Carcere: rivoluzione alle porte
Home

Carcere: rivoluzione alle porte

Comincia oggi il nostro percorso di approfondimento sulla realtà carceraria alessandrina, in particolare quella della Casa di Reclusione di San Michele, alla luce delle indicazioni giunte da Strasburgo e recepite del nostro Paese sull’organizzazione della detenzione: celle aperte durante il giorno, più risorse e più attività per lavorare al reinserimento delle persone nella società e maggiore responsabilizzazione dei detenuti

Comincia oggi il nostro percorso di approfondimento sulla realtà carceraria alessandrina, in particolare quella della Casa di Reclusione di San Michele, alla luce delle indicazioni giunte da Strasburgo e recepite del nostro Paese sull?organizzazione della detenzione: celle aperte durante il giorno, più risorse e più attività per lavorare al reinserimento delle persone nella società e maggiore responsabilizzazione dei detenuti

ALESSANDRIA – Dopo le reiterate richieste e le sanzioni provenienti da Strasburgo per il sistema carcerario italiano è tempo di cambiare l’organizzazione all’interno degli istituti: celle aperte durante il giorno, aumento delle attività per impegnare i detenuti e costruire percorsi di reinserimento sociale. AlessandriaNews seguirà questa piccola “rivoluzione” grazie a una serie di appuntamenti di approfondimento con i diversi protagonisti della Casa di Reclusione di San Michele, dalla polizia penitenziaria ai detenuti, dai volontari al cappellano, dagli educatori a chi si occupa della salute fisica e mentale delle persone recluse. Un percorso per non dimenticare una realtà così delicata pur in un periodo di grave crisi complessiva della nostra società (economica, sociale, politica). Un’occasione per riflettere sull’importanza di rinsaldare il legame fra il carcere e il resto della comunità civile, sia per non alimentare falsi miti sulla figura dell’istituto detentivo che per agevolare un autentico percorso virtuoso di reinserimento sociale dei detenuti una volta scontata la propria pena. 

Oggi il primo appuntamento con il direttore della Casa di Reclusione, la dr.ssa Elena Lombardi Vallauri. Un’occasione per cominciare a scoprire una realtà così vicina a noi ma che troppo spesso viene vissuta come un corpo del tutto estraneo al resto della società, con tutti i limiti e i problemi che questo può comportare.

Direttore, perché può essere interessante parlare del carcere?
Può essere interessante parlare del carcere e delle persone che lavorano in carcere perché la società non conosce nel dettaglio quello che avviene qui e quindi quali professionalità, competenze e doti umane vengano spese per garantire quel mandato che in genere viene inteso come securitario, volto cioè a garantire la sicurezza del cittadino, e che semplificando può sembrare solo quello di custodire in luogo separato rispetto al resto della collettività delle persone. Come è noto in realtà il mandato è molto più complesso, prevede una conoscenza e una capacità di cambiamento delle persone che vogliono fare un certo tipo di percorso, e a parte questo prevede la presa in carico e la cura di un insieme di persone con caratteristiche del tutto peculiari.
Del carcere si parla raramente, e di solito per raccontare le storie di chi vi è detenuto, che sono storie anche eclatanti, con risvolti negativi, che attirano l’attenzione. Ma oltre ai fallimenti ci sono anche tantissime persone che affrontano la detenzione e ne traggono frutto, a volte perfino sostegno, e, sebbene il fallimento possa sempre capitare nella vita di tutti, per un certo periodo questa detenzione può essere impiegata in maniera utile e può portare a un comportamento normale anche al suo termine. 

Quali sono dunque gli operatori e le figure che si muovono intorno al carcere oggi?
Sono di 3 tipi principalmente: la polizia penitenziaria, che rappresenta la percentuale maggiore del personale, gli educatori, che si occupano degli aspetti pedagogici e i funzionari amministrativi. Tutte e tre queste figure lavorano in carcere e non sono quindi paragonabili a chi fa funzioni apparentemente simili all’esterno.
La collettività è h24, non chiude mai, e ha un’utenza sui generis. Chi lavora in carcere risponde a bisogni e necessità di un luogo dove la vita richiede costantemente risposte e dove l’efficienza amministrativa è necessaria per garantire quei diritti che devono essere assicurati ma anche per preservare il corretto e ordinato svolgimento della vita quotidiana.
Il personale di polizia assolve funzioni di diversi uffici: l’ufficio matricola, ad esempio, è il posto dove vengono controllati e attuati tutti i dispositivi dell’autorità giudiziaria che determinano la privazione della libertà: è pertanto un compito di estrema responsabilità che richiede competenze tecniche e giuridiche molto articolate. E così per tutti gli altri settori, compresi i settori logistici, dalle manutenzioni del fabbricato alla cucina, dall’infermeria alla lavanderia. Dove la polizia penitenziaria non ha la responsabilità diretta di questi servizi ha comunque la responsabilità di vigilare affinché tutto venga fatto bene, in sicurezza per gli operatori. Ma preparare colazione, pranzo e cena per 400 persone non è una cosa così semplice da gestire, mentre qui è una procedura normale e quotidiana. Per esempio, da un po’ di tempo abbiamo un cuoco vero, e ne siamo tutti felici, ma prima questi compiti venivano assolti da personale non specialistico, con le ulteriori criticità del caso.

Poi ci sono una serie di altre realtà che orbitano intorno al carcere: gli operatori sanitari e il personale dell’Asl, i volontari, il cappellano…
Sì sono realtà decisamente integrate con il carcere ormai. Da qualche anno la gestione sanitaria all’interno delle strutture detentive non è più nostra responsabilità diretta ma è passata al Ministero della Sanità, e quindi c’è stato un lavoro di passaggio di competenza da noi a loro. Questo è un grosso arricchimento, anche perché i fini istituzionali sono diversi. E’ chiaro che anche prima la salute della persona detenuta era uno dei fini che l’amministrazione penitenziaria doveva assicurare, e lo è tuttora, ma ora l’intensità con cui viene perseguito questo fine è diversa, perché viene gestito da chi si occupa specificamente solo di questo. La mia speranza è che quindi il livello di attenzione alla salute e alla qualità della vita si possa innalzare di parecchio, specialmente in funzione della presa in carico complessiva della persona, per fare in modo che ciascuno impari a prendersi cura di se stesso mentre si trova qui. Spesso assistiamo a episodi di trascuratezza e di non consapevolezza del proprio stato di salute, oltre al fatto che c’è comunque un effetto negativo nella carcerazione che produce ulteriori problemi di natura psico-fisica, perciò più è di qualità il sistema sanitario che viene garantito e più la persona è in grado di partecipare al proprio rilancio.

Facciamo due conti… quanti sono gli operatori all’interno della Casa di Reclusione di San Michele?
Gli educatori sono 6 per 300 detenuti (ma fino a poco tempo fa erano le persone ospitate erano 400 e oltre ndr), con una persona della polizia penitenziaria che li aiuta per la parte amministrativa. Gli amministrativi sono circa 5 persone in segreteria e 7 in ragioneria. La polizia non arriva a 200 unità in totale.
Abbiamo poi la presenza di medici h24 e gli infermieri per 18 ore su 24. In più ci sono i volontari, in particolare appartenenti all’Associazione Betel, che offrono una grande quantità di funzioni in silenzio, che vanno dal supporto per il vestiario, al sostegno per realizzare tutta una serie di pratiche esterne, tutte attività che i detenuti non riuscirebbero altrimenti a fare, perdendo di fatto dei loro diritti. E poi ovviamente a San Michele c’è il grosso gruppo degli insegnanti perché abbiamo il polo di studio, con percorsi che vanno dalle elementari all’università, e a loro si aggiungono i docenti dei corsi di formazione professionale e poi, troppo poche, ma ci sono le attività lavorative esterne, con i progetti di “Pausa Caffè”, del forno per la cottura del pane e dell’azienda agricola interna, quello dell’allevamento delle quaglie e di gestione della sartoria della cooperativa Senape, che ora a dire il vero è un po’ in difficoltà. Ma questo è proprio l’ambito che vorremmo incrementare: persone che da fuori vengono a offrire attività in carcere. Ai volontari si aggiunge poi il cappellano, don Bodrati, che è una figura di riferimento per tutti, non solo per chi è di fede cattolica. Se viene svolto bene il suo è un ruolo di integrazione fra le diverse religioni, un tema non proprio semplice da gestire quando ci sono alcune forme di integralismo eppure la necessità di convivere in spazi forzati ogni giorno.

Veniamo anche a questo aspetto. Cosa succederà ora con la riforma carceraria in vista?
E’ previsto un vero e proprio cambiamento nello svolgimento della quotidianità all’interno degli istituti detentivi. A San Michele in particolare non dovrebbe essere un percorso così impegnativo come in altre realtà italiane, perché siamo già abituati ad avere le celle aperte durante il giorno.
Questa nuova situazione, che varrà per tutti gli istituti di media sicurezza, comporterà una rivoluzione di fondo che riparte dai principi dell’ordinamento penitenziario e in particolare dalla responsabilizzazione del detenuto rispetto al suo percorso detentivo. Dovremo sviluppare quella parte del nostro mandato che è proprio finalizzata a mettere una persona nelle condizioni di farsi carico di se stessa. Il carcere dovrebbe essere meno passivizzante, meno un’osservazione di un ozio, e incrementare invece, per quanto possibile, le occasioni di impiego del tempo in modo utile. Questo dovrà avvenire attraverso lo svolgimento di attività serie, o di svago o di lavoro o legate alla quotidianità, tali da permettere agli operatori di aumentare la conoscenza delle singole persone detenute e aiutarle ad assumersi progressive responsabilità nel percorso di reinserimento sociale. Questo per noi vorrà dire rivoluzionare un po’ la nostra quotidianità.

Facciamo un esempio?
E’ chiaro che perché questa bellissima idea funzioni devono essere ben chiarite le responsabilità degli operatori penitenziali. Riducendosi lo spazio cultodiale e aumentando lo spazio di responsabilizzazione del detenuto anche l’attribuzione di responsabilità per quanto avviene in carcere deve tenere conto di questo cambiamento. Attualmente tutto ciò che succede in carcere è responsabilità di chi lo doveva impedire. Se potenziamo lo spazio di responsabilizzazione dell’individuo deve essere ben chiaro che la responsabilità va ripartita diversamente. E’ un aspetto che non va sottovalutato anche perché tutti noi per attuare questa rivoluzione dovremo essere sufficientemente sereni. E poi servono le risorse economiche per riempire questo tempo di contenuti. Ora siamo nella fase di formazione, che riguarda tutti noi. Senza la possibilità di offrire adeguate attività strutturate all’interno del carcere il rischio potrebbe altrimenti essere quello che si formino, ancor più di quanto già non avviene, gerarchie interne fra i detenuti. Oggi la presenza degli operatori con i detenuti è una garanzia anche di tutela dei più deboli. Un domani, quando il modello a regime prevederà l’intervento dei agenti in reparto solo in caso di problemi, ci dovranno essere altre tipologie di attività per gestire e organizzare il rapporto fra detenuti. Oggi sono molti servizi a raggiungere i detenuti in cella, un domani potrebbe essere il contrario. Un esempio concreto è la gestione della spesa e dell’acquisto di beni di prima necessità: oggi è il prodotto che viene portato nelle celle dopo che i detenuti lo hanno scelto fra un elenco di alternative scritte su una lista. Un domani potrebbe esistere un piccolo supermercato all’interno del carcere e potrebbero essere gli stessi detenuti a recarsi lì per fare la spesa.

Veniamo al ruolo del direttore. Se i detenuti hanno troppo tempo senza sapere come impiegarlo, lei direttore invece, avendo anche l’istituto di Asti da gestire, di tempo ne ha pochissimo. Quali ripercussioni ci sono nel dover sostenere un doppio incarico?
Quello del poco tempo è un problema reale, anche perché i due istituti hanno caratteristiche peculiari e non si possono prendere decisioni uniche da applicare indistintamente alle due realtà. In questa fase storica la mancanza di tempo si sente probabilmente ancora di più perché ci sarebbe la necessità di accompagnare il percorso in divenire con una presenza costante della figura di responsabilità, e il fatto che il direttore non sia sempre presente può generare una certa insicurezza. Il carcere, più in generale, ha bisogno di cura, anche per quanto riguarda le persone che lavorano qui ogni giorno.

Quello del direttore è un lavoro che comporta tante fatiche ma che darà anche qualche soddisfazione…
Se si sanno prendere è un lavoro che può dare tante soddisfazioni. Serve però non avere l’aspettativa di poter cambiare il mondo. Bisogna restare molto umili e saper anche contestualizzare le proprie aspettative. In questi anni fare il direttore è particolarmente difficile perché almeno sulla realizzazione del mandato istituzionale e sul reinserimento delle persone tutti noi abbiamo una certa aspettativa, e attualmente con la carenza di risorse che c’è e la conseguente demotivazione di tutti è difficile mantenere costante questo obiettivo. Se però si scende un po’ più nel concreto e si vede che nel piccolo si riescono a risolvere tanti problemi quotidiani o a dare piccole opportunità che contribuiscono a generare un reale reinserimento la propria soddisfazione la si può trovare sempre. Quello che mi auguro è di arrivare a percepirci e a essere percepiti dall’esterno come un’istituzione normale, che svolge sì un compito peculiare ma che fa comunque parte della città e della società.

Ad Alessandria il prefetto, il sindaco e il direttore del carcere sono donne. Cambia qualcosa? Essere un direttore donna può essere una difficoltà in più?
Con una battuta potrei rispondere che non so rispondere perché non sono mai stata uomo. Sicuramente essere donna è rilevante. Prima di tutto perché questo è un ambiente soprattutto maschile, anche nella mentalità. Ma la sensibilità, la capacità di cura e di ascolto che è peculiarità più femminile credo possano essere utili. Detto questo io devo fare il direttore del carcere e ci sono rigidità e peculiarità tipiche del ruolo che prescindono dal genere di chi lo ricopre. A me personalmente mette allegria vivere in un mondo così maschile, e continuo ad amare il mio lavoro, anche perché penso che nella collettività i maschi sappiano stare insieme molto meglio delle femmine.

Articoli correlati
Leggi l'ultima edizione