“La crisi si è mangiata tutto, anche le tradizioni”
A dirlo è Lorenzo Beltrami, storico commerciante alessandrino, che ha vissuto da testimone il cambiamento della società e del commercio negli ultimi vent'anni: lo abbiamo incontrato per sapere come, nel corso degli anni, ha visto cambiare il volto della città
A dirlo è Lorenzo Beltrami, storico commerciante alessandrino, che ha vissuto da testimone il cambiamento della società e del commercio negli ultimi vent'anni: lo abbiamo incontrato per sapere come, nel corso degli anni, ha visto cambiare il volto della città
ALESSANDRIA – “Una della prime cosa che la crisi ha travolto sono i negozi a conduzione familiare. E si fidi: chiudere una realtà in cui si sono investiti tempo e sacrificio, vedersi costretti a lasciare a casa del personale che, con gli anni, è diventato quasi di famiglia, è complicato, anche a livello morale”. A raccontar questa storia è Lorenzo Beltrami, storico commerciante alessandrino, fino a qualche anno fa titolare, insieme al fratello Gianni, della Bottega d’Arte Beltrami, in Corso Roma: un negozio voluto dal padre, che lo aveva fondato nel 1931, e portato avanti per ottant’anni, testimone di un commercio che è cambiato, di pari passo con la società e con le abitudini degli alessandrini.
Qual è stata la storia del commercio alessandrino, negli ultimi vent’anni?
Faccio una premessa: posso parlare solo per il mio settore, quello che si occupa di porcellane, di cristalleria e di lista nozze. Il nostro negozio, la società “Bottega d’Arte Beltrami”, è stato voluto da mio padre, Luigi, all’inizio degli anni ’30, con il valido aiuto di mia mamma, Vivina, e di mio zio, Virginio. Le cose, non lo nascondo, sono andate molto bene fino alla metà degli anni ’80: si guadagnava, si risparmiava e si pensava che il futuro sarebbe sempre stato così, se non migliore. Purtroppo, questo è evidente per tutti, le cose sono andate diversamente.
Com’era lavorare nel “periodo d’oro”?
La società era diversa, la città era diversa. Ricordo cene sfarzose e clienti che passavano a trovarci per acquistare un oggetto di prestigio, da portare come omaggio. Pensi che avevamo creato anche un registro, un quaderno, nel quale annotavamo i diversi regali, così da evitare l’imbarazzo dei doppioni. Questa abitudine, però, si è persa negli anni, molto prima che arrivasse la crisi: semplicemente, le abitudini delle persone si erano modificate. Ne abbiamo avuto una percezione sempre più netta, mentre osservavamo le famiglie alessandrine che acquistavano sempre meno o che rinunciavano alla lista nozze perché, ad esempio, preferivano ricevere in regalo un viaggio.
Poi cosa è successo?
Nel 2000, inaspettatamente, c’è stato un recupero: sarà stato l’entusiasmo del nuovo millennio, sarà stata la voglia di molte coppie di sposarsi in un anno così “storico”. All’inizio del secolo abbiamo recuperato, anche a livello di fatturato, quelle posizioni che avevamo perso negli anni immediatamente precedenti. Poi, dopo un po’ di stallo, è iniziato il peggioramento, non solo del commercio. Guardi Corso Roma: una volta era il salotto buono della città, elegante e raffinato al punto che ci si metteva in ghingheri per fare una “vasca”. Oggi non è più così, tutto è cambiato.
Colpa dell’Euro?
Non credo, non dal nostro punto di vista: abbiamo sempre lavorato, ci tengo a sottolinearlo, esponendo i listini ufficiali delle case d’arte con cui avevamo l’onore di lavorare. La conversione è stata semplicemente la trasformazione del prezzo del prodotto in euro, senza imbrogli. Certo, il valore dell’euro, quelle 1.936,27 lire, hanno favorito più l’Europa dell’Italia.
Come andarono, le cose, nel nuovo millennio?
Male. Dal 2001 abbiamo cominciato a perdere percentuali sensibilissime. Ho provato, con il valido aiuto di mia figlia, a ‘svecchiare’ l’assortimento, andando alla ricerca di prodotti meno costosi e più giovanili. La grande distribuzione, in questo senso, ci aveva anticipato: per recuperare il fatturato avremmo dovuto vendere molti prodotti di questo tipo, senza avere, però, la grandissima rotazione tipica delle catene. La “Bottega d’Arte”, vede, prosperava sulla qualità ed il nostro tentativo di spostarci sulla quantità, con un negozio al dettaglio, è stato faticoso ed infruttuoso. Ci siamo trovati così, negli anni a cavallo tra il 2007 ed il 2008, a non vendere più beni di lusso e a non guadagnare se non per toglierci le spese. Come noi, in realtà, molti altri. I negozi familiari, sostenuti dai sacrifici e dalle ambizioni dei proprietari, scomparivano, per lasciare spazio ai negozi di catena, in cui la logica del profitto vince sul resto e per i quali gli orari, spesso, non esistono. La liberalizzazione delle aperture, va da sé, favorisce la grande distribuzione, a discapito delle famiglie. All’inizio della crisi, insomma, si provava la stessa sensazione avvertita negli anni ’80, anche se questa volta l’accezione era negativa: sembrava che peggio di così non potesse proprio andare.
E invece le cose peggiorarono. Come andò, dopo?
Le richieste di cessione della location a mano a mano diminuirono, fino a scomparire. Nel gennaio del 2012, ottantuno anni dalla nostra fondazione, abbassammo la serranda, una volta per tutte. L’ultima delusione la abbiamo avuta con il magazzino: credevamo di avere un tesoretto, ma la liquidazione della merce ci ha permesso di guadagnare un decimo di quello che avevamo pagato e che credevamo avremmo guadagnato. Come dicevo anche all’inizio di questa intervista, chiudere è complicato, anche a livello morale: si fanno i conti con i sacrifici fatti nel corso dei decenni, con l’impegno e l’affetto che si è riversato in un’attività di famiglia. Dover consegnare una lettera di licenziamento a personale fidato, competente, con cui si è lavorato per decine di anni, è brutto, doloroso. Costi insostenibili, perdite consistenti: la crisi, dal 2011, si è proprio mangiata tutto. Soprattutto le tradizioni.