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Le richieste del Pm: “imputati penalmente responsabili, vanno condannati”
Il pubblico ministero Riccardo Ghio conclude l'arringa con la richieste di pene severe per gli otto imputati, che vanno da 18 anni per gli amministratori delle aziende del polo chimico (Ausimont e Solvay) ai 10 anni. Avanzate anche le richieste di risarcimento delle parti civili in via provvisionale: 100 milioni dal Ministero dell'Ambiente, 100 mila dalla Provincia, 160 mila dal Comune, 10 mila per ogni singola parte civile
Il pubblico ministero Riccardo Ghio conclude l'arringa con la richieste di pene severe per gli otto imputati, che vanno da 18 anni per gli amministratori delle aziende del polo chimico (Ausimont e Solvay) ai 10 anni. Avanzate anche le richieste di risarcimento delle parti civili in via provvisionale: 100 milioni dal Ministero dell'Ambiente, 100 mila dalla Provincia, 160 mila dal Comune, 10 mila per ogni singola parte civile
ALESSANDRIA – Diciotto anni di reclusione, tanti quanti la corte d’appello di Torino ne ha inflitti a Stephan Schmidheiny, il magnate dell’amianto di Casale. E’ la pena più alta che il pubblico ministero Riccardo Ghio ha chiesto per tre degli otto imputati al processo per avvelenamento doloso delle acque e omessa bonifica da parte delle aziende che si sono succedute alla guida del polo chimico di Spinetta Marengo, Ausimont e Solvay. La pena massima prevista per i reati contestati è di 24 anni. Si è “fermato” a 18 la pubblica accusa per Carlo Cogliati, presidente a amministratore prima Ausimont fino al 2002, poi Solvay; Bernard de Laguiche, azionista di maggioranza Solvay; Jacque Joris, amministratore delegato Solvay dopo Cogliati. A carico di Giorgio Carimati, responsabile tecnico ambiente e sicurezza per il gruppo Solvay, Ghio chiede 16 anni e 9 mesi; per Luigi Guarracino, direttore di stabilimento di Spinetta fino all’ingresso dell’attuale direttore Stefano Bigini, Francesco Boncoraglio, responsabile funzione ambiente e Giorgio Canti, dirigente Ausimont poi Solvay, la richiesta è di 15 anni e 6 mesi. A carico del responsabile della funzione ambiente Ausimon, Giulio Tommasi, la richiesta è ridotta a 10 anni di reclusione, riconosciute le attenuanti generiche. 127 anni e 7 mesi in totale per l’inquinamento della falda acquifera sotto lo stabilimento di Spinetta Marengo e il mancato avvio della bonifica. Nell’arringa finale Ghio ribadisce l’atteggiamento doloso degli imputati tenuto negli anni, non solo una condotta omissiva, ma una serie di azioni volte a “raccontare storie ad arte agli Enti, nascondere e mistificare dati”. Un atteggiamento che ha portato gli enti preposti a “ritardare e sottovalutare” l’iter per la bonifica. Se per una parte della giurisprudenza il dolo è ravvisabile solo quando non c’è il rispetto dei piani di bonifica, nel caso polo chimico il dolo arriva prima, poiché il piano di bonifica fu ritardato, rivisto, ritoccato più volte per l’atteggiamento delle aziende.
“Sono convinto della penale responsabilità degli imputati”, dice davanti alla Corte d’Assise di Alessandria, presieduta dal giudice Sandra Casacci, il pubblico ministero Ghio che ribadisce in più passaggi il comportamento doloso degli imputati.
Il Pm insiste sull’avvelenamento delle acque: anche se quella distribuita dalla rete rientra nei parametri sulla potabilità “la falda è comunque inquinata e quindi pericolosa, anche se solo potenzialmente”. Non serve berla: “15 minuti di vapori respirati sotto la doccia equivalgono a 2 litri di acqua assunta per via orale”, dice il pm.
Oltre alla richiesta delle pene, Ghio invita anche la Corte, in caso di condanna parziale o totale degli imputati, a valutare “se non debbano essere trasmessi gli atti per falsa testimonianza nei confronti dei testi Colatarci, Lodone e Trezzi. I primi due in qualità di dipendenti Solvay, Trezzi come consulente esterno dell’azienda.
Una “richiesta di pene assurde da omicidio volontario” è il commento degli avvocati di difesa Solvay che “rende tangibile l’abnormità dell’impostazione del Pubblico Ministero”.Parla di “consapevoli omissioni che cagionavano la costante e continua contaminazione della falda acquifera” l’avvocato Valerio Perotti per conto del Ministero dell’ambiente nella sua arringa finale. Punta il dito sull’assenza di “interventi sulla rete idrica” le cui perdite provocavano l’alto piezometrico, parla di continua “somministrazione dell’acqua emunta dalla falda sottostante il sito industriale sia alle abitazioni, sia ai lavoratori” nella “piena consapevolezza dello stato dei luoghi e del conseguente danno ambientale cui corrisponde una fattispecie di dolo diretto”. Per conto dello Stato, l’avvocato chiede un risarcimento danni pari a 100 milioni di euro come provvisionale (una sorta di “acconto”, riservando di avviare poi una causa civile per il risarcimento vero e proprio). Cifra calcolata per il danno già avvenuto ed effettivo, senza contare quelli futuri, poiché il reato è “permanente” (come aveva sostenuto il pubblico ministero) e quindi in grado di provocare ancora danni.
La provincia di Alessandria, tramite l’avvocato Alberto Vella (foto a sinsistra) chiede alla corte la valutazione del danno e, in via cautelativa, come provvisionale, 100 mila euro per danni subiti non patrimoniali, riconducibili a danni di immagine (“è stato compromesso il ruolo istituzionale che la legge assegna alla provincia di verifica e approvazione del piano di bonifica, poiché sono state celate dolosamente informazioni che hanno impedito l’attività”).
20 mila euro in via provvisionale per ciascun imputato (160 mila euro in totale) è invece la richiesta del comune di Alessandria in qualità di parte civile. L’avvocato Claudio Simonelli, pur “tenendo presente l’importanza dell’azienda anche in termini occupazionali” – unico a farne cenno – enumera i danni subiti, in termini di immagine (“perdita di capacità attrattiva della zona, anche in vista di Expò 2015, in quanto l’area viene associata ad una situazione di rischio per la salute”) ma anche “compromissione del ruolo dell’ente nello svolgimento delle sue funzioni” ed un “danno patrimoniale per lo sviamento delle funzioni amministrative” (durante l’emergenza tra il maggio 2008 e il dicembre 2009 si tennero 24 riunioni straordinarie, 8 tavoli sanitari, 7 tavoli tecnici, si firmarono 11 determine). “Ancora oggi ci sono tassi di inquinamento elevati e fuoriuscita di inquinanti dall’area dello stabilimento verso la Bormida, che provano l’inefficacia della barriera idraulica. Si tratta di danni difficilmente enormi e difficilmente quantificabili”, dice Simonelli.
Gli avvocati di parte civile Giuseppe Lanzavecchia (foto a destra) e Vittorio Spallasso (che rappresenta anche Wwf Italia) mettono a nudo il ruolo di uno “Stato sordo” davanti alle numerose segnalazioni ed esposti di cittadini ed associazioni. Insiste su un dato, Lanzavecchia, 1 milione e 150 mila tonnellate di terreno inquinato rilevato da Arpa. Chiedono la condanna e il risarcimento ai danno patrimoniali e non patrimoniali, per il “danno di esposizione” e “il patema d’animo” con cui vivono gli abitanti di Spinetta (“c’è un incidenza di tumori superiore al 35% rispetto ad Alessandria”) e i dipendenti che si sono costituiti parte civile, stabiliti in via equitativa dalla corte e in via provvisionale in 10 mila euro per ciascuna parte e 100 mila euro per Wwf. Stessa richiesta per gli avvocati Maria Pia Giracca, laura Pienazze, Cristina Giordano (per Legambiente, 100 mila euro). Non chiede provvisionale, ma si rimette alla corte, l’avvocato Gianluca Volante per Cgil (“la Camera del lavoro vuole soprattutto testimoniare la sua presenza a fianco dei lavoratori e degli abitanti”). Fa invece una quantificazione dal danno l’avvocato Laura Mara che rappresenta l’associazione Medicina Democratica, promotrice di numerosi esposti e che continua ancora oggi la sua battaglia, il suo esponente storico Lino Balza e numerose parti civili. L’avvocato Mara ripercorre ancora una volta le fasi salienti del processo, sottolineando la paura e l’ansia “di ammalarsi o di veder ammalati i propri familiari”, ricorda le vittime, “numerose”. Valuta in 250 mila euro il danno subito da Medicina Democratica, di cui 150 mila come patrimoniale e 100 mila come non patrimoniale e chiede una provvisionale di 100 mila euro. Per le parti civili chiede somme che vanno dai 20 mila euro a 500 mila, in caso di decessi, con provvisionali da 10 mila a 100 mila euro.