Luca Ribuoli e i “sogni a piccoli passi”
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Luca Ribuoli e i “sogni a piccoli passi”

Abbiamo intervistato Luca Ribuoli, regista alessandrino che, partito da Alessandria, ha firmato alcune tra le più celebri fiction italiane. "Cercavo il mio posto nel mondo e mi sono trovato dietro ad una macchina da presa: faccio un lavoro meraviglioso e complicato, mi sento un privilegiato"

Abbiamo intervistato Luca Ribuoli, regista alessandrino che, partito da Alessandria, ha firmato alcune tra le più celebri fiction italiane. "Cercavo il mio posto nel mondo e mi sono trovato dietro ad una macchina da presa: faccio un lavoro meraviglioso e complicato, mi sento un privilegiato"

INTERVISTE – Chi nasce in terra alessandrina ha sempre un inconfondibile segno particolare. Più della pronuncia mandrogna, più dell’abitudine alla nebbia, più dell’amore per gli agnolotti, a fare la differenza, a fare un alessandrino, è una preposizione semplice ed il suo utilizzo in uno stato in luogo. Un alessandrino dirà sempre di essere nato ‘in‘ Alessandria, di aver frequentato le scuole ‘in‘ Alessandria, di aver vissuto ‘in‘ Alessandria. Un ‘in’ (che nella stragrande maggioranza delle città italiane diventa un ‘ad’), tradisce l’origine anche quando si perde l’accento, anche quando si è lontani. 

Luca Ribuoli, alessandrino di nascita, romano d’adozione, non fa eccezione. Classe 1969, regista di numerosi lavori per il piccolo schermo, da ‘La Squadra” a “Il Commissario Manara”, passando per “Don Matteo” e “Questo nostro amore 70”, solo per citarne alcuni, ha conservato la propria città d’origine nel cuore, nonostante il proprio lavoro lo porti, spesso e volentieri, ad essere cittadino del mondo. Lo raggiungiamo al telefono: è un venerdì sera e lui è in Alto Adige, a girare alcune scene di “Grand Hotel”, un nuovo melò noir ambientato nel 1905, prodotto da Cattleya e che uscirà, probabilmente, nella primavera del 2015. 

Partiamo dall’inizio: come è nata la passione per il tuo lavoro? 
Ho iniziato tardi: la passione per le immagini c’era sempre stata, ma in Alessandria (eccole lì, le origini) nessuno faceva cinema, quando ero un ragazzino. Mi sono arrangiato come ho potuto, girando qualche corto con i miei amici. Mi sono accorto così che dietro alla macchina da presa mi sentivo a mio agio: avevo trovato una strada. In fondo, a quell’età si cerca il proprio posto nel mondo, muovendosi per tentativi e cercando di capire le proprie inclinazioni. Sognavo, se così si può dire, a piccoli passi. 

Dai sogni alla realtà, cosa è cambiato?
Come spiegavo prima, ho pensato tardi a questo lavoro. Di conseguenza ho iniziato anche ‘in ritardo’ anche la gavetta, che per altro è stata breve. A trentuno anni mi sono spostato a Roma, ho fatto il runner, l’assistente alla regia, per fortuna velocemente: ad aiutarmi hanno contribuito l’età, il fiuto e la grinta. Dopo quattro anni sono diventato così aiuto regista e da lì ho iniziato la mia carriera. 

Sfatiamo subito qualche mito: com’è il lavoro di regista?
Meraviglioso ma complicato, sempre più difficile. I tempi sono cambiati, non siamo più quelli che lavorano poco e guadagnano tantissimo: fare questo mestiere spesso vuol dire lavorare senza sosta, con molti sacrifici, lontano da casa. E’ un lavoro complicato, ma bellissimo: mi sento un privilegiato, insomma, soprattutto in questi tempi. E qui è importante precisare una cosa.

Cosa?
Chiunque ha in testa un sogno deve impegnarsi a realizzarlo e, soprattutto, tentare di farcela là dove questa cosa si fa. Per il cinema, quando ho iniziato, era Roma. Realizzare i propri obiettivi è una faccenda complicata e se, per giunta, si tenta di percorrere questa strada in un luogo in cui non c’è spazio, non c’è dialogo, non ci sono scambi possibili diventa molto più ardua. Potersi confrontare, invece, con ambienti e persone che hanno quotidianamente a che fare con una certa realtà rende lo scambio nutriente, vivo, possibile. 

Alessandria, insomma, non era il terreno adatto? 
Diciamo che non era un ambiente fertile, neppure dal punto di vista delle tradizioni cinematografiche. Io ho collaborato con Carlo Leva, famosissimo scenografo e costumista alessandrino, per la realizzazione di uno spot per un giornale della città: mi è servito per conoscere questo mondo un po’ più da vicino, ma non ho fatto molto altro. Alessandria mi è stata molto utile, invece, per la teoria, per le “basi”. Grazie al Gruppo Cinema e a Nuccio Lodato ho avuto la possibilità di formarmi e di conoscere nuovi mondi. In questo senso, nel corso degli incontri che proponevano ogni volta un film diverso, mi sono avvicinato a diversi generi: era un cinema diverso, coraggioso. 

Un lavoro meraviglioso, dunque, ma che si paga con una vita sempre in movimento…
Inevitabilmente. Raramente si è a casa, spesso si lavora lontano, con ritmi veloci. Ma è un prezzo che si paga per fare il lavoro che si ama, con entusiasmo e passione. Sono fortunato, insomma. 

Quali sono i prossimi progetti per il futuro?
In questi giorni sto girando il melò noir prodotto da Cattleya, Grand Hotel. Sarà un film per la televisione, di genere, con un serial killer e ambientato nel 1905, che vedrà probabilmente la luce nella primavera del prossimo anno. In uscita, per l’autunno, ci sarà invece Questo Nostro Amore, la nuova stagione che verrà trasmessa da metà ottobre sui canali Rai. Nel frattempo, proprio in questi giorni, sono in onda le repliche della prima serie, che è stata molto apprezzata dal pubblico. 

La telefonata, a onor del vero, non si è conclusa con questa domanda. Ribuoli, nonostante la voce tradisse una certa stanchezza, ci ha chiesto come sta Alessandria, “che porto sempre nel cuore e che leggo da lontano. Vivo a Roma da tanto, ormai, e viaggio per il mondo, ma appena posso mi informo: mi interessa sapere cosa succede in Alessandria”. E le origini, con quell’ ‘in’, tornano velocemente a galla. 

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