“Solvay non poteva non sapere”
Home

“Solvay non poteva non sapere”

Al processo contro il polo chimico di Spinetta parla Lino Balza, ex dipendente e presidente di Medicina Democratica, l'associazione che non ha mai smesso di denunciare l'inquinamento in Fraschetta. “Gli archivi? Erano inaccessibili ma non segreti. Le discariche? Ancora tutto sepolto lì”

Al processo contro il polo chimico di Spinetta parla Lino Balza, ex dipendente e presidente di Medicina Democratica, l'associazione che non ha mai smesso di denunciare l'inquinamento in Fraschetta. ?Gli archivi? Erano inaccessibili ma non segreti. Le discariche? Ancora tutto sepolto lì?

ALESSANDRIA – Trentadue anni, dal 1970 al 2002, passati nello stabilimento del polo chimico di Spinetta Marengo, quasi ininterrottamente. Lino Balza, una delle figure chiave del processo per avvelenamento delle acque e omessa bonifica che si sta svolgendo davanti alla Corte d’Assise di Alessandria, contro otto ex direttori e dirigenti di Ausimont e Solvay, ha ricostruito ieri, in due ore di deposizione, le vicende che hanno interessato lo stabilimento chimico, gli archivi “segreti”, le discariche e le lavorazioni inquinanti, fino all’emergenza scoppiata nel 2008, ma che non fu una sorpresa per chi a Spinetta ci ha vissuto o lavorato.
Era impiegato amministrativo Balza, salvo alcuni periodi di allontanamento, licenziamenti e successive reintegrazioni: “una volta nel 1989 sono stato rinchiuso isolato a far niente in un box di vetro finché ho fatto lo sciopero della fame;l’altra poco dopo, nel 1990,quando sono stato trasferito in magazzino a contare bulloni”. Una “rappresaglia” secondo Balza (che fu reintegrato in ruolo e mansioni con sentenza della Cassazione) dovuta all’attività sindacale e di denuncia delle situazioni ambientali, attività – quella di ambientalista – proseguita anche dopo il pensionamento, sempre alla guida di Medicina Democratica.
“Bevevo l’acqua dello stabilimento, non sapevamo da dove proveniva. Ma ho saputo dopo che nei servizi della palazzina uffici, al piano dirigenti, c’era un cartello su cui era scritto ‘acqua non potabile’. La stessa acqua era utilizzata per la mensa, per alimentare la macchina del caffè. Loro sapevano che il pozzo 8 era avvelenato, contravvenendo a tre divieti tassativi: non si usano per usi potabili e alimentari pozzi situati sotto uno stabilimento industriale, tanto più se lo stabilimento è addirittura chimico e, terpo punto, in regime di bonifica per inquinamento. Se i dipendenti avessero saputo la provenienza dell’acqua si sarebbero ribellati, non tutti magari. Nelle acque, in falda nell’acquedotto cittadino, c’è un cocktail di veleni: ne sono stati analizzati almeno una ventina”.
Balza, che si definisce “combattente e biografo del polo chimico”, racconta del reparto pigmenti: “a pochi metri della palazzina c’erano gli ex capannoni dove si immagazzinavano i prodotti, negli stessi capannoni dove si erano lavorati poi stoccati fertilizzanti, azotati, arsenati, bicromati, al confine con la piazza di Spinetta.” Tutte lavorazioni “cancerogene”, “come stabilì l’ispettorato del lavoro nel febbraio 1980, da noi sollecitato”.
Il nucleo ispettivo della Regione impose, sempre secondo Balza che cita atti e documenti, che il reparto venisse chiuso e la lavorazione riconvertita. “Cosa che non avvenne. Ci fu una polemica tra la cellula del Pci, il consiglio di fabbrica e la direzione che sotto il ricatto occupazionale non fermò la produzione, se non successivamente, “ma la bonifica non fu fatta”.
Al posto dei pigmenti si lavorò biossido titanico, solferro, acido solforico e altre sostanze. “Tra gli anni ’80 e ’90 furono chiusi anche quei reparti. Ma anche in questo caso la bonifica non fu fatta”. Tutti gli “scarti” da lavorazione, quindi, secondo il testimone, restano sepolti sotto le macerie dei capannoni abbattuti. oppure furono portati, ad esempio, “nei terrapieni ai confini con la ferrovia, a protezione della ferrovia stessa in caso di scoppio (nel 1983 ci fu anche un morto a seguito di uno scoppio). Ancora oggi non si sa bene quanto contengano, cosa sia stato sotterrato. Abbiamo chiesto carotaggi idrogeologici, senza avere risposte ufficiali”.
Solvay, che acquisì lo stabilimento nel 2002, “non poteva non sapere” perchè erano notizie “di dominio pubblico”, di cui molto scrisse lo stesso Balza. La contrattazione di Ausimont da parte dell’azienda belga “si protrasse almeno per due anni, dal 2000 al 2002”. C’era in corsa, ricorda l’ambientalista, anche un’altra società, la Dow Chemical, che “si ritirò dall’acquisto proprio per le enormi criticità ambientali”. Quindi, secondo Balza, Solvay conosceva la situazione del sito e dell’inquinamento, prima dell’apertura dei “famosi” archivi segreti Rossi, Parodi e Canti, “che poi segreti non erano, però erano inaccessibili ai dipendenti e ai sindacati”.
Poi, c’è una lettera aperta inviata da Medicina Democratica nel 2002 a Bernard De Laguiche, imputato al processo, che venne ad Alessandria, presso l’Unione Industriali, in occasione dell’acquisizione: “denunciavamo la situazione e chiedevamo l’istituzione di un osservatorio. Abbiamo poi continuato a rivendicare il monitoraggio degli scarichi idrici e gassosi, la mappa dei depositi e delle discariche, delle lavorazioni dei rifiuti tossici, nocivi, speciali e urbani, accompagnati da indagini idrogeologiche sui rilasci alla falde acquifere e alle pubbliche fognature”. Non solo le aziende fornirono risposte, ma neppure gli enti. La precisazione arriva da Balza su domanda dell’avvocato della difesa Solvay Bolognesi che ha tutto l’interesse a dimostrare come la parte parte pubblica fece orecchie da mercante. “Lo sportello ambiente che fu istituito – dice Balza – era privo dei contenuti che richiedevamo”.
E intanto all’esponente di Medicina Democratica è stato diagnosticato un tumore alla tiroide.
Negli anni tra il 1998 e il 1990 c’è anche una denuncia di Legambiente /Wwf (parti civili al processo) per la presenza di fusti contenenti sostanze tossiche che percolavano, “con l’evidente rischio di inquinamento della falda”, come dice in aula il testimone Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte.
Delle discariche parlerà anche un altro testimone costituitosi parte civile, Sonny Alessandrini. Membro attivo di Medicina Democratica, insieme alla compagna, racconta di essere stato assunto nel 2001 e licenziato per insubordinazione nel 2009. Il tribunale del lavoro di Milano, peraltro, confermò la giusta causa del licenziamento. “Ho visto personalmente i muri trasudare cromo (il testimone racconta di aver lavorato prima all’impianto Algofrene, poi nel laboratorio, nda). Iniziai a preoccuparmi e a fare domande agli anziani, per capire di cosa si trattava”. Fu così che Alessandrini venne a sapere della presenza di discariche in varie parti dell’area dello stabilimento, “nel cosiddetto edificio Cerchi, ci sono 10 mila metri cubi di cromo, pigmenti e bicromati. Un’altra è la discarica gessi, mai bonificata, situata dietro la portineria, che contiene solfati e clorurati di calcio e penso anche altre sostanze tossiche. Nella zona ovest un’altra discarica gessi, e poi a sud ovest, ancora in uso, di 70 mila metri cubi.”
Nel 2008 Alessandrini, insieme ad un’altra persona, presentaono un esposto alla Procura per chiedere di “verificare l’eventuale responsabilità dell’azienda, sottolineando la presenza delle discariche. Nel 2009 il licenziamento. L’ex dipendente racconta di aver sofferto di stati d’ansia a causa delle preoccupazioni e, più recentemente, gli è stato diagnosticato un tumore della pelle, oltre ad avere nel sangue una “dose” di Pfoa, sostanza lavorata fino a poco tempo fa, fino a 300 volte superiore al limite.
Articoli correlati
Leggi l'ultima edizione