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“Chiedevamo informazioni sulle sostanze usate, ma l’azienda non rispondeva”
Riprendono le udienze al processo contro gli ex dirigenti Michelin. Parlano i delegati sindacali: chiedevamo con forza quali sostanze venivano usate nelle mescole, ma non ci veniva data risposta. Tra i ricordi, le piastrine che indicavano il livello di radiazioni
Riprendono le udienze al processo contro gli ex dirigenti Michelin. Parlano i delegati sindacali: chiedevamo con forza quali sostanze venivano usate nelle mescole, ma non ci veniva data risposta. Tra i ricordi, le piastrine che indicavano il livello di radiazioni
ALESSANDRIA – Le prime voci arrivarono dallo stabilimento di Torino: nei sacchetti di ammine aromatiche, un additivo da aggiungere alle mescole, “c’erano anche sostanze cancerogene”? Lo avrebbero chiesto più volte all’azienda i delegati sindacali della Michelin, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni dell’Ottanta, “ma non ci fu mai data risposta”. E’ quanto è emerso nell’ultima udienza del processo davanti al giudice Milena Catalano del tribunale di Alessandria, contro cinque ex dirigenti dell’azienda Michelin, accusati di lesioni personali e omicidio colposo.
Sul banco dei testimoni, sotto giuramento, hanno parlato per la pubblica accusa quattro ex operai dello stabilimento di Spinetta Marengo che nel corso della vita lavorativa hanno ricoperto incarichi di rappresentanti sindacali.
C’era un “tarlo”che iniziò a minare la sicurezza dei lavoratori, verso la fine degli anni settanta: la notizia che arrivava dal vicino stabilimento di Torino sull’utilizzo di ammine aromatiche, alcune delle quali a rischio cancerogeno.
“Le ammine arrivavano in sacchetti, da aggiungere alle mescole, e non vi era indicato quali fossero le sostanze contenute. Lo abbiamo chiesto ripetutamente all’azienda la quale si è sempre trincerata dietro il segreto industriale”, dicono i testi.
Anzi, “Michelin ha sempre negato che si usassero ammine aromatiche”, precisa Pierfranco Stamare, il primo dei testimoni a deporre. Si organizzano i primi scioperi, per protestare contro le condizioni di lavoro, soprattutto in certi reparti, lo “Z” in testa, dove la gomma veniva lavorata a 100 gradi e la temperatura nel capannone arrivava a 40 gradi. “Mancavano impianti di aerazione, i sistemi di sicurezza si limitavano ai guanti e alle tute, nessuna mascherina”.
Vengono installate le prime cappe di aspirazione, attorno ai primi anni ’80, “ma tra la linea di lavorazione e la cappa, c’era il lavoratore”, fa notare Arnaldo Politi, un altro testimone. Senza contare che “le cappe a volte non funzionavano”. “Noi lo segnalavamo al capo, e questo trasmetteva la richiesta alla direzione. La manutenzione veniva fatta nei fine settimana, ad impianti fermi”.
C’era anche una macchina “che emetteva radiazioni”. Serviva per rilevare lo spessore della gomma. “Ad alcuni veniva data una piastrina, che cambiava colore. A fine turno veniva riconsegnata, ma nessuno ci disse mai quali erano i risultati”.
Silenzio, secondo i testimoni, anche sulle richieste di informazioni circa l’utilizzo di sostanze pericolose per la salute dei lavoratori. Però l’azienda accetta di avviare una serie di rilevamenti, effettuati dalla Clinica del Lavoro di Pavia. Siamo nel marzo del 1980. Sei mesi di misurazioni, in vari reparti. Al termine del lavoro, la relazione dirà che “la concentrazione di ammine non è tale da destare problemi” e che “non c’è rischio cancerogeno”, evidenziano gli avvocati della difesa e del responsabile civile Michelin. E vengono fatti i primi interventi di miglioramento delle condizioni di lavoro.
Il sindacalisti, però, insistono: “non ci fu mai consegnato nulla di scritto. Noi chiedevamo di sapere quali sostanze venivano usate. Non ci fu mai data risposta scritta”.
Nel 1984, comunque, l’azienda comunica di aver eliminato l’utilizzo di una ammina in particolare, considerata la più pericolosa.
La prossima udienza è fissata per il 6 maggio. In aula atri testimoni dell’accusa e delle parti civili.