Made in Alessandria? “Non c’è nulla che non ci sia anche altrove”
La storia di Slow Food ad Alessandria nel racconto di Luigino Bruni: gli obiettivi e le difficoltà di un'associazione che è diventata un "marchio" per i prodotti locali di qualità. Ma che ad Alessandria si faticano a trovare: "più che prodotti della terra ci può essere qualche piatto. Difficile però risalire all'esatta provenienza"
La storia di Slow Food ad Alessandria nel racconto di Luigino Bruni: gli obiettivi e le difficoltà di un'associazione che è diventata un "marchio" per i prodotti locali di qualità. Ma che ad Alessandria si faticano a trovare: "più che prodotti della terra ci può essere qualche piatto. Difficile però risalire all'esatta provenienza"
ALESSANDRIA – Condotta numero 45, “una delle prime in Italia”. Una terminologia non di immediata comprensione quella scelta da Slow Food, associazione nata a Bra, nel cuneese, e diventata ora patrimonio internazionale. “Basti pensare che negli Stati Uniti abbiamo più soci che in tutta Europa…”.In tanti la conoscono, pochi sanno effettivamente cosa fanno. Ad Alessandria Slow Food ha il volto e il nome di Luigino Bruni (nella foto con il indaco Rita Rossa), giornalista, autore di libri, esperto gastronomo, cuoco “ma solo per passione”, buongustaio, insegnante, fiduciario della condotta locale, ora presidente. “L’associazione nasce un po’ in contrapposizione con la diffusione dei fast food. Eravamo un gruppo di amici che si ritrovavano per il piacere di gustare i buoni prodotti, il buon vino. Avevamo – e forse abbiamo ancora – questa immagine un po’ da gourmet, un po’ da beoni.. Poi l’interesse si è spostato dal prodotto alla terra che lo produce, con tutti i problemi a questa legati, l’ambiente, la biodiversità”, spiega Bruni.
L’intera storia di Slow Food è legata alla terra, ai suoi frutti e ai suoi ritmi: “i primi passi li abbiamo mossi come associazione ‘Tanto per Gradire’, che era la frase che pronunciavano i contadini quando accettavano un dono”. Poi è arriva Arcigola, fino a quando le due componenti ‘arci’ e ‘gola’ non si sono separate. A livello locale i primi passi sono stati mossi con l’iniziativa “La rugiada di san Pietro”: “il 29 giungo i contadini andavano nei campi nottetempo per bagnarsi le scarpe di rugiada, che dicevano fosse benedetta. Poi si faceva l’alba, danzando. Qui l’appuntamento era a Valmadonna, dove adesso ci sono dei palazzoni terribili”, racconta Bruni. E non aggiunge altro.
Dall’epoca di strada ne è stata fatta tanta. Sempre nella giusta direzione?
“E’ naturale che quando un’associazione cresce, come è stato per Slow Food, si innescano contraddizioni”, dice il fiduciario della condotta alessandrina. La prima è arrivata quando uno dei punti di riferimento, Oscar Farinetti, ha creato una catena di negozi specializzati in cibi di qualità: Eataly: si innesca il dibattito sulla “territorialità” e sul prezzo. “Secondo Farinetti la qualità ha un prezzo; come Slow Food, invece, abbiamo cercato di mantenere un profilo più popolare, accessibile a tutti. Il punto è che certi prodotti, in una economia di scala, non sono remunerativi e finiscono con l’essere solo per ‘pochi’. Noi, inoltre, parliamo di Km “zero”, Farinetti sostiene invece che la qualità viaggia per il mondo”.
Quella della promozione dei prodotti a Km ‘zero’ è una delle “battaglie”. Su quali altri fronti siete attivi?“Sono fronti comunque sempre legati alla valorizzazione dei prodotti, quelli di qualità, quelli che rischiano di andare perduti. Da qui erano nati i ‘presidi’, altra parola forse non troppo adatta, perchè legata ad una terminologia militare, di arroccamento, di difesa. E’ una ‘lotta’ a difesa della produzione agricola contadina, in contrapposizione con la grandi monocolture che hanno cambiato la geografia politica del mondo, senza migliorarlo. Basti pensare alle coltivazioni intensive in Africa: si pensava che potessero risolvere i problemi alimentari del sud dell’emisfero, e invece li hanno acuiti perchè hanno portato alla scomparsa di una serie di coltivazioni che, invece, per quelle popolazioni erano vitali. Legata a questo, c’è la lotta contro gli ogm e il mantenimento della biodiversità. Ci sono migliaia di prodotti che stanno scomparendo, semplicemente perchè considerati non commerciabili o remunerativi. Più recentemente, stiamo promuovendo orti didattici.
Qui si torna ai presidi Slow Food. Quali sono i prodotti”salvati” dall’associazione nell’alessandrino?
“La Fragolina di Tortona, una specie che era molto ricercata nei mercati come quello di Milano ma, poiché facilmente deperibile, ha rischiato di scomparire. Oggi sono solo 8 o 9 i produttori in zona.
La piccola pesca Sant’Anna, simile a quella di vigna, ma che matura prima, tra luglio e agosto.
La testa in cassetta, nella zona di Gavi e Voltaggio: viene dalla tradizione contadina di mettere la testa del maiale, quando veniva ucciso per Natale, in una cassetta, appunto.
Il Montebore, un formaggio misto di latte vaccino e caprino, della zona della val Borbera e val Curone.
Il filetto baciato di Ponzone, nell’acquese.
Ci sono altri prodotti da “presidiare”, magari ad Alessandria?Direi di no. Alessandria può avere qualche piatto con sue specificità, ma non prodotti. Ci può essere magari la ricotta, base dei ‘rabaton’. Ma anche quello è un piatto che si trova anche in altre parti d’Italia. Oppure gli agnolotti. Ce ne sono però talmente tante varianti che è impossibile stabilirne una esatta provenienza. Alcune attribuzioni, poi, sono addirittura false, come quella del pollo alla Marengo.
Ci potrebbe essere al limite la torta alla Marengo, fatta con la polenta omonima. Il marchio è ora di proprietà della pasticceria Bonadeo, in galleria Guerci.
Siamo forti sui biscotti, il krumiro, che però è indubbiamente casalese, i baci di dama, che sono legati più al tortonese o al novese, e gli amaretti. Anche qui ogni paese ha in suo, però: Mombaruzzo, Sassello, Gavi…
Laddove c’è un presidio “slow food” c’è anche stato uno sviluppo turistico? Ci sono, cioè, turisti interessati andare alla scoperta di un territorio partendo da una specialità? Potrebbe valere anche per la per la città?
Io francamente non vedo questa possibilità per Alessandria. Ci hanno forse provato in un certo periodo le istituzioni, come la camera di commercio o la Provincia stessa. Ma, quando ne sento parlare, a me viene in mente un semplice episodio: qualche tempo fa eravamo in piazza Garibaldi, ad Alessandria, con un stand su cui erano esposto i nostri libri. Si avvicinò una coppia di turisti stranieri per chiedere dove potevano trovare una mappa della città. L’ufficio del turismo era chiuso e nell’edicola non ne avevano più. Alla fine un nostro socio è andato a recuperarne una a casa sua. Questa è l’amara situazione del turismo alessandrino. Non basta fare arrivare un treno, occorre pensare a cosa si offre. Per quanto riguarda poi Expò 2015 siamo in arretrato. Anche noi, come slow food forse lo è, ma le nostre risorse sono quel che sono e poi non ritengo neppure che la promozione turistica sia il nostro compito.
Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate come associazione. C’è collaborazione tra i presidi sul territorio?
Oltre alla condotta di Alessandria ci sono quelle di Gavi-Novi, Tortona e Casale. Quella di Valenza è stata poi assorbita da Casale e Ovada da Gavi-Novi. La collaborazione c’è in alcune occasioni, come gli eventi. Ma alla fine dipende dalle persone che stanno dietro l’associazione. La maggiore difficoltà che stiamo affrontando è quella di coinvolgere i giovani. Hanno modelli di divertimento che li tengono distanti. Hanno le discoteche, l’aperitivo lunch, il brunch… Se hanno soldi preferiscono spenderli così, piuttosto che degustare un vino.
Ora, tra i nostri progetti, c’è quello di puntare sulle scuole, partendo dalle elementari. Abbiamo fatto alcuni incontri per fargli conoscere, ad esempio, le erbe aromatiche. Stiamo promuovendo gli orti didattici, dicevo, insieme alle scuole. In tutto il Piemonte ce ne sono circa trenta. In provincia l’unico, per ora, è a Viguzzolo. Ci siamo interessanti anche ad Alessandria per l’assegnazione di un orto ma per noi è un problema potercene occupare continuativamente e le scuole, ovviamente, non possono occuparsene a tempo pieno. Diciamo che se anche avessimo l’orto, ci manca un ortolano.
Lanciamo un appello per trovare un ortolano che si occupi come volontario di un orto slow food?
Perchè no..