Sanità: con meno autonomia alle Regioni quali ricadute sul territorio?
Presso la sede dell'associazione Cultura e Sviluppo si è discusso della riforma che andrà a limitare le competenze delle autonomie locali. Geninatti Satè: "il nuovo ritocco del Titolo V, rafforzerà il centralismo statale". De Micheli: "se i tagli non saranno accompagnati da una riorganizzazione saranno problematici"
Presso la sede dell'associazione ?Cultura e Sviluppo? si è discusso della riforma che andrà a limitare le competenze delle autonomie locali. Geninatti Satè: "il nuovo ritocco del Titolo V, rafforzerà il centralismo statale". De Micheli: "se i tagli non saranno accompagnati da una riorganizzazione saranno problematici"
POLITICA – Lo scorso 10 gennaio il TAR del Piemonte ha annullato le elezioni regionali del 2010 a causa delle irregolarità accertate nella raccolta firme per la lista “Pensionati per Cota” a sostegno del candidato poi diventato presidente; domenica 25 maggio i cittadini piemontesi dovranno quindi scegliere il nuovo governatore. Da qualche mese sono in corso travagliate discussioni parlamentari sulla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione che regola le autonomie locali. Ma cosa prevedono esattamente le due proposte di riforma e che effetti produrranno sul nostro territorio e sui principali settori regolati dagli enti regionali? Per dare ai cittadini un’ulteriore occasione di riflessione in vista delle prossime elezioni e per discutere delle eventuali ricadute di tali provvedimenti su un settore strettamente connesso al benessere dei cittadini come quello sanitario, nella serata di giovedì 8 maggio nella sede dell’Associazione Cultura e Sviluppo sono intervenuti il professor Luca Geninatti Satè, aggregato di Istituzioni di Diritto pubblico e di diritto amministrativo presso l’Università del Piemonte Orientale e il dottor Vittorio Demicheli, direttore del servizio di epidemiologia dell’ASL di Alessandria ed esperto di problemi sanitari.
Il professor Geninatti Satè ha dapprima delineato un quadro storico degli enti territoriali, nati nel ’48 in seguito all’approvazione della neonata Costituzione Italiana. Enti che però sono rimasti in sostanza inattivi sino alla seconda metà degli anni settanta. Da questo momento in poi, spiega Geninatti, “ha inizio una fase del regionalismo italiano che dura circa un ventennio e che prevede il potere legislativo per gli enti regionali, se pur limitato. Il criterio adottato fu quello di dividere le materie di competenza statale e regionale. Fu quindi stabilito un elenco di argomenti instaurando, tra Stato e Regioni, un rapporto di suddivisione, piuttosto che gerarchico.”
Le note vicende di corruzione politica di inizio anni ’90 e l’avvento di una forte ondata federalista hanno portato ad una virata verso una maggiore autonomia legislativa in favore degli Enti Regionali. Le leggi Bassanini del ’97, con la modifica del Titolo V della Costituzione, hanno quindi aumentato le materie a responsabilità regionale, lasciando allo Stato solo quelle di carattere nazionale (es. moneta, difesa, politica estera, ecc..). Il professore prosegue dichiarando che “ora è in corso un nuovo ritocco del Titolo V, che ha l’obiettivo di cambiare il sistema in una direzione opposta, ridimensionando sensibilmente il ruolo delle Regioni e rafforzando il centralismo statale”.
Che effetti può avere sul settore sanitario questo nuovo tipo di gestione normativa? Il dottor Vittorio Demicheli risponde che “se la Regione perderà la competenza legislativa concorrente non sarà più possibile intervenire in modo diretto sugli obiettivi dei cosiddetti livelli di assistenza. Per quel che riguarda la sanità, però, il centralismo non è visto come un pericolo. Anzi, in molti casi, viene quasi considerato come l’unica soluzione. La Regione continuerà comunque ad amministrare la sanità per i prossimi cinque anni e l’85% del bilancio regionale sarà destinato ai servizi sanitari. Prima di votare, quindi, sarà utile controllare bene il programma dei candidati in materia.”. Il dottore sottolinea che dei 2400 euro di spesa per abitante sostenuti dallo Stato in ambito sanitario, dato contenuto se paragonato ad altri parametri europei, solo 60 sono destinati agli investimenti; e in Piemonte il processo in questi anni è stato lo stesso. Secondo Demicheli “si è agito sul semplice contenimento strutturale, chi del personale sanitario è andato in pensione non è stato sostituito, bloccando il naturale turn-over. Sono stati messi dei tetti agli acquisti e la struttura dei servizi non è stata assolutamente modificata”. 
Il problema principale della rete ospedaliera piemontese è l’esubero di posti letto. Dei circa 13.000 ben 1.500 risultano in eccesso e sono occupati da degenti non autosufficienti per i quali è necessario trovare un posto in altre strutture, come ospizi e istituti di cura e riabilitazione. Per rispettare gli standard della “legge Bassanini” il nostro sistema organizzativo ospedaliero necessita di tagli pari 20%. “Gli edifici piemontesi hanno un’età media superiore ai 70 anni (74 in provincia di Alessandria) e un terzo di questi non è a norma con gli standard di sicurezza antisismici e antincendio. Non dimentichiamo inoltre l’”emergenza intasamento” nei Pronto Soccorso. Sono necessarie alternative territoriali e un maggiore sviluppo della domiciliarità” sostiene Demicheli.
Il dottore in conclusione afferma che “il problema tra i problemi è che i tagli lineari hanno colpito in modo iniquo la nostra popolazione e i soggetti più deboli hanno subito i danni maggiori. In tutto questo tempo l’Ente Regionale è diventato una specie di entità inesistente, siamo in grave ritardo per il tempo perso finora. Ci sono molte risorse da spendere nei modi migliori, c’è bisogno di entusiasmo e competenza.”
