagino infatti che tutto questo percorso di rinnovamento non possa partire attingendo solo alle risorse del carcere, e non mi riferisco solo alle risorse economiche: c’è bisogno di un patrimonio di idee, intelligenze e passione che viene da fuori e che assume che il carcere sia un pezzo del territorio anche capace di produrre delle cose per la città e i suoi abitanti.

Anche in questo caso, in conclusione, facciamo qualche esempio…
Penso a un volontariato che si occupi del carcere che vada oltre le necessità quotidiane materiali dei detenuti per strutturarsi invece come un volontariato tematico: una persona ha delle particolari abilità in ambito artistico? Penso possa fare il referente per i laboratori artistici dei detenuti. Ha una particolare competenza in ambito educativo? Allora potrà aiutarci a ragionare con gli enti scolastici che lavorano qui nel fare progetti che richiedano sempre più ai detenuti offrendo un’offerta formativa sempre più importante. Questo volontariato, che è solo la punta dell’iceberg di un territorio che al di là delle collaborazioni istituzionali può dare tanto e sa dare tanto a questo carcere, è un tema cruciale. Non si può cambiare il carcere solo dall’interno, è fondamentale che la collettività sul territorio se ne faccia carico: raccontare cosa siamo significa al contempo chiedere all’esterno di interessarsi a cosa rappresentiamo oggi e cosa potremo essere domani. 

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