L’inutile strage della “Grande Guerra”; ricordare per capire
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Alessandro Francini  
16 Novembre 2014
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L’inutile strage della “Grande Guerra”; ricordare per capire

Nel centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale a "Cultura e Sviluppo" insieme allo storico Luciano Canfora e al professor Maurilio Guasco sono state analizzate le cause e le conseguenze del primo conflitto bellico mondiale del Novecento

Nel centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale a "Cultura e Sviluppo" insieme allo storico Luciano Canfora e al professor Maurilio Guasco sono state analizzate le cause e le conseguenze del primo conflitto bellico mondiale del Novecento

 

ALESSANDRIA – Molti sono gli anniversari di particolari eventi storici che andrebbero celebrati e ricordati in questo 2014. Il centenario delllo scoppio della Prima Guerra Mondiale, però, è quello che ha ottenuto più risonanza a livello nazionale.

“1914 – L’inutile strage” è il titolo del convegno organizzato nella serata di giovedì 13 dall’associazione Cultura e Sviluppo nella sede di piazza De André (iniziativa che fa parte del progetto “L’inutile strage? C’era una volta la Grande Guerra” promosso da diverse realtà associative alessandrine); ospiti Luciano Canfora, storico e filologo di fama internazionale professore emerito dell’Università di Bari e Maurilio Guasco, professore dell’Università del Piemonte Orientale esperto di storia politico-religiosa.

Perché celebrare una guerra che causò la morte di più di 24.000.000 di persone? È questa la domanda che pone in maniera quasi provocatoria il professor Canfora. Una guerra tanto cruenta non può che essere deplorata “per la sua efferatezza e per le conseguenze catastofiche che ha provocato negli anni successivi”, sostiene Canfora. Ricordare ed analizzare gli eventi scatenanti, gli atteggiamenti dei vari governi e protagonisti, ad ogni modo, è un processo utile a comprendere meglio il senso storico dei due più grandi e sanguinosi eventi bellici del Novecento.

Tutti conoscono il “casus belli” da sempre riportato nei libri di storia, ma è altrettanto chiaro a tutti l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e di sua moglie Sofia accese la miccia di una bomba pronta ad esplodere da tempo. Dopo ben 44 anni di pace l’Europa andò incontro alla guerra in maniera trascinante. La Belle Époque era finita e il sentimento belligerante dei vari sovrani occidentali cercava un’immediata valvola di sfogo. L’Impero tedesco, gli austro-ungarici e la stessa Italia furono condotti alle armi dai rispettivi sovrani e dalle classi privilegiate che covavano un forte spirito nazionalista ed espansionistico. “La socialdemocrazia, di elezione in elezione e nonostante Bismarck, stava ottenendo un consenso sempre maggiore tra la classe operaia e tra gli intellettuali; stava per prendere il via una marcia pacifica verso un orizzonte di organizzazione della società socialista” spiega Canfora, “contemporaneamente, però, si andavano rafforzando altri processi di impronta militarista, industriale e nobiliare che condizionavano pesantemente le scelte diplomatiche delle diverse monarchie”. In Italia si arrivò al conflitto nonostante la ferrea convinzione neutralista di Giolitti; Vittorio Emanuele III, però, cavalcando l’onda irredentista sconfessò il patto della Triplice Alleanza ponendo all’Austria una sorta di ultimatum per la concessione del Trentino e dei territori del Venezia Giulia. Il netto rifiuto austro-ungarico fu l’assist che l’Italia aspettava per passare al fianco dell’Intesa e dichiarare guerra agli ex alleati.

Se, come sosteneva Lenin, la guerra ebbe inizio a causa del forte desiderio di spartizione del mondo delle potenze occidentali, una buona dose di responsabilità la ebbe il sentimento nazionalista che andava diffondendosi in Europa. I nazionalismi europei protagonisti del secondo conflitto mondiale sorsero dalle ceneri dei Paesi sconfitti nella Grande Guerra e da quelli, come l’Italia, che ne uscirono vincitori certo non per meriti propri; Canfora ricorda come “in questo periodo in Germania nasce “Il Partito delle Patria”, un partito di destra che sviluppa in poche settimane le stesse dimensioni del partito socialdemocratico. Questo schieramento, di lì a pochi anni, darà il via alla tragica esperienza nazionalsocialista”.
L’analisi del professor Canfora fa capire, quindi, come la Prima Guerra Mondiale produsse veleni e trasformazioni politiche che alimentarono lo scoppio del secondo conflitto bellico del 1939-1945.

Il professor Guasco spiega come entrambe le matrici pacifiste, una cattolica e l’altra socialdemocratica, ben presto cambiarono idea giustificando la guerra adducendo motivazioni diverse. Per ciò che riguarda i cattolici, anzi, “fu proprio durante la Prima Guerra Mondiale che venne istituita la figura del cappellano militare, voluta da Cadorna per confortare e rinfrancare lo spirito delle truppe”, afferma Guasco. Se Pio X non si schierò mai apertamente contro il conflitto, alla sua morte, nel 1914, il suo successore Benedetto XV iniziò da subito a condannare la guerra, attirandosi in questo modo le antipatie dei principali governi interventisti. “Benedetto, oltre all’attività d’assistenza alle truppe, propose soluzioni diplomatiche che avrebbero potuto far terminare in breve tempo il conflitto; le sue proposte non vennero però ascoltate”.

 

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