“La maledizione del rifugiato”: rimanere senza voce
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Alessandro Francini  
14 Aprile 2014
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“La maledizione del rifugiato”: rimanere senza voce

I rifugiati e i richiedenti asilo politico, un'emergenza a livello europeo che in Italia sta assumendo profili sempre più drammatici. L'Associazione Cultura e Sviluppo giovedì 10 ha organizzato un incontro per riflettere su questo tema con il contributo di esperti del settore socio-assistenziale. Intanto venerdì sera altre 40 persone sono arrivate in città

I rifugiati e i richiedenti asilo politico, un'emergenza a livello europeo che in Italia sta assumendo profili sempre più drammatici. L'Associazione Cultura e Sviluppo giovedì 10 ha organizzato un incontro per riflettere su questo tema con il contributo di esperti del settore socio-assistenziale. Intanto venerdì sera altre 40 persone sono arrivate in città

ALESSANDRIA – Persone fuggite dai Paesi d’origine alla ricerca di realtà più democratiche in cui poter vivere e lavorare, inseguendo il sogno di un futuro migliore, scegliendo d’intraprendere viaggi interminabili convivendo, ora dopo ora, con il pericolo e l’incertezza.

Dopo la conclusione del programma ministeriale “Emergenza Nord Africa” dello scorso anno, da qualche settimana sono ripresi in maniera massiccia gli sbarchi sulle coste siciliane, e il conseguente piano di redistribuzione dei profughi su tutto il territorio nazionale. Venerdì sera altri 40 uomini, provenienti da Mali, Senegal e Costa d’Avorio hanno trovato una sistemazione temporanea presso l’Ostello di Santa Maria di Castello, in attesa di essere smistati in centri di accoglienza su tutto il territorio provinciale. Dodici di loro potrebbero però restare in città, almeno fino a giugno. 

Presso l’associazione Cultura e Sviluppo nella serata di giovedì 10 si è discusso di queste persone, dei rifugiati e dei richiedenti asilo politico che arrivano nel nostro Paese ad ondate continue. La conferenza, intitolata “La maledizione del rifugiato”, ha visto ospiti Roberto Bertolino, psicologo-psicoterapeuta presso il centro “Frantz Fanon” di Torino, Fabio Scaltritti, presidente della Comunità San Benedetto al Porto e, in veste di moderatrice, Rosmina Raiteri, psicopedagogista di ICS Onlus.

“Quello di questa sera è un tema veramente complesso che rimanda ad una tragedia immane per la quale le parole sono forse inadeguate. Dal 1989 al 14 marzo scorso sono 1924 i morti in mare “ufficiali”, e questo dato non tiene conto di un gran numero di dispersi. Fino ad oggi nel nostro Paese si è scelto di gestire il fenomeno con la logica dell’emergenza, purtroppo utile soprattutto a far saltare regole e controlli e che corrisponde a precise scelte politiche” ha dichiarato la Raiteri in apertura, aggiungendo che “il senso della conferenza è quello di arrivare ad una comprensione profonda di questo problema molto complesso, in modo tale da produrre dei ritorni, delle ricadute a vantaggio dei rifugiati e della nostra relazione con loro”.

Roberto Bertolino, operatore del centro “Frantz Fanon”, struttura torinese che offre un servizio di counseling di psicoterapia e supporto psicosociale per rifugiati, vittime di tortura e di tratta, ha spiegato che uno degli ostacoli in cui troppo spesso si cade quando si discute di migranti e di rifugiati politici è quello della retorica dell’aiuto immediato “che rischia di sfaldarsi una volta passato l’effetto emotivo. Bisogna uscirne per affrontare la ben più corposa questione del diritto. L’aiuto lo si dà quando si è nelle condizioni idonee, mentre il diritto deve essere sempre garantito”. Lo psicologo ha continuato aggiungendo che “per comprendere realmente la sofferenza dei rifugiati dobbiamo collocarla in un ordine post-coloniale. E’ una sofferenza che si produce a partire dal colonialismo perpetuato dall’Occidente 60/70 anni fa. Il nostro incontro con loro è in realtà avvenuto proprio allora, ed è stato un incontro certamente violento”.
Esiste quindi una storia con la quale occorre fare i conti, per comprendere il tipo di dramma che queste persone hanno vissuto e continuano a vivere. Oggi i migranti sono vittime di una sorta di violenza strutturale, prima ancora di una violenza concreta, che noi stessi contribuiamo ad alimentare con una retorica dell’aiuto che non riconosce la dimensione politica e storica della loro sofferenza, trasformandoli inevitabilmente in soggetti senza voce destinati a rimanere anonimi nella nostra società.

Fabio Scaltritti
ha poi parlato dei profondi disagi causati agli immigrati dal famoso “accordo di Dublino” stilato dall’Unione Europea, per cui lo straniero che entra in un Paese come clandestino e che poi ottiene asilo politico o il riconoscimento di rifugiato, di fatto rimane legato in qualche modo allo Stato che lo ha accolto. Il presidente della Comunità San Benedetto al Porto ha riportato il locale esempio di alcuni cittadini stranieri partiti da Alessandria alla volta di diverse capitali europee in cerca di lavoro, ai quali, a causa dello stato di urgenza generale verificatosi due anni fa durante la cosiddetta “emergenza Nord-Africa”, è stato scelto di dare un “permesso di protezione umanitaria”, rinnovabile annualmente. E’ accaduto poi che nel giro di 8-9 mesi quasi tutte queste persone siano dovute tornare in città per rinnovare il documento in questione. Questo meccanismo rischia di penalizzare ciclicamente alcuni Paesi e di “colpevolizzare”, loro malgrado, i migranti. Scaltritti ha poi aggiunto che “in Italia si sta sviluppando un decadimento non solo nelle relazioni d’aiuto e di solidarietà, ma anche e soprattutto a livello giuridico. Agire sui diritti è prima di tutto un bene per noi stessi, oltre che per gli stranieri che arrivano nel nostro Paese. In Italia, purtroppo, stiamo vivendo una situazione che sta normalizzando l’emergenza. Un’emergenza che si sta cristallizando e che diventa, col tempo, difficilissima da gestire”.

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