Welfare, lavoro e sanità: cosa deve cambiare per uscire dalla crisi?
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Alessandro Francini  
4 Ottobre 2014
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Welfare, lavoro e sanità: cosa deve cambiare per uscire dalla crisi?

Nel primo appuntamento della nuova stagione dei "giovedì culturali" a Cultura e Sviluppo si è discusso con la professoressa Chiara Saraceno e il dottor Vittorio Demicheli di welfare, povertà e sanità in Italia. "Lo stato sociale italiano non è mai stato caratterizzato da un universalismo significativo, ma al contrario è rimasto negli anni fortemente categoriale e politicizzato" ha dichiarato la Saraceno

Nel primo appuntamento della nuova stagione dei "giovedì culturali" a Cultura e Sviluppo si è discusso con la professoressa Chiara Saraceno e il dottor Vittorio Demicheli di welfare, povertà e sanità in Italia. "Lo stato sociale italiano non è mai stato caratterizzato da un universalismo significativo, ma al contrario è rimasto negli anni fortemente categoriale e politicizzato" ha dichiarato la Saraceno

ALESSANDRIA – “Fine del welfare. Crisi del lavoro e povertà”; è questo il tema del primo incontro della nuova stagione delle conferenze del giovedì organizzate dall’associazione alessandrina Cultura e Sviluppo nella sede di Piazza De Andrè. Ospiti della serata la sociologa Chiara Saraceno, fino al 2008 docente di Sociologia della Famiglia presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Torino, e il dottor Vittorio Demicheli, Direttore del Servizio di Epidemiologia dell’ASL AL ed esperto di problemi sanitari.

La professoressa Saraceno, a cui è stato affidato il compito di approfondire il problema della povertà nel nostro Paese suggerendo possibili politiche di contrasto, chiarisce che quando si parla di welfare in Italia è utile mettere subito in evidenza che “lo stato sociale italiano non è mai stato caratterizzato da un universalismo significativo, ma al contrario è rimasto negli anni fortemente categoriale e politicizzato
La Saraceno sostiene che il sistema di welfare applicato negli anni in Italia è davvero poco raccomandabile, perché “frammentato e pieno di buchi. Il nostro Paese, per fare un esempio sintomatico, è l’unico nell’UE con la Grecia a non avere alcuna misura di reddito minimo per gli indigenti e, cosa forse ancora più grave, troppi politici sostengono che non si possa attuare”. 

Il quadro tracciato dalla sociologa è allarmante e deprimente. “Le disuguaglianze sono aumentate con i vari cambi generazionali. Nel nostro Paese l’origine economica famigliare determna il futuro delle nuove generazioni. Diventa quindi una sorta di corsa truccata in partenza” spiega la professoressa, che prosegue affermando che “per provare a ripartire è indispensabile che l’arricchimento culturale delle persone avvenga sin dalla tenera età, come atto di giustizia ma anche come investimento nel prezioso capitale umano”.
In Italia, ormai, deve quindi essere applicato un “welfare dell’investimento sociale”, che favorisca l’aumento delle capacità per non rimanere fermi sempre alle medesime competenze. E’ chiaro, però, che ciò non sta avvenendo. Restare arroccati su politiche di occupazione attaccate esclusivamente al lavoro è un errore imperdonabile, perchè è ovvio che chi non ha un’adeguata formazione avrà grosse difficoltà nel trovare un’occupazione.

Per ciò che riguarda la povertà la situazione, se possibile, è ancora più preoccupante. Dal 2009 ad oggi, in base all’indicatore di povertà assoluta, la percentuale di individui indigenti è triplicata (6.000.000 di unità). La povertà italiana è fortemente famigliare e i minori in stato di bisogno, in rapporto alla popolazione totale, hanno superato gli anziani; il 30% dei bambini italiani è considerato povero, mentre tra le famiglie dei migranti la percentuale sale al 50%. La professoressa Saraceno ritiene che “non sempre il lavoro evita queste situazioni di emergenza, perché esistono troppi impieghi precari, mal protetti e mal retribuiti, ed in più esistono troppe famiglie numerose in cui un solo genitore ha un impiego, se pur a tempo indeterminato”.

Anche gli scopi della sanità italiana, come quelli dello stato sociale, dovrebbero essere rimessi completamente in discussione.
Il dottor Demicheli esprime un giudizio severo sul sistema dei servizi sociali
“che dovrebbero avere il fine di preservare solidarietà ed inclusione ma, al contrario, non fanno altro che aiutare la persone a sopportare l’esclusione. I servizi sanitari dovrebbero avere lo scopo di produrre salute e non solo quello di occuparsi della cura. C’è un gram bisogno di politiche sociali e di coordinamento anziché di singoli interventi”. Un approccio politico articolato, secondo Demicheli, potrebbe essere in grado di evidenziare l’insieme del problema e magari di far “digerire” ai cittadini qualche sacrificio in vista di un beneficio più grande. La direzione intrapresa, invece, ha portato ad un taglio drastico e indiscriminato alla sanità, diffondendo l’idea che questa gravasse in manera eccessiva sulla casse dello stato. Conti alla mano, ciò è assolutamente falso; l’anno scorso, ad esempip, il disavanzo sanitario è stato meno di un miliardo su 110 milianrdi. E’ chiaro quindi che il sistema sanitario non produce squilibri.
“Il problema serio è quello di abbandonare questa ossessione della sostenibilità ed iniziare a ragionare su quanta salute stiamo in realtà producendo e se è possibile aumentarla” – ha aggiunto Demicheli – “La sanità è un’importante fonte di reddito e di occupazione, si rende però necessaria un’integrazione tra i servizi alla persona, c’è bisogno di più collaborazone e meno competizione, perché la salute non è una merce”

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