Il Vangelo su misura: intervista a don Stefano Mussi
Abbiamo intervistato don Stefano Mussi, giovane diacono alessandrino, per sapere il suo punto di vista sui giovani e sul loro rapporto con la Chiesa. E, inevitabilmente, ci siamo ritrovati a parlare di social network e di un Papa venuto da lontano...
Abbiamo intervistato don Stefano Mussi, giovane diacono alessandrino, per sapere il suo punto di vista sui giovani e sul loro rapporto con la Chiesa. E, inevitabilmente, ci siamo ritrovati a parlare di social network e di un Papa venuto da lontano...
SOCIETA’ – “La fede è un fatto personale, ma non privato: non si può essere cristiani da soli”. Quando don Stefano Mussi, giovane diacono alessandrino, ci dice questa frase, stiamo parlando già da un po’ delle due grandi rivoluzioni che hanno travolto la Chiesa e la società contemporanea. Da un lato i social network, Facebook, con la loro capacità di unire e far dialogare. Dall’altro Papa Francesco, il grande comunicatore “venuto da lontano”.
Facebook, Twitter…com’è la vita di un uomo di Chiesa, ai tempi dei social network?
In realtà ero in Facebook anche prima della mia ordinazione e, proprio come allora, neppure oggi mi da grossi problemi: credo che il trucco sia essere sempre autentici. Don Stefano in Facebook, insomma, è lo stesso don Stefano che si incontra anche a computer spento. Dopo l’ordinazione, però, mi sono arrivate più richieste d’amicizia, magari da parte di chi mi conosceva solo di vista. La vocazione, probabilmente, suscita interesse nelle persone: qualcuno mi scrive per avere dei consigli, altri mi chiedono una preghiera. La possibilità di essere sempre online è tanto una possibilità quanto un rischio. Senz’altro, per dirla con le parole di Papa Francesco, una Chiesa che “deve essere in uscita” ha più possibilità, con Facebook: cercare è più semplice che aspettare.
Parliamo proprio di lui, di Papa Francesco…
La Chiesa ha fatto, con lui, un passo mediatico importante: Papa Francesco ha un’immediatezza di linguaggio e di gesti capaci di renderlo simpatico ed empatico – dettaglio, questo, importante soprattutto per i giovani. Rispetto al suo predecessore ha un linguaggio meno tecnico, più comprensibile. Le premesse, insomma, ci sono e sono ottime, anche se si valuteranno i risultati sul lungo periodo. Quanto alla rivoluzione, in realtà poche cose sono cambiate rispetto a Benedetto XVI, per lo meno riguardo ai temi più diffusi, dal divorzio al rapporto con l’omosessualità. Sicuramente il modo di porsi di Papa Francesco – diretto, senza eludere il problema – piace. E poi lui insiste molto sul tema della misericordia, anche se, probabilmente, non è quella a buon mercato che si può intendere.
Parliamo di te. Quando è nata la tua vocazione?
Viene da lontano: avevo 8 anni quando ho sentito per la prima volta questo desiderio. Da lì all’ingresso in seminario sono passati vent’anni, nei quali ho potuto maturare esperienze scolastiche, lavorative, affettive, che mi hanno arricchito, fatto crescere. A ventotto anni, così, sono entrato in seminario, dopo un percorso lineare, fatto di vita di parrocchia: qui ho studiato per sei anni – un biennio filosofico, un triennio teologico e, al termine del quinto anno, l’ordinazione diaconale. Siamo in seminario dalla cena di domenica alla mattina del sabato seguente: il tempo che resta lo dedichiamo alla famiglia e alla Parrocchia.
Sei giovane e, meglio di tanti altri, puoi spiegarci come vanno le cose, in Alessandria, tra i giovani e la Chiesa…
Alessandria non soffre più di tante altre realtà, ma rispecchia quella che è una situazione diffusa in Occidente. Le differenze, semmai, sono tra parrocchie e si ripercuotono a cascata sul territorio. Senz’altro un grosso fattore di cui tener conto è che la soglia della giovinezza si è spostata rispetto a trent’anni fa. Le costanti della gioventù, però, restano e si concretizzano in ricerca ed entusiasmo, se la proposta è alta. L’errore, secondo me, è stato quello di dar proposte meno esigenti giustificandole con l’incostanza tipica dei giovani.
Papa Francesco sembra piacere molto alle nuove generazioni.
Sì, e credo che sia merito del suo modo di porsi. Forse per i giovani non è così immediato cercare una risposta nella Chiesa, ma senza dubbio il suo linguaggio rende più appetibile l’avvicinamento. Per quanto riguarda il successo degli oratori, le realtà locali che hanno sempre fatto da bacino di accoglienza per i giovani, credo che non dipenda, in realtà, né dalla comunità né dal parroco. Io sono di Castelceriolo e ho avuto modo di conoscere don Walter, che ha creato lì un bellissimo clima di partecipazione, a differenza di quanto era accaduto nella parrocchia in cui era in precedenza. Non basta, insomma, che il parroco sia bravo e la comunità attiva: anche gli oratori hanno un proprio ciclo vitale.
Cicli vitali o no, un allontanamento dei giovani, comunque, c’è stato. La Chiesa ha colpa?
Se c’è una colpa, è quella di aver pensato di riproporre gli stessi strumenti di trasmissione della fede in una società in cui si sgretolano le basi per comprendere la fede stessa. E’ inutile, insomma, che io impari le preghiere a memoria se poi non vedo amore nella mia famiglia, o se nessuno mi fa comprendere perché non c’è. Oggi tutti – i giovani in modo particolare – non possono accontentarsi del ‘dovere per il dovere’, ma hanno bisogno di qualcosa che tocchi loro il cuore. Il compito della Chiesa, oggi, è quello di scardinare il pregiudizio, così diffuso, che vuole che il Vangelo sia solo qualcosa di perfettamente noto. I giovani, semmai, hanno bisogno di risposte fatte su misura, non preconfezionate: e il Vangelo è proprio questo.
