‘Fare rete’, il futuro della scuola
Abbiamo intervistato Roberto Grenna, da quest'anno dirigente dell'Istituto Saluzzo Plana. Con lui abbiamo parlato della grande novità di quest'anno, il liceo musicale, ma anche di memoria, di studenti e di fondi. "L'obiettivo finale, l'unico, sono i ragazzi ed il loro futuro"
Abbiamo intervistato Roberto Grenna, da quest'anno dirigente dell'Istituto Saluzzo Plana. Con lui abbiamo parlato della grande novità di quest'anno, il liceo musicale, ma anche di memoria, di studenti e di fondi. "L'obiettivo finale, l'unico, sono i ragazzi ed il loro futuro"
ALESSANDRIA – Quando abbiamo iniziato l’intervista con Roberto Grenna, dirigente scolastico dell’Istituto Saluzzo Plana, volevamo parlare soprattutto della grande novità di quest’anno, il tanto atteso liceo musicale. Il discorso, in realtà, si è poi spostato su altri argomenti, dall’importanza del contributo delle famiglie al cambiamento che ha coinvolto la società – e di conseguenza la scuola – negli ultimi dieci anni. Abbiamo scoperto che la scuola non può più permettersi di essere all inclusive, che le nuove tecnologie non danneggiano (solo) la memoria degli studenti e che fare il dirigente vuol dire non dimenticarsi mai l’obiettivo ultimo: il futuro dei ragazzi.
Un arrivo ricco di novità, il suo: come è stato ritrovarsi a dirigere il Saluzzo – Plana?
Una sorpresa, prima di tutto. Quando ho fatto richiesta per rientrare in Alessandria, la mia città, avevo richiesto solo un istituto, questo. E sono stato accontentato, con mia grande gioia. Si tratta di un istituto prestigioso, il polo di riferimento umanistico liceale della città e del territorio. Per me, che provenivo da una scuola altrettanto prestigiosa, ma in ambito scientifico, è stato un bel cambiamento, all’insegna della continuità dell’importanza. Anche se c’è chi si è chiesto: ma cosa ci fa un informatico al classico?
La formazione scientifica e tecnica è stata un problema?
No, e le spiego subito il perché. Trovarsi a dirigere un istituto ha molto più a che vedere con l’attività di un manager, che non con quella di un insegnante. Potrebbero esserci anche un filosofo, un umanista o un ingegnere meccanico al mio posto, ma il compito non cambierebbe: si tratta di coordinare, di fare rete. Un po’ come avviene scolasticamente.
In che senso?
Il liceo musicale permette agli studenti una conoscenza della musica, che fa da fil rouge con tutto il mondo umanistico. Non sono materie a compartimenti stagni, ma realtà che si compenetrano, che si completano. E più che la didattica nuda e cruda, a fare la differenza è l’amore che viene trasmesso agli studenti, la passione per le materie di studio e per la cultura: questo servirà anche dopo il diploma.
Il liceo musicale è una delle grandi novità di quest’anno: come sta andando?
Bene, è una bella avventura di cui mi godo i frutti, nonostante il merito vada a chi mi ha preceduto. Si tratta di un inserimento prestigioso in un panorama di risorse preziose non solo per la scuola, ma per la città e per la provincia. Stiamo lavorando – fare rete, glielo dicevo, è importante – ad una convenzione con il Conservatorio e ci piacerebbe proporci come il serbatoio naturale per gli studi accademici di questo tipo. Anche i docenti sono appassionati, entusiasti e questo è immensamente positivo: non dimentichiamoci che l’obiettivo finale, l’unico, sono i ragazzi ed il loro futuro.
Quanti sono gli iscritti?
Abbiamo una classe di sedici studenti, che gestiscono un orario affatto semplice. Mancano il latino e il greco, ma si tratta di un liceo a tutti gli effetti. Il biennio è abbastanza simile a quello degli altri istituti, ma caratterizzato da una connotazione musicale, teorica e pratica, fin dal primo anno. I ragazzi studiano musica al pomeriggio, per un totale di tre ore a settimana di strumento ad allievo. Si tratta, in fin dei conti, di un corso molto impegnativo, che unisce le fatiche del conservatorio a quelle del diploma.
A livello generale, invece, come sta il polo umanistico liceale?
In media con il territorio nazionale, direi. C’è una tenuta nei numeri, nonostante il calo del liceo classico. Si punta, credo, a diplomi più pratici ed il ginnasio viene visto come il più “antico”. In realtà ogni scuola è importante e a sé stante, per gli stimoli che da a livello mentale, culturale e, perché no, pratico.
Cambia la società, cambiano le famiglie, cambiano i ragazzi: e la scuola?
Cambia anche lei, radicalmente e di pari passo coi giovani. Io ho iniziato nel 2001 e ho notato, in questi tredici anni, come il rapporto si sia modificato profondamente. In passato si tendeva ad avvalorare l’opinione degli insegnanti, anche e soprattutto quando si trattava di note o di voti bassi: oggi c’è molto da lavorare con i genitori, in questo senso. Essere educatori, fare gli “adulti di riferimento”, è complesso, difficile: tanto più se, una volta, a contestare un insegnante era solo un solo genitore, mentre oggi sono cinque, sei.
Social media, telefonini: non è anche un po’ colpa loro?
Senza dubbio i nuovi media hanno un ruolo importante. Spesso i ragazzi li usano anche un po’ incoscientemente, pubblicando, ad esempio, fotografie con persone che non sanno di finire on line: ma in questo caso si tratta di un male tutto italiano, quello dell’uso della tecnologia associato ad una scarsa conoscenza delle leggi.
Però anche la scuola diventa tecnologica, con i registri elettronici…
La tendenza è sorta lo scorso anno, ma lo stato non ha fornito denaro sufficiente per completare tutte le operazioni. E’ una pratica costosa, non lo nego, ma che fa risparmiare quello che nell’istruzione manca più di tutto: il tempo. L’intenzione è di avere tutta la scuola connessa, grazie ad un wifi che arriverà con un finanziamento di 15mila euro. Personalmente sono favorevole alla digitalizzazione, nonostante il rischio, concreto e diffuso, di perdere un po’ la memoria. I ragazzi, invece, non sono così felici del registro elettronico: bigiare sarà praticamente impossibile.
Una rivoluzione positiva, dunque?
Sì, perché inevitabile. La scuola deve cambiare, senza mai perdere di vista l’obiettivo. Cosa non proprio semplice, se si considera che negli ultimi quattro anni ci sono stati tagli del 75%: la qualità, però, non è cambiata, soprattutto grazie all’impegno volontario e non pagato di chi ama il proprio lavoro. Questo, a mio avviso, è ingiusto: pur consapevole di essere privilegiato rispetto ad alcune categorie, ritengo sia doveroso che ogni lavoro venga pagato, per non rimetterci in serenità professionale. Arrampicarsi sugli specchi per sbarcare il lunario non è nè semplice nè stimolante.
Come si può risolvere il problema?
Facendo rete, provando a trovare accordi con altre realtà. Ma anche con l’aiuto delle famiglie, che con un contributo di 50 euro all’anno possono garantire ai propri figli quelle attività che rischierebbero di saltare o di essere penalizzate per la mancanza di fondi. Con questo aiuto possiamo destinare fondi per implementare i laboratori, ad esempio, senza distrarre denaro da quanto ci da lo stato. La scuola, insomma, fa fatica ad essere all inclusive.
