Vivere di cultura: impossibile ad Alessandria?
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Vivere di cultura: impossibile ad Alessandria?

Abbiamo incontrato La Ballata dei Lenna, compagnia teatrale che alterna la presenza in città con tour in Italia e periodi di permanenza in Puglia, per ragionare di cosa vuol dire per i giovani oggi provare a mantenersi facendo teatro. Proseguono intanto fino all’11 maggio le repliche a Torino di RealItaly, esperienza di docu-teatro all’interno del Fringe Festival

Abbiamo incontrato La Ballata dei Lenna, compagnia teatrale che alterna la presenza in città con tour in Italia e periodi di permanenza in Puglia, per ragionare di cosa vuol dire per i giovani oggi provare a mantenersi facendo teatro. Proseguono intanto fino all?11 maggio le repliche a Torino di RealItaly, esperienza di docu-teatro all?interno del Fringe Festival

ALESSANDRIA – Nicola Di Chio, Paola Di Mitri e Miriam Fieno, in arte la “Ballata dei Lenna”, giovane compagnia del territorio, continuano a coltivare il sogno di regalare alla città una bottega permanente di teatro e di riuscire anche qui a portare avanti alcuni dei progetti che hanno intavolato al sud, in Puglia, dove, forse sorprendentemente, “per i giovani e la cultura ci sono oggi più possibilità che al nord, almeno per chi di teatro ci vuole vivere”. 

Recentemente selezionati, unica compagnia non di Torino, per gestire uno spazio al Fringe Festival (rassegna che mette insieme tantissime compagnie teatrali piemontesi), stanno portando in scena in questi giorni RealItaly, “un esperimento di “docuteatro” che invita a spiare in diretta e senza sconti la vita di tre giovani italiani alle prese con la loro tragicomica scalata all’insuccesso”.

Li abbiamo incontrati per parlare di cultura e teatro in città dal loro particolare punto di vista, non solo come giovani addetti ai lavori ma anche come instancabili viaggiatori, capaci di fare paragoni fra quanto avviene qui da noi e in altri contesti.

Nicola, Paola, Miriam: come proseguono i vostri progetti in città? Che fine ha fatto l’idea di una bottega stabile di teatro ad Alessandria?
E’ un’idea che non abbiamo abbandonato: continuiamo a portare avanti i nostri progetti, a partire da quello di essere una compagnia del territorio e quindi a mantenere un rapporto costante con le persone. Girare molto e conoscere realtà diverse in Italia è una nostra forza e consente di alimentarci e di contaminarci continuamente con tante esperienze differenti. Due terzi della nostra compagnia hanno origini pugliesi ed è interessante notare come lì si stiano mettendo in atto politiche differenti, molto più attente a dare spazio ai giovani e alle possibilità concrete di mantenersi facendo cultura. Il nostro ultimo spettacolo comunque lo stiamo costruendo qui e certo non abbiamo smesso di vivere e “respirare” la città. Diciamo che forse Alessandria non è ancora pronta per un progetto di bottega stanziale di teatro, e forse neppure noi, ma in spazi e momenti diversi il nostro progetto prosegue e le occasioni per alimentare il nostro rapporto con la città e i suoi abitanti non sono mancate. Altre ne verranno in futuro.

Quando si pensa al sud di solito si ha in mente una realtà che concede pochissimo spazio ai giovani per lavorare e progettarsi un futuro, come dimostrano anche gli altissimi tassi di disoccupazione. Cosa trovate lì che manca qui da noi?
Non è tanto un problema di nord e sud, almeno nella nostra esperienza, ma di come alcune cose vengono amministrate, a prescindere da dove questo avvenga. Negli ultimi anni la Regione Puglia ha sbloccato diverse risorse per i giovani e la cultura, e questo fa la differenza.

Per esempio?
Per esempio sono nate le realtà teatrali legate ai “teatri abitati”, lavorando perché sul territorio si possano insediare realtà teatrali che trovano spazio in teatri regionali e li possono crescere, pianificando le proprie attività con alcune certezze economiche e la possibilità reale di radicarsi e costruire un rapporto con il territorio e la comunità che le accoglie. Questo è il modello che ci sarebbe piaciuto importare anche qui, ma spesso ciò che manca sono i punti di riferimento a cui rivolgersi. Senza un adeguato supporto sono progetti che difficilmente possono attecchire. L’Italia comunque è ancora piena di realtà interessanti ed esperimenti in corso che meritano di essere conosciuti e dai quali si può e si deve imparare qualcosa. Lasciare periodicamente Alessandria per andare a incontrare queste realtà per noi è fondamentale per contaminarci, raccogliere nuovi spunti e poi riportarli sul nostro territorio. Diciamo che portiamo un po’ di Piemonte in Puglia e viceversa, ogni volta che ci spostiamo.

Cosa vuol dire provare a vivere di teatro e di cultura per tre ragazzi giovani (tutti intorno ai 30 anni)? Com’è possibile pianificare la propria vita senza mai avere entrate certe e con lunghi periodi nei quali, lavorando a uno spettacolo, non si hanno di fatto entrate economiche? Svolgete anche altre attività per mantenervi?
Non ci sentiamo di avere la presunzione di rispondere a questa domanda in generale, ma solo di raccontare la nostra esperienza. Quello di fare teatro è un mestiere che rispettiamo e amiamo, e come qualsiasi altro mestiere in realtà è meglio, e nel nostro caso necessario, dedicarcisi a tempo pieno. Sia quando stiamo studiando, ci documentiamo, cerchiamo fondi, sia quando proviamo e montiamo lo spettacolo che quando lo portiamo in tour stiamo comunque sempre lavorando. Non c’è poi grande differenza con qualsiasi altra professione, se non che è necessario forse organizzarsi un po’ meglio per gestire le entrate economiche quando ci sono. Quello dell’impresa teatrale per un nazione è un bene comune, una risorsa per tutti, anche se è ben poco finanziata. Sia al nord che al sud bisogna impegnarsi al massimo ogni giorno. Sapere di non avere a disposizione milione di euro per montare uno spettacolo ci aiuta però a pensare continuamente a progetti che stiano dentro le nostre valigie, le nostre auto, i nostri abiti e in fin dei conti noi stessi.

Cosa vuol dire, in concreto, decidere di fare teatro oggi in Italia? Che consiglio vi sentireste di dare a ragazzi più giovani di voi con il vostro stesso sogno?
Fare teatro vuol dire in qualche modo dare un contributo alla resistenza. Come noi ci sono tante giovani compagnie che affrontano un periodo in generale molto duro. La capitolo culturale, lo sappiamo, è il primo che viene tagliato quando c’è crisi. Non rassegnarsi a questo è un modo per resistere, lottare quotidianamente per una società in cui alcune cose cambino, si abbandoni un modo antiquato di pensare al mondo e alimentare le speranze in un mondo diverso, anche per i giovani. Il teatro è un po’ lo specchio della vita: in passato, quando c’erano più risorse a disposizione, in Italia si sono spese tutte per spettacoli colossali, senza pianificare attività future, pensare a costruire un sistema generale che potesse continuare ad alimentarsi anche in momenti economicamente più difficili. Ora i soldi non ci sono più e restano quasi esclusivamente fondi privati, ma è complicato convogliarli sul teatro. Per questo si parla molto di esperienze come quella del Teatro Valle Occupato: perché cambia il modo di fare cultura e di viverla quotidianamente. Tutti noi abbiamo bisogno di cultura: senza muore tutto il resto. Alessandria non sente l’amore dei suoi abitanti, è una cosa che si vede tantissimo quando si torna in città. E senza cultura un luogo muore. Per questo è tanto importante resistere e alimentare progetti nuovi.

Parliamo del nuovo spettacolo allora: siete in scena in questi giorni al Torino Fringe Festival, realtà importante per il teatro in Piemonte nella quale avete ormai anche un ruolo di organizzatori…
Sì, è una rassegna davvero bella che, fra l’altro, ospita appunto il nostro ultimo lavoro. Si chiama RealItaly ed è un esperimento di docu-teatro: all’inizio tutto ciò che è in scena è reale e in presa diretta, come se lo spettatore entrasse direttamente nella stanza dove i protagonisti, tre giovani ragazzi, vivono le loro vite. E’ una sorta di grande fratello dal vivo, ma che porterà poi a un finale un po’ surreale. Il nostro modo di fare teatro è molto legato alla realtà e alla nostra esperienza di vita quotidiana, ma forse in questo particolare periodo storico c’è fin troppa realtà. Magari cambiando l’ordine delle cose e il punto di vista si possono vedere nelle situazioni altre cose che subito potrebbero sfuggire. Dobbiamo tutti rallentare un attimo la nostra frenesia, tornare a respirare. Nello spettacolo cerchiamo di portare in scena qualcosa nella quale il pubblico possa immediatamente riconoscersi. Partiamo dalla condizione di tanti giovani come noi oggi, ma è un reality al contrario rispetto a quelli che ci vengono proposti in tv, reality solo di nome ma di fatto finti e costruiti ad arte, sulla continua autorappresentazione di sé. I nostri personaggi invece vogliono mettere in scena la miseria del nostro tempo, senza vergogna. C’è chi non ce la fa a raggiungere i propri sogni, chi non riesce a laurearsi, chi a 30 anni non è ancora nelle condizioni di mantenersi da solo.

Com’è nata la collaborazione con il Fringe Festival di Torino?
L’anno scorso abbiamo partecipato al bando e siamo stati scelti. Abbiamo così fatto 10 giorni nello spazio a Torino che ospitava le diverse compagnie del territorio, lo stesso che quest’anno di troviamo a gestire. Con un po’ di orgoglio possiamo dire di essere l’unica compagnia non di Torino a cui è stata data questa possibilità (su 12 compagnie complessive che gestiscono il festival ndr). Sarebbe bello che tanti alessandrini venissero a vedere lo spettacolo, che è stato costruito in città, per farsi contagiare dal clima che si respira lì e contribuire così, in qualche modo, alla lotta di “resistenza” per la cultura e l’arte in Italia. Saremo in scena fino all’11 di maggio: vi aspettiamo.

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