Il Cammino di Santiago, dove non si è mai soli
Abbiamo intervistato Francesco Di Donna, che è partito, da solo, per fare in bicicletta il Cammino di Santiago. Più di ottocento chilometri in undici giorni, con una grande certezza: "se si pensa troppo, un'esperienza così non la si fa. E ognuno dovrebbe provarci, almeno una volta nella vita"
Abbiamo intervistato Francesco Di Donna, che è partito, da solo, per fare in bicicletta il Cammino di Santiago. Più di ottocento chilometri in undici giorni, con una grande certezza: "se si pensa troppo, un'esperienza così non la si fa. E ognuno dovrebbe provarci, almeno una volta nella vita"
ALESSANDRIA – “Parti da solo, ma non sei mai solo davvero”. Francesco Di Donna ci spiega così, in poche parole, la sua esperienza sul Cammino di Santiago. Ottocentoventisette chilometri, undici giorni, una bicicletta ed il desiderio, incontenibile, di “far qualcosa per sé, mettersi alla prova”, all’indomani del proprio venticinquesimo compleanno.
Di solito, a questa età, si ha un altro concetto di ‘vacanza’. Come è nata l’idea di intraprendere questa esperienza, da solo?
Parecchi anni fa, almeno quattro o cinque, avevo letto l’inizio del libro di Paulo Coelho, “Il cammino di Santiago”. Dopo poche pagine lo avevo abbandonato: non faceva per me, non riuscivo ad andare avanti. Il pallino di questo percorso, però, m’è rimasto. Ha covato per tanto tempo, probabilmente aspettando il momento giusto. E, finalmente, il momento giusto è arrivato: dopo una operazione al menisco, infatti, mi sono deciso. Dovevo far qualcosa per me, dovevo mettermi alla prova. Così ho deciso: ho comprato una mountain bike, mi sono allenato, mi sono informato tramite internet, ho comprato una guida e son partito: con queste cose non bisogna pensar troppo, serve solo partire.
Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a partire?
Le motivazioni sono religiose, sportive e culturali, ma non solo. Avevo voglia di far fatica, di sudare per una salita e di passare del tempo con me stesso. E’ un cammino faticoso, che richiede impegno e tempo: ci si conosce, si capisce come si reagisce alle molte difficoltà, ai limiti fisici, culturali, psicologici. E’ una cosa che consiglio a chiunque abbia bisogno di capirsi e di risolvere dei problemi.
Come si torna, dal Cammino di Santiago?
Diversi. Molto, molto diversi. Oltre al bagaglio di esperienze, si trova un proprio equilibrio, ci si conosce. In realtà, una volta a casa, non si ricorda tutto nitidamente: si vivono mille esperienze, si vedono mille paesaggi. Quel che resta, che traspare, è l’effetto del Cammino. Cambia il modo di pensare.
Prima raccontavi di come non si sia mai da soli. Quale è stata la tua esperienza?
Non so se qualcuno m’abbia dato una mano dall’alto, ma io non son mai stato solo. All’arrivo, a Pamplona, ho conosciuto un ragazzo di Udine, con cui ho legato subito molto e con il quale ho affrontato praticamente tutto il cammino, condividendo insicurezze e difficoltà. In realtà già il primo giorno ho vissuto una mezza disavventura: all’atterraggio, infatti, la mia bicicletta non c’era più. Ho deciso di prenderla con filosofia, di visitare la città e di iniziare questa esperienza con un’attitudine positiva: il giorno dopo la bicicletta è arrivata e io son partito. E da lì è stata un’avventura incredibile.
Ci si sente mai soli, estranei?
Mai. Il Cammino rende tutti uguali, pellegrini alle prese con difficoltà e fatiche. Non conta più la lingua, la provenienza, la religione: si è tutti nella stessa situazione, persone che possono aiutare e che devono essere aiutate. Un’altra cosa che ho imparato è proprio questa: posso iniziare un cammino da solo, ne ho la forza. Ma ho bisogno di qualcuno a cui affidarmi.

Il primo giorno è stato terribile, volevo tornare a casa. Poi, in realtà, ti perdi nei piccoli gesti, nei paesaggi, negli incontri. Passa il tempo, passano i chilometri e ti ritrovi alla fine, stanchissimo ma con una forza, una passione, che non credevi di poter avere. Ad aiutarmi, nel cammino, è stata anche la preghiera: son credente, anche se non praticante e mi sono ritrovato a pregare, a trovare in questo gesto così semplice la forza per andare avanti. Come me, tanti altri andavano avanti sempre e comunque, aiutati dalla preghiera o dalla forza di volontà: c’era un ragazzo che, non potendo più camminare per alcune ferite ai piedi, ha preso in affitto una bicicletta, pur di andare avanti. Due ragazzi invece sono partiti da Roma, in bicicletta. E non è vero che ci sono solo giovani: mi ricordo di due anziani di Trento, ormai in pensione, che, dieci chilometri alla volta, andavano avanti, mano nellla mano, verso Santiago. E’ stato emozionante.
Il percorso è difficile?
Non è un tragitto facile, ma neppure impossibile. A far la differenza, probabilmente, è come uno affronta le difficoltà della vita. Si passano quattro regioni, si vede il paesaggio cambiare. A volte si porta la bicicletta a mano, perché la salita è troppo faticosa. Però quando si arriva a Santiago, l’emozione è unica.
Consiglieresti questa esperienza?
A chiunque, credo sia una cosa che deve esser fatta, una volta nella vita. Soprattutto, ovviamente, a chi ha bisogno di capirsi, di conoscersi, di investire del tempo in sè. Io ho risolto molti dubbi che avevo, ho acquisito una consapevolezza importante, con la quale sto affrontando il futuro. Tra amici o in coppia, per rafforzare il rapporto, ma anche da soli. Poi, ve l’ho già detto: nel Cammino di Santiago, soli, non lo si è mai.
