Unicef, per un mondo a misura di bambino
Abbiamo intervistato Anna Aspes, la presidente provinciale dell'Unicef, che ci ha raccontato quali siano le necessità dei bambini nei paesi più poveri del pianeta e cosa si possa fare, secondo lei, per quelli italiani. Partendo da una proposta: perché non rendiamo le città a misura di bambino?
Abbiamo intervistato Anna Aspes, la presidente provinciale dell'Unicef, che ci ha raccontato quali siano le necessità dei bambini nei paesi più poveri del pianeta e cosa si possa fare, secondo lei, per quelli italiani. Partendo da una proposta: perché non rendiamo le città a misura di bambino?
INTERVISTE – Chiunque abbia a che fare con dei bambini sa con certezza una cosa: nelle loro mani e nelle loro inconsapevoli testoline è nascosta l’umanità di dopodomani, quella in cui, si spera, la crisi sarà solo un ricordo tanto doloroso quanto lontano. Non ci sono ambizioni troppo grandi, ostacoli insormontabili, speranze da accantonare: gli adulti spesso dimenticano come, probabilmente, a sei anni quasi tutto sembri possibile. Lavorare nel presente, raccogliere frutti nel futuro più vicino e permettere un domani migliore è quello che l’Unicef fa da sessantotto anni. Da quando, cioè, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, l’Onu lo ha creato, per far fronte alla disastrata situazione dei bambini nelle nazioni colpite dalla guerra.
Le basi su cui si poggia l’Unicef sono quattro: la salute, la scuola, l’uguaglianza e la protezione. Sono principi fondanti validi tanto nei paesi più poveri quanto qui in Italia, anche se cambiano, logicamente, gli ambiti di intervento. Per quello che riguarda le realtà povere del mondo ci adoperiamo per raccogliere fondi: oltre alle Pigotte, che ormai sono diventate famose, proponiamo bomboniere, regali e campagne specifiche, come quella dei campanellini per le vaccinazioni, che si sta portando avanti proprio in questi giorni. Ci sono manifestazioni i cui proventi vanno all’Unicef, convegni, donazioni volontarie di enti e di privati cittadini.
Che ne è dei fondi raccolti?
Il denaro raccolto non è spendibile: inviamo tutto a Roma, alla sede nazionale, che ne utilizza una parte e invia il resto alla sede mondiale. I soldi vengono utilizzati per i programmi internazionali e per intervenire nelle zone più a rischio del pianeta. Non è un caso che l’Unicef sia sempre il primo ad intervenire nelle situazioni d’emergenza: abbiamo operatori sparsi per il mondo e, a Copenaghen, un grosso deposito per lo stoccaggio del materiale necessario per affrontare le crisi. Grazie all’introduzione del Rid, il Rapporto Interdiretto Bancario, possiamo contare su un supporto costante, che ci permette così di finanziare operazioni continuative. L’idea, non lo nascondo, è stata accolta con un po’ di scetticismo anche da noi, all’inizio: ora, però, è indispensabile.

A livello pratico, poco: noi agiamo principalmente in quelle aree in cui non c’è un governo o in cui il governo non abbia possibilità di provvedere alla salute e alla sicurezza dei bambini. In Italia ci occupiamo di advocacy, di educazione allo sviluppo, di sensibilizzazione sui diritti dei bambini che, a partire dalla legge del 1991, sono stati trascurati non poco. L’Unicef si interessa, tanto in Italia quanto nel mondo, di controllare che la legge non venga disattesa, segnalando e riferendo all’Onu quando qualcosa non funziona. Siamo privi di potere decisionale, ma possiamo esercitare un’azione di controllo e di tutela dei bambini.
Quanto costa una simile impegno?
Quali sono le necessità dei bambini all’estero?
Iniziamo da un chiarimento: l’Unicef non invia denaro e fornisce beni di prima necessità solo nelle emergenze. Creiamo, invece, scuole, forni, pozzi, ospedali e provvediamo all’istruzione e alla formazione. Anche l’adozione a distanza del singolo bambino è una cosa che noi non appoggiamo: siamo per l’adozione di villaggi, di progetti. I problemi, nei paesi più poveri del mondo, sono tanti. L’igiene, l’istruzione, la tutela dell’infanzia. Dal tetano neonatale, per combattere il quale abbiamo avviato una campagna di vaccini, alla necessità di una scolarizzazione. Per risolvere questo problema, che coinvolge soprattutto le bambine, si sono costruite scuole attorno ai pozzi, spesso lontanissimi dal villaggio. Così c’è la possibilità di recuperare acqua, andare a scuola ed essere visitati dall’ambulatorio che sorge nella stessa area. Un’altra campagna riguarda invece l’importanza dell’allattamento al seno, più sicuro ed igienico in quelle realtà in cui, per mancanza di risorse idriche, il latte in polvere viene allungato, inevitabilmente, con l’acqua sporca.
E in Italia?
Mancano diverse cose, alle quali magari non si pensa nemmeno. Ospedali privi di reparti pediatrici, spazi giochi, istruzione in ospedale per i bimbi ricoverati, ad esempio, nei reparti di oncologia pediatrica. Ci sono problemi legati alla sovralimentazione e all’educazione alimentare, necessità di rendere le città a misura di bambino con la creazione, ad esempio, di percorsi a prova di bambino per arrivare fino a scuola. Perché non coinvolgere la cittadinanza, i commercianti, con la creazione di un adesivo “amico Unicef”, per indicare ai bimbi a chi possono rivolgersi se si perdono o se hanno bisogno di qualcosa? Siamo poi vicini alle mamme: l’ultima novità è il Baby Pit Stop, il primo in Piemonte, a Quattordio. Qui le mamme possono allattare e cambiare pannolini anche se sono lontane da casa, in un ambiente tranquillo e pulito. Nei paesi benestanti, insomma, il problema è rendere le realtà a misura di bambino: le città sembrano fatte per gli uomini, automobilisti, adulti. E se invece, rendendo tutto adatto ai più piccoli, si scoprisse che si sono agevolate anche le donne, gli anziani, i disabili?